lunedì 19 dicembre 2011

Pomodori verdi

Si constata a volte questo fenomeno: il romanzo che si sta leggendo suscita sorpresa e interesse fino circa a metà del libro (o anche meno) dopodiché diventa materiale di consumo schiacciato su modelli massmediatici. Sono romanzi che iniziano bene, promettendo molto, sospinti da una buona idea, ma che rapidamente perdono vento in poppa, si arrestano nella bonaccia o addirittura non sanno più dove andare a parare, si trasformano in qualcosa tipo un fumetto o la sceneggiatura di un film di cassetta.
Prendiamo per esempio Sirene di Laura Pugno. Convince fin da subito la variante  del mito delle sirene, che le reinterpreta come animali da macello, donne-animali da sfruttare fino all'ultimo come appartenenti a una specie inferiore. Considerato l'uso che viene fatto oggi dell'immagine del corpo della donna e il peso più che millenario di sfruttamento che grava sulle spalle femminili, quest'identificazione della donna con animali da sfruttare non poteva trovare forse una rappresentazione simbolica più brillante, collocando la figura della donna nel più vasto archetipo di Madre Natura, con tutte le connotazioni animaliste, antispeciste, ecologiste che ne conseguono. Vengono così saldate insieme implicitamente varie giuste rivendicazioni.
Date queste premesse, il lettore avrebbe buoni motivi per aspettarsi finalmente un capolavoro, una gradita sorpresa in mezzo alla cascata di merce scadente esposta sugli scaffali di libreria. Il romanzo però non si evolve secondo le premesse immaginarie con cui è iniziato. Lo sviluppo fantascientifico del plot ricalca fumetti o film d'azione (il richiamo esplicito dell'autrice è ai manga giapponesi, ma appare evidentissima l'influenza forse subconscia di un immaginario collettivo mutuato dai film americani d'azione, come le pellicole di 007, con tanto di cattivi che inseguono i buoni, il passaggio pressoché indenne dell'eroe attraverso una serie di torture, la ragazzina vittima per eccellenza cui fino dalla minore età ne capitano di tutti i colori e che ovviamente muore).
Per contrasto, viene da pensare a quanta carica evocativa, quanta energia sorgiva, era tesaurizzata invece in un romanzo soltanto di qualche decennio fa come Horcynus Orca (uscito nel 1975 dopo una stesura di oltre quindici anni)! Là i personaggi delle femminote, donne traghettatrici e contrabbandiere dello stretto di Messina, solcando il mare di notte, accostavano simbolicamente le sponde del Regno dei morti.
Sirenedi Laura Pugno, nello spreco preoccupante che fa rapidamente di se stesso, potrebbe essere inteso come un emblema della decadenza dell'immaginario collettivo contemporaneo. Si assiste infatti nel giro di poche pagine al passaggio dalla potenza misteriosa legata a radici mitiche arcaiche alla semplificazione propria degli standard mediatici contemporanei.

Alessandra Saugo, Bella pugnalata (Effigie, Milano 2010). Che cosè questo libro? A lettura ultimata resta un rebus capire che cosa sia. Dalle prime pagine farebbe pensare a stralci di diario di una giovinezza frammentata, frammentato il diario e frammentata la vicenda esistenziale di cui si nutre, con nomi di fidanzati diversi, poesie con gli a-capo e poesie con le barre tra i versi sulla stessa riga, parentesi tonde e (chissà perché) quadre,  incomprensibili sbalzi da una love story all'altra, non spiegati passaggi da questo a quell'altro. Non si tratterebbe quindi di un unico diario, ma di prose giovanili estemporanee con tutta probabilità appartenenti a periodi diversi. Un po' oltre la metà, a p 96, tuttavia ci troviamo di fronte a una fine e a un nuovo inizio. Compare il titolo "Romanzetto rosa" in cui, si suppone, potrebbe strutturarsi una storia (e una narrazione) più importante. Il tema fondamentale credo si possa riassumere col titolo del capitolo "Vado dove mi porta Oscar".
L'impressione è quella di un lavoro raffazzonato. Si sarebbe potuto lasciare a questa giovane autrice (capace anche di giuste riflessioni, come quelle contenute nella prosa "Piccole nonne morte") il tempo per scrivere un diario più ampio e articolato oppure un romanzo oppure una raccolta di racconti prima di rilegare il tutto e pubblicarlo con la parola magica romanzo in copertina.
Perché accosto un'autrice già riconosciuta come Laura Pugno a un'esordiente come Alessandra Saugo? Perché nei due libri citati si può forse rintracciare la medesima pratica editoriale (ma anche sociale, un costume del nostro tempo) a fare in fretta, a concludere un lavoro il più presto possibile, prima ancora che giunga a maturazione. Perché? Una spiegazione potrebbe essere che l'arte viene oggi largamente intesa come carriera da iniziare il prima possibile. Così come sugli scaffali del supermercato troviamo i pomodori ancora verdi, allo stesso modo troviamo libri in libreria appena abbozzati, idee di libri cui si sarebbe dovuto concedere tutto il tempo di maturare.
Completamente dimenticata la tradizione orientale, ma anche del nostro Medioevo e Rinascimento, dell'arte come pazienza e attesa (il cerchio perfetto che viene tracciato con grande naturalezza una volta trascorso il lungo tempo di preparazione, periodo che agli estranei può apparire perfino inutile e superfluo, poiché sembra che non vi accada niente, invece ha un senso che si scopre solo alla fine). Come si ricava dagli aneddoti e dalle storie antiche, l'apprendistato era soprattutto apprendimento del tempo.

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