martedì 24 dicembre 2013

La scrittura e il vuoto

C'è molto spazio vuoto nell'universo. Nell'universo è maggiore il vuoto del pieno. E' naturale che nella mia Trilogia della scomparsa* si trovino tanti spazi vuoti.
Mi piace l'attitudine della poesia a salvare poco dal molto, a capire che si può salvare poco, dovendo eliminare il rumore e tener conto del silenzio, pur ascoltandolo; tener conto cioè del fatto che ci sarà sempre qualche residuo di silenzio inesplicato.
Poderosi volumi pieni di parole destano il sospetto che tutte quelle parole contengano anche del rumore, poco rispettoso del silenzio dell'universo. Può esservi del rumore pure dentro le parole: parole che si sovrappongono ad altre parole, parole che non lasciano parlare gli altri, parole che non sanno quello che stanno dicendo (anche se, bisogna riconoscerlo, la parola scritta è per sua natura più vicina al silenzio e forzatamente più rispettosa di ciò che la circonda se confrontata con la parola parlata o gridata del vivere quotidiano).
L'aspirazione sarebbe la sintesi propria della poesia e al contempo la disponibilità all'accoglienza e al dialogo, propri della prosa. 

martedì 17 dicembre 2013

La pazienza "mistica" dei veri scrittori secondo Cavazzoni

Questo l'incipit del gustosissimo Limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni: "Il primo grande guaio delle faccende artistiche, letteratura compresa, è che sembrano promettere una via accelerata al successo. (...) In questo senso l'arte e la letteratura può essere una brutta faccenda, di prevaricazioni, una strada accelerata per la vendetta sul genere umano; e i suoi prodotti bolle d'aria, gonfie di vanagloria (e di puzza)." (Quodlibet, Macerata 2009, p 7)
"E' così che si genera uno stato permanente di guerra tra tutti gli artisti. Mentr'invece questo è un campo in cui dovrebbe regnare la pace come di fatto regnava in Siria, in Palestina, in Egitto, nel III, IV, V secolo dopo Cristo, quando ci vivevano sparsi a distanza di due o tre chilometri l'uno dall'altro i grandi santi anacoreti, ognuno nascosto nella sua grotta, o esposto al sole e alle mosche, magari in piedi su una colonna, e i miracoli venivano da soli, non li cercavano, guai!; e così la gloria eterna, guai a cercarla!; un santo anzi stava nascosto, dissimulato (come dovrebbe fare un artista)..." (p 10)
La continuazione del discorso: "... se l'eremita non cedeva, continuava ad esempio a fare il suo lavoro in tutta umiltà e concentrazione, allora poteva accadere che improvvisamente splendesse, le campane suonavano e chi era rimasto se era cieco vedeva, e i paralitici anche loro si mettevano a correre..." (p 11)
"Purtroppo quest'epoca della santità ad un certo punto è finita molti secoli fa, ed è subentrata l'era dell'arte, la quale tuttavia possiede io credo una regola interna un po' simile. E come non c'è il colpo gobbo tra i santi, credo che anche nell'arte e nella letteratura, l'idea del colpo gobbo sia un'idea controproducente (un'illusione del diavolo), o comunque un handicap grave già in partenza." (p 12)
Un paragone analogo si trova in una frase del critico Gian Maria Annovi reperibile nella raccolta di scritti sul romanzo sperimentale (Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi, L'orma editore, Roma 2013): "La foresta urbana del Romanzo sperimentale, in cui non fatico a confessare di essermi perduto anch'io, è fatta però d'alberi alquanto strani. Si tratta di tronchi senza rami, colonne di varia altezza, tralicci, pali della luce sulla cui sommità si trovano, come stiliti, non stinchi di santo ma scrittori sperimentali." (pag 386).

giovedì 12 dicembre 2013

Racconto-spia: "Storia del non nato", contenuta in Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli

La forte intensità del racconto intradiegetico "Storia del non nato", reperibile nella parte finale dell'Hilarotragoedia manganelliana, frammento straordinariamente tragico in quel contesto (che riporta frasi di "asciutta disperazione" come questa: "Non più donna era costei, ma esempio estremo, unità di misura del male, della sofferenza…", p 118 nell'edizione adelphiana del 1987) si può intendere come spia del fatto che l'autore sta parlando di se stesso: è lui, Giorgio Manganelli, che lamenta il suo non essere nato all'esperienza (in questo caso esperienza affettiva di figlio poi fidanzato, marito…) fino a desiderare la morte pur non essendo mai nato, morte al quadrato, morte elevata a potenza (evidentemente qui lo scrittore si riferisce a una condizione psichica non a una realtà autobiografica).
La messa in forma narrativa di questa solitudine esistenziale ("Non ho nome, né luogo, né sangue, non mi è dato né nascere né morire…") fa pensare che l'assenza di esperienze largamente condivise negli autori italiani non sia affatto nuova, non sia un fatto recente che appartiene solamente agli ultimi decenni della storia contemporanea, eccezionalmente risparmiata nell'Europa occidentale dalle guerre, dai massacri di massa, dalle grandi carestie e altri flagelli, un fatto ascritto in particolare all'ultima generazione scrutata dall'occhio critico e autocritico di Antonio Scurati (La letteratura dell'inesperienza, Bompiani, Milano 2006) e Daniele Giglioli (Senza trauma, Quodlibet, Macerata 2011). Molta nostra letteratura del passato non era ricalcata sulla letteratura precedente più che sulla vita?
Gilda Policastro in Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, Roma 2012) ha un'intuizione che condivido in pieno circa la vera natura di quell'inesperienza profonda di cui parlano Scurati e Giglioli nei loro saggi recenti: la natura sociale, di classe della condizione privilegiata dell'intellettuale, tuttavia sensibilmente consapevole di carenze profonde sue e della società. La ricercatrice segnala la presenza di un "muro che separa di netto il recinto anestetizzato e davvero senza traumi di coloro che conservano il privilegio di una posizione intellettuale (cioè separata dalle cose) e di quanti dalle cose medesime siano invece così assorbiti e totalizzati da non potersi consentire né di scrivere né di leggere libri." (p 162). Nella frase citata l'autrice si riferisce al caso letterario di Gomorra (Roberto Saviano, Mondadori, Milano 2006), osservato più con attenzione sociologica che estetica, in quanto riuscì eccezionalmente a rompere quel muro divisorio, fatto davvero raro, fra l'altro mai ripetutosi neppure con gli altri libri dello stesso autore.
Voglio intendere che al centro della questione stia il profondo divario sociale nel nostro Paese. Da qui l'importanza che possono aver avuto macroeventi come la guerra o la Resistenza (cfr il Calvino del Sentiero dei nidi di ragno citato da Scurati nel suo saggio), non tanto come produttori di traumi quanto come cause di rimescolamento sociale e di vita partecipata.

Nota A proposito di trauma, mi pare interessante questa frase di E. M. Cioran: "Senza dubbio, le sole esperienze davvero autentiche sono quelle che nascono dalla malattia." (Al culmine della disperazione, 1934, Adelphi Milano 1998, p 37). Sì, più malattia/complesso che trauma: la teoria della causa interna mi convince più della causa esterna.

lunedì 7 ottobre 2013

Il canto delle sirene

Sono d'accordo con Adorno della Teoria estetica: la letteratura è il canto delle sirene: l'evocazione di tutto quello cui abbiamo dovuto rinunciare nel patto sociale e negli adattamenti legati alla sopravvivenza. L'evocazione del dolore legato al disagio nella civiltà. Uno scrittore degno d'attenzione deve saper muovere l'acqua del mare, deve far udire il canto delle sirene.
Nella rilettura di Jameson, "evocando il dolore e la contraddizione di quella rimozione del sé e della natura che la dialettica dell'Illuminismo pone come prezzo dell'autoconservazione, Adorno e Horkheimer descrivono la duplice soluzione di Ulisse, la doppia e reciprocamente contraddittoria possibilità di salvezza" (Tardo marxismo, Manifestolibri, Roma 1994, pp 146-147). Ai lavoratori vengono tappate le orecchie, un po' come agli animali da soma vengono messi i paraocchi, mentre chi è dispensato dal lavoro, chi ha dei margini di tempo libero e di libertà per percepire anche ciò che sta intorno s'impone da sé, per educazione e necessità sociali, vincoli e limiti da non superare per non essere travolto. La fruizione artistica deve essere tenuta a distanza, sotto controllo. Inoltre godimento artistico e lavoro manuale si separano all'uscita dalla preistoria.

domenica 25 agosto 2013

Una recensione apparsa su Facebook: Luigi Grazioli su "Mannequins"


Dopo "Camera fissa" di MARCO ERCOLANI e "Saggi inventati" di ENRICO DE VIVO, il terzo di cui vorrei parlare è un libro di racconti di ROBERTA SALARDI: “Mannequins. Dieci fiabe sulla donna-oggetto e altri racconti”, Ed ZONA Contemporanea, Arezzo, 2013, pp. 131, E. 13,00. Avevo letto e apprezzato il precedente libro della scrittrice, “Regressioni” (Effigie, 2010), e devo dire che questo mi sembra anche migliore. Ci sono alcune cose che non mi convincono, a cominciare dal titolo a mio parere troppo esplicito, che indice sospetti di storie a tesi e di denuncia sociologica, da una parte e ambiguo dall'altra (se si pensa alla copertina con una modella che sta sfilando e al fatto che modelle non ce ne sono quasi, se si esclude quelle inconsuete del notevole racconto di apertura dove giovani donne imbalsamate vengono usate come manichini nei negozi, donne di compagnia di miti psicopatici e oggetti di collezione di un critico d'arte che le ha acquistate da un fornitore parente stretto di compari che procuravano i cadaveri in Il dottore e i diavoli di Dylan Thomas), ma non mi adeguerò al giochetto dei recensori che “sì, insomma, il libro è bello, ma discontinuo...” e altre scemenze: è ovvio che in un libro di racconti alcuni piacciano di più e altri di meno. La lettura dei racconti dipende da molti fattori, anche quelli materiali, di orario e umore, e più facili i giudizi, essendo la forma e la lettura brevi, e quindi variabili con quelle condizioni. 
Dunque Mannequins è un bel libro senza ma. Chiuso. 
Dirò allora le cose che mi piacciono. In alcune il gioco rischia di essere troppo scoperto, ma in genere l'autonomia della narrazione tiene benissimo e la trappola simbolica resta solo come efficace e non esplicito né univoco sottofondo, al pari del rischio del “voler dire”, della subordinazione magari involontaria al messaggio e al riferimento diretto alla “società” e altre simili ubbie. L'ironia è quella delle situazioni, che poi le proiettano su molti personaggi (specie quelli maschili o, se femminili, di donne legate a immagini, aspettative e ruoli dettati dall'ottica maschilista, magari volontariamente assunti per trarne vantaggio), evitando quella diretta, che diventerebbe schematica: anzi, a volte su di essi lo sguardo non manca di tenerezza. Giova all'ironia il fatto che molte storie siano narrate in prima persona dagli stessi protagonisti, che non vi vedono nulla di straordinario e anzi le riferiscono con il tono discreto e quasi sussurrato di persone timide e miti, o in quello oggettivo degli standard cronachistici, che sono autoparodici già nella realtà, come in “Zapping fatato”. Il distacco, l'astensione dal giudizio o da qualsiasi intervento di una voce autoriale, si traduce automaticamente in perfidia; lo squallore di certe situazioni, come la condivisione di valori e cliché da cui pensavamo di andare esenti, diventano i nostri, per quanto paradossali siano; la riduzione dell'empatia, che qui è metodo, si trasmette anche al lettore, che accetta lui pure come “normali”, o guarda come al resoconto di un'osservazione scientifica, anche le figure e le storie che sconfinano nel patologico o nel fantastico: come il nostro ordito quotidiano, quali difatti sono. Inquietanti ma tranquillamente plausibili, al massimo sfumate di tenue meraviglia.

lunedì 29 luglio 2013

Presentare i libri

L'autore come un morto vivente viene portato in giro da becchini giubilanti. Egli non vorrebbe rileggersi, rivedere quel passato da cui pensava di essersi staccato con la scrittura. Vorrebbe pensare ad altro, andare avanti. Invece viene costretto a riparlarne, a rileggersi, a soppesare ogni parola. L'autore dovrebbe solo poter dire: "Ho scritto. E' stato un esperimento. Vedete voi."
Forse le presentazioni servono per stancarsi di se stessi, per avere la nausea e passare presto ad altro.

domenica 16 giugno 2013

Vetrine tutte al maschile

In diverse occasioni recenti sono stata colpita da un'evidenza: il tavolo dei relatori di eventi culturali certamente considerati di sinistra, antagonistici o comunque politically correct  era tutto al maschile, senza l’ombra neppure di una donna. Mi si è offerta così banalmente l'occasione di constatare un dato molto reale, molto significativo, lampante. In più, con una punta di dispiacere, si poteva rilevare quanto la cosa apparisse normale, di nessun particolare significato, tanto da non essere minimamente camuffata.
Ecco gli esempi che mi sono capitati sotto gli occhi nella metropoli milanese.
Teatro 1, sabato 23 marzo 2013 ore 15.00: festa di Nazione indiana e del Primo amore, “dieci anni fuori dalla pozzanghera. Fare rete, fare blog”. Intervengono Mario De Santis, Gianni Biondillo, Jan Reister, Sergio Baratto, Giuseppe Zucco. Si tratta soltanto di uno dei dibattiti interni alla manifestazione, ma tant’è.
Piazzale Archinto, domenica 26 maggio 2013 ore 18.00: “festival della libreria diffusa”. Sul tema della città in trasformazione intervengono Gianni Biondillo, Giorgio Fontana, Paolo Cognetti, Francesco Bianconi, Fabio Pravettoni, Marco Garofalo; moderatore Paolo Maggioni.
Macao, spazio occupato per le arti e la cultura, sabato 15 giugno 2013 ore 15.00: tavola rotonda su “scelte editoriali e immaginari culturali alla prova del mercato”. Intervengono Pino Tripodi, Andrea Staid, Federico Di Vita, Paolo Canton, Guido Duiella, Massimo Roccaforte, Marco Cassini; moderatore Andrea Coccia.
Non nego che i tavoli fossero interessanti; non è questione di contenuti ma di soggetti deputati a parlare. A chi è data la voce? Per chi è lo spazio della cultura, che va sempre più restringendosi in tempi di crisi?
Fino a pochi anni fa nei dibattiti, negli interventi pubblici, inserivano almeno una presenza femminile per salvare le forme, anche se alcune volte compariva solo come elemento estetico-decorativo.

venerdì 7 giugno 2013

Una poesia di Giacomo Sandron

discorso sul costo delle parole

non ricordo la prima parola che ho detto
ma la prima poesia era su uno stambecco
che si arrampicava in montagna
e poi mi chiedevo come mai la marmellata
si chiamasse proprio marmellata
e non con un’altra parola tipo paracarro
e perché paracarro indicasse effettivamente un paracarro
e non un’altra cosa tipo il latte con dentro i biscotti
e allora prima di andare a scuola alla mattina
ho cominciato a mangiare una cosa diversa
ogni giorno
un albero, una tigre, mio fratello,
la signora che ci faceva catechismo al pomeriggio
inzuppando i pan di stelle
ho mangiato perfino i pianeti, le scie degli aerei,
l’universo tutto
dentro la tazza si è sciolto

ho ripensato a queste cose quando ho letto
un articolo dal titolo Quanto costa una parola?
e l’autore, un pubblicitario che lavora da più di quarant’anni
nel marketing e nella comunicazione, scriveva
Tutte le cose che hanno un valore hanno un costo.
I professionisti della comunicazione dovrebbero sapere
quanto costano le parole, ma non lo sanno.
e poi aggiungeva che
Proprio oggi che la comunicazione sta assumendo
toni e livelli parossistici, non esiste nessuno studio
che stabilisca in dettaglio
suddiviso per contesto
il costo delle parole
e siccome è un periodo che non sto lavorando
e passo un sacco di tempo su facebook
come professionista della comunicazione
sto facendo passi da gigante
e mi sono sentito chiamato in causa dalla questione

lunedì 3 giugno 2013

Semi


Con la bella stagione riapre il giardino del centro occupato per l’arte e la cultura di viale Molise a Milano, affascinante struttura in stile liberty nel primo Novecento adibita a borsa del macello comunale, poi abbandonata e caduta in disuso. I giovani occupanti, dopo averla messa in ordine e aperta alla cittadinanza con tantissimo lavoro e buona volontà, in un anno hanno già ospitato numerosi incontri e dibattiti interessanti, come quello sul reddito minimo garantito, organizzato con l’associazione San Precario, o il seminario dello scorso autunno su arte e follia; mentre vari artisti si sono esibiti gratuitamente e hanno messo a disposizione la loro preparazione in laboratori anch’essi gratuiti. In una città in cui per presentare il proprio lavoro occorre il più delle volte essere già "introdotti" nei vari ambienti e in cui affittare le sale può comportare una non modica spesa, non è poco trovare un luogo che pare seguire una logica completamente opposta.
Per festeggiare l’esistenza di tutto questo, così come il ritorno della primavera, la sera del 31 maggio scorso è stata dedicata a un evento di musica, immagini, poesia e danza moderna che ha coinvolto artisti di diverse discipline.



Su una scena installata dall’artista multimediale Malcolm Fisher, hanno letto alcune poesie: Giacomo Sandron, Francesca Genti, Paolo Gentiluomo, Manuela Dago, Luciano Mondini, Luca Vaglio, Alessandra Racca, Eleonora Esposito, Laura Bellomi. A intervalli, ora una singola danzatrice (Tibi) ora un gruppo di danzatori del tavolo teatro di Macao attraversava lo spazio trasformato in un bosco, giocava con le immagini proiettate o imitava lo scorrere delle gocce di pioggia.
Qui di seguito, alcune delle composizioni che sono state lette:

mercoledì 22 maggio 2013

bio in spiccioli: della serie "Vilma dammi la clava!"

Ho incontrato anch'io un primitivo per la città, uno di quelli animati da un gran desiderio di colpire le persone a sprangate. Questo era un mio concittadino italiano, italianissimo, circondato da miei concittadini italiani, italianissimi, per la maggioranza a quanto pare solidali con lui. Mi trovavo in piazza Bottini davanti alla stazione di Lambrate a Milano lunedì 13 maggio 2013. Questo primitivo aveva parcheggiato la sua auto in divieto di sosta proprio davanti alla fermata del filobus 93 e di vari autobus, a motore acceso, cosa ovvia dal momento che la moglie era scesa a comprare la pizza al bar di fronte e sarebbe tornata in un attimo. Intanto che lei aspettava in coda per comprare la pizza, i molti che stavano attendendo l'autobus come me dovevano respirare il gas di scarico dell'auto del marito accesa e sul punto di sprintare non appena lei avesse finalmente acquistato il prezioso trancio. Passando i minuti, gli ho chiesto se, per favore, poteva spegnere il motore. La macchina a mio parere poteva benissimo restare in divieto di sosta; non era puntiglio né fanatismo della norma quello che mi animava. Ci tenevo soltanto a respirare. Lui ha fatto spallucce e ha appena bofonchiato: "Adesso, tra poco...". Ho ripetuto diverse volte la richiesta, ma sempre con il medesimo risultato. I minuti passavano ma né arrivava l'autobus né la moglie con la pizza accennava a uscire dalla pizzeria. Ero già nervosa e la sua indifferenza mi ha innervosito ancora di più. Per esprimere in modo più chiaro la mia esigenza, ho dato due calci a una ruota posteriore del suo veicolo; portavo scarpe di gomma che naturalmente non hanno lasciato alcun segno. Il gesto stava solo ad indicare più esplicitamente: vattene!, visto che con le domande cortesi non si muoveva foglia. La moglie nel frattempo è uscita finalmente con i due tranci di pizza fumanti ma non è entrata subito nell'abitacolo; cincischiavano e mi dicevano di aspettare ancora un po'. Ormai esasperata, ho continuato a dare calci alla parte posteriore dell'auto, senza comunque lasciare segni. Allora la grande idea! Ha aperto il cofano della sua amatissima vettura e ne ha tratto una stampella di metallo, minacciando apertamente di colpirmi davanti a tutti. L'ha alzata per ben due volte su di me, mentre io l'avvisavo: "Guarda che se mi colpisci vai in galera". Nessuno diceva niente così, pensando non ci fosse più nulla da fare, gridavo: "Prendetegli la targa, almeno segnate la targa!". Niente, nessuna reazione da parte della folla circostante. Vedendo che forse non gli conveniva di fronte a una vasta platea colpirmi troppo violentemente, si è infine limitato a sputarmi in faccia, pensando fosse una cosa più semplice e priva di conseguenze.
In quel momento per fortuna sono passati dei carabinieri che hanno fermato tutto, hanno chiesto i documenti e dopo alcune bugie e farfugliamenti, hanno fatto sì che quella sgradevolissima scena s'interrompesse. Non prima però che due astanti esprimessero il loro pieno sostegno morale all'automobilista in sosta vietata che mi aveva minacciata con una specie di spranga poiché semplicemente gli avevo chiesto di spegnere il motore a veicolo fermo. I due testimoni, un uomo e una donna, hanno affermato con veemenza e assoluta sicurezza che non si poteva aggredire un'auto in quel modo!
L'ho sempre detto che l'Italia è una repubblica fondata sulle automobili.


mercoledì 1 maggio 2013

Edifici di parole

E' faticoso costruire edifici di parole, renderli abitabili per dei personaggi, far sì che i luoghi inventati siano visitabili, frequentabili.

venerdì 12 aprile 2013

Arte e fallimento

Essere un artista significa fallire come nessun altro osa fallire (...) So che ora (...) occorre fare di questa sottomissione, di questa ammissione, di questa fedeltà al fallimento, una nuova occasione, un nuovo termine di rapporto e dell'atto che egli (l'artista) compie, incapace di agire, obbligato ad agire, fare un atto espressivo, anche se espressivo solo dell'atto stesso, della sua impossibilità, del suo obbligo.

Samuel Beckett, Disiecta, Egea, Milano 1991

domenica 31 marzo 2013

Altri libri in fiamme


Il forte calore ha incollato parte delle pagine, alcuni volumi si presentano come mattoncini di carta compattata, dalla copertina plastificata mezza fusa. I risvolti di copertina sono saldati ad alcuni fogli, i margini sono carbonizzati ed emettono un odore acre.
Per un doppio salvataggio, materiale e simbolico, trascrivo qui alcuni passi di volumi andati a fuoco nella cantina-magazzino dell'editore Giovannetti, incendio cui ho già fatto riferimento nell'articolo "La trilogia in fiamme".
Dario Lanzardo, nell'Ombra della Gulfstream (Effigie 2010) racconta un'allegria di naufragi da cui si possono salvare anche bambini nella culla, marinai malinconici diventati folli per la troppa solitudine, un singolare assedio di cavallette in mare aperto, traffico d'armi e d'oro su imbarcazioni che battono bandiere ombra, morti che scivolano silenziosamente in mare. E' ­­­la solitudine uno dei temi più interessanti del libro, solitudine o nostalgia per le quali si può anche impazzire oppure per le quali si può entrare in una più profonda intesa col mondo animale. Durante la risalita del corso dell'Orinoco si crea la convivenza fra un marinaio e una scimmietta. Questi, "memore della sua passione giovanile per i film di Tarzan, cominciò a darle un'identità chiamandola con il nome di Cita. Le parlò nominando le cose che toccava e che sembravano interessarla maggiormente. Un giorno le raccontò qualche episodio delle sue avventure scoprendo il piacere di ascoltare la propria voce evocare fatti realmente accaduti o sognati. Le parlò di Beppe e dell'amicizia, di Pinto e del tradimento, della rivoluzione che avrebbe riportato gli uomini ad amare la natura e della donna che gli aveva fatto tremare i polsi; le descrisse il Porto delle nuvole dove non sarebbe più tornato. Non aveva mai parlato con tanta facilità come di fronte al piccolo primate che, per qualche gesto della mano o particolari luccichii degli occhi, sembrava capirlo. Quando poi la scimmietta si addormentava sulla stuoia che fungeva da scendiletto o sul cuscino sopra la sedia, Tullio s'inteneriva come un padre di fronte al sonno della sua bimba." (p 86). 

domenica 10 marzo 2013

Perché la letteratura attira meno delle altre arti?


La musica, il cinema, l'arte figurativa attirano molti più fan della letteratura; sono considerate arti più empatiche, più immediate, e sono più amate. La letteratura è più strettamente legata al logos (logos in greco = parola, ma anche pensiero, ragione).
Prima ci furono le immagini e i suoni. Un'immagine, un suono ci colpiscono subito; una parola richiede più tempo per essere decodificata. Anche quando, per esempio, in una pagina si rompono le dighe della razionalità e viene dato libero corso al flusso di coscienza, anche quando il controllo razionale pare meno evidente, la lettura presuppone il "penoso", "faticoso", talvolta addirittura lo "spinoso" processo del pensare. Si trovano a questo proposito diversi passi interessanti nel volume di Didier Anzieu, Il pensare. Dall'Io pelle all'Io pensante (Borla, Roma 1996). "Secondo la psicoanalisi il pensiero è un'azione differita. Lo scopo delle nostre azioni è il compimento dei nostri desideri e l'ottenimento di un piacere. L'azione è differita sino a quando non ci siano tutte le condizioni necessarie alla sua realizzazione. Pensare, significa subordinare il principio di piacere al principio di realtà: per questo è penoso pensare." (p 14).
Pensare, capire, leggere non sono immediati. Sono risultato di un differimento, di uno spazio vuoto.

venerdì 8 marzo 2013

Donne nella crisi. Materiali.

Dieci domande e dieci risposte sulla campagna di solidarietà con le donne greche


Come nasce l’idea di una campagna di solidarietà?

In occasione del Social Forum Europeo di Firenze (8-11 novembre 2012), attiviste di reti internazionali si sono incontrate in un workshop sul tema degli effetti della crisi sulle donne. Dalla discussione è nata l’esigenza di unire le forze per far fronte alla dimensione europea dei problemi. A tutte è stato chiaro che il compito non è facile, anche per un’abitudine a pensare e a organizzarsi al solo livello nazionale. Non ci è sembrato tuttavia che la difficoltà dovesse indurre alla rinuncia. Abbiamo deciso quindi di cominciare con una campagna di solidarietà con le donne che sono in Europa nelle più gravi condizioni, non solo economiche ma anche politiche.
Lanceremo la campagna tra i giorni 8 e 17 marzo a partire da sette-otto città. Sonia Mitralia, fondatrice della Marcia Mondiale delle Donne greca, attivista dei movimenti contro il razzismo e che fa attualmente parte del Comitato per l’Annullamento dei Debiti del Terzo Mondo (CADTM), si recherà in ciascuna di queste città a raccontare ciò che avviene nel suo paese. In questa occasione e nei mesi successivi verranno raccolti fondi da inviare ai medici volontari che in un quartiere della periferia di Atene, in una caserma occupata (Ellenikòn), curano persone private della possibilità di accesso al sistema sanitario. A Firenze Sonia ci ha raccontato che moltissime donne hanno perso l’assistenza medica al parto e che un cesareo costa più o meno tre salari minimi. Niente soldi, niente cesareo…Ci è sembrato davvero mostruoso…

venerdì 1 marzo 2013

La trilogia in fiamme


Ho partecipato all'acquisto di alcuni libri in vendita solidale seguita all'incendio doloso che ha avuto come oggetto, nella notte fra il 30 e il 31 dicembre 2012 a Pavia, la casa dell'editore giornalista scrittore Giovanni Giovannetti. Nel rogo sono andati in fumo molti libri del magazzino. Quell'incendio secondo gli inquirenti è da mettere in relazione con altre azioni intimidatorie compiute nell'ultimo periodo ai danni di attivisti politici che si battono contro la criminalità organizzata, la speculazione edilizia e il consumo del territorio nell'area pavese e lombarda.
Uno dei libri bruciacchiati, salvati e ritornati nel circolo delle letture grazie all'iniziativa della vendita solidale, è Accusata di Mariella Mehr (Effigie, Milano 2008), autrice svizzera d'origine zingara dalla vita travagliata e traumatica. Nella prima infanzia fu infatti strappata alla madre e affidata a famiglie diverse e orfanotrofi, per via di una legge tesa alla sedentarizzazione forzata che restò in vigore in Svizzera fra il 1926 e il 1972. Ci troviamo di fronte a un'autrice che è stata traumatizzata e psichiatrizzata.
Per combinazione, questo libro parla di una piromane, di una psicotica che fa il resoconto dei suoi delitti a un giudice istruttore e ad altri carcerieri/carceriere. Un monologo talvolta frastagliato che in alcune parti drammatiche diventa flusso di coscienza senza punteggiatura, altrove, seppur raramente, puro delirio.

martedì 19 febbraio 2013

Quando le donne salirono sui tetti (II)


Intervista di Roberta Salardi a Graziella Monacelli, delegata RSU dei lavoratori dell’ospedale San Raffaele di Milano

R Graziella, dimmi qualcosa di te…
G Sono un’operatrice sociosanitaria, madre di Sara, sedici anni, e Ivan, tredici. Vivo con loro ma supportata dal loro papà che devo dire una persona davvero eccezionale.

R Tu sei una delle due coraggiose rappresentanti dei lavoratori salita sul tetto dell’ospedale per due giorni fra il 28 e il 30 novembre 2012. Come nacque questa decisione.
G Stavamo vivendo una situazione dove il padrone riempiva la scena e c’era bisogno che l’attenzione calasse sulle ragioni della nostra lotta.

venerdì 15 febbraio 2013

Quando le donne salirono sui tetti...


Intervista di Rosa Calderazzi (Donne nella crisi) a Margherita Napoletano, rappresentante sindacale che ha partecipato e coordinato insieme con altre la lotta contro i tagli all’ospedale San Raffaele di Milano

R Margherita, descrivici la situazione attuale, dopo l’esito del referendum.
M Dopo la vittoria del NO (1365 No contro 1110 SI) e quindi la mancata firma dell’accordo, la direzione ha centoventi giorni di tempo per far partire le lettere di licenziamento. Ricordo comunque che l’accordo non revocava i licenziamenti. Intanto l’azienda sta cercando di riorganizzare i reparti per diminuire il personale, già carente, e sta decurtando gli stipendi con il taglio dei compensi accessori.

R A proposito del referendum, non è facile in questa fase che i lavoratori decidano di respingere un accordo…
M L’accordo è stato respinto perché non offriva garanzie su niente, nemmeno sui 244 licenziamenti, e in più avrebbe legato le mani al sindacato che, con una firma di accettazione, avrebbe perso credibilità e ruolo. Però l’esito non era scontato in presenza di una campagna dell’azienda fondata sul passaparola, attraverso i capisala, i direttori eccetera, e mediatica (è stato persino distribuito un falso volantino sindacale) per far accettare l’accordo. Devo dire che i lavoratori in maggioranza hanno dimostrato intelligenza e maturità.

domenica 10 febbraio 2013

Poesia di Margherita

Vorrei rimanere nel tempo
agave incolta
avvinghiata a questa terra.

Le anime ritorte degli ulivi al vento
schiudono a raggera
in polverose carezze
ritagli di cielo e di astri.

E stesa su questo prato d'agosto vorrei essere gioia di vivere.
S'incendia il bosco
di aghi secchi,
- di ginestre solari -
e dalle grate arboree degli ulivi
filtra una tenera luce
che accende le pietre
come schegge di ghiaccio
contro il cielo.

- E ritorna il sapore della vita -

Il giorno
in larghi voli e assonnati cicalecci
si perde nel mare.


Poesia raccolta da Eugenio Borgna nel corso dei suoi studi sulla schizofrenia e contenuta nel volume Nei luoghi perduti della follia, Feltrinelli, Milano 2008


venerdì 8 febbraio 2013

E' uscito il Sillabario sulla scuola di Tq

A mio parere circa un anno fa non mancavano del tutto le energie affinché generazione Tq producesse anche opere del tipo: reportage narrativi, un'antologia, qualche esperienza vissuta e narrata inerente alla lotta No Tav. Oppure, faccio un altro esempio relativo a una mia proposta, una raccolta di racconti (e altre scritture) sul tema apocalisse/utopia, come occasione per riprendere un argomento di grande interesse, l'utopia, in un periodo storico di crisi. Oppure, altra ipotesi formulata in una mia riflessione sul sito di generazione Tq: un lavoro, ovviamente tutto da progettare e organizzare collettivamente, ispirato all'Isola dei cassintegrati, in cui mi sembravano felicemente combinati l'elemento artistico, l'elemento ideologico e la componente di solidarietà con una lotta in corso per la difesa del posto di lavoro (cfr l'articolo su questo blog dal titolo "Pensiero-e-azione").
Forse mi ero lasciata eccessivamente condizionare dal mito di una scrittura collettiva, di una condivisione politico-letteraria, ideologico-artistica, che è un mito d'altri tempi.
Infatti all'interno del gruppo era maggiormente condivisa una linea più saggistica (più saggia?), ponderata, compassata, che ha prodotto, fra le altre cose, un Sillabario sulla scuola  consultabile all'interno dell'ultimo numero di Alfabeta2 (febbraio 2013).

lunedì 28 gennaio 2013

Vis polemica


Mi si accusa da tutte le parti di essere troppo polemica. Capirei se vivessimo in un mondo in cui quasi tutto fila liscio o va per il meglio… E mi limito a dire: quasi tutto… Ma finché non sarà così, non vale la pena che si facciano sentire persone critiche, polemiche, dubbiose, puntigliose, combattive, bastian contrari, addirittura blasfeme e molto di più?

giovedì 24 gennaio 2013

Che mestiere fanno gli scrittori?


In alcuni casi è durato tutta la vita, trenta-quarant'anni; in altri magari solo pochi mesi poi è cambiato. Ma il lavoro spesso non è una libera scelta. Questi sono i mestieri che diversi scrittori hanno raccontato d'aver fatto per sbarcare il lunario o per mantenere sé e la famiglia: operaio, operaio emigrato, portiere, metronotte, trasportatore, cameriere. Appartenendo anch'essi al genere umano, condannato a guadagnarsi la vita col sudore della fronte, com'è noto, è capitato loro di svolgere anche mansioni umili, cosa che accade quotidianamente a miliardi di persone e si rivela utile a conoscere aspetti significativi dei rapporti umani, lo sfruttamento, l'ingiustizia sociale.
Il luogo di lavoro è il luogo in cui maggiormente si esprime la sopraffazione e lo sfruttamento.
Per non parlare dei colleghi… In genere hanno interiorizzato l'imperativo dominante quindi si mostrano indifferenti, malevoli o persecutori se contesti qualcosa e ti opponi alla volontà dell'azienda. Il diverso in ogni caso è isolato e respinto.
Devono succedere proprio cose eclatanti per mutare la situazione e almeno far nascere la solidarietà.


martedì 22 gennaio 2013

Grecia: restare vivi ma come?


 Intervista a due donne residenti in Grecia di Zoé Varier (France Inter)

Marie Laure
E’ un’interprete francese che vive e lavora da vent’anni nel nord della Grecia.

ZV - Mi può spiegare in che modo la sua vita è cambiata da quando il Paese è sotto sorveglianza finanziaria?
M - Praticamente da un punto di vista finanziario non sono mai stata ricca, non avevo  un bel conto in banca e così sono stata colpita più duramente e più rapidamente di altri. Le condizioni di lavoro sono peggiorate e i salari sono diminuiti.
ZV - E’ successo a lei direttamente?
M - Sì, mi hanno proposto, per mantenere il mio posto di lavoro in azienda, di inquadrarmi come operaia, con qualificazione zero e salario corrispondente, mentre prima lavoravo come assistente all’export, un posto qualificato che richiedeva la conoscenza di più lingue. Risultato: lavoro ora a metà del mio salario precedente.
ZV - Quanto guadagna ora?
M - All’inizio della mia carriera prendevo 1.400 euro e adesso ne prendo 780.
ZV - Da un giorno all’altro?
M - Sì.
ZV - E qual è la sua qualifica?
M - Ho un alto profilo: due lauree e vari certificati di lingua.

domenica 20 gennaio 2013

Ex cavalieri, ex viaggiatori, ex flaneur


Che cosa è diventato il cavaliere in cerca d'avventure nella narrativa contemporanea? Il vagabondo beckettiano, il relitto umano che si sposta con le  stampelle o vive simbioticamente con i bidoni della spazzatura, l'alcolizzato disperato, lo scarto sociale.
Caduti i miti e le possibilità stesse del grande viaggio, in un pianeta diventato villaggio globale, della meravigliosa avventura, della quete più o meno mistica, della ricerca del Graal; divenuto sempre più raro l'atteggiamento non meno affascinante del flaneur, il passeggiatore rilassato e solitario, scopritore di piccole epifanie nella realtà quotidiana; resistono gli inquieti divoratori di strade cittadine vuote e notturne, gli emarginati dormienti sulle panchine dei giardinetti, le mosche da bar (mi scuso per flaneur senz'accento circonflesso).
L'uomo che dorme di Georges Perec (Un uomo che dorme, 1967, Quodlibet, Macerata 2009) si autoesclude dai rapporti sociali perché non li regge più. Sono troppo pesanti da sopportare: "Se solo l'appartenenza alla specie umana non fosse accompagnata da quest'insopportabile frastuono, se solo i pochi, ridicoli, passi avanti compiuti nel regno animale non si dovessero pagare con questa perpetua indigestione di parole, progetti, grandi partenze. Ma il prezzo è troppo salato per due pollici opponibili, una stazione eretta e una non completa rotazione della testa sulle spalle, questo gran calderone, questa fornace, questa graticola che chiamiamo vita, questi miliardi di intimazioni, incitamenti, moniti, esaltazioni e disperazioni, questo mare di obblighi a non finire, quest'eterna macchina per produrre, macinare, scialacquare, trionfare su ogni insidia e ricominciare da capo, questo dolce terrore che vuole regolare ogni giorno e ogni ora della tua esile esistenza!" (pp 44-45). 

mercoledì 16 gennaio 2013

Gli italiani sono fascisti?


Torna carsicamente una vecchia questione: il popolo italiano è intrinsecamente fascista? Aldo Busi parla di "cattofascismo". Marco Rovelli asserisce su Facebook di aver constatato l'esistenza di un incredibile spirito di sottomissione nei confronti dell'autorità diffuso ovunque fra gli italiani, sia a destra che a sinistra. E' una convinzione, questa, che ho udito affermare con amarezza perfino nelle sedi di Rifondazione comunista. E secondo la mia esperienza c'è del vero. Un fenomeno, che oserei quasi chiamare "culto del capo", l'ho osservato nei luoghi di lavoro. Dev'essere qualcosa che ha a che fare con l'educazione, con l'importanza dell'obbedienza, quindi in ultima istanza con l'amore per i genitori. Quasi che a essere stati figli non si possa diventare niente di diverso, si debba rimanere figli fino alla fine. Un problema diffuso in tutto il mondo, se queste sono le premesse psicologiche. Ritorniamo al discorso più volte citato dell'infantilismo coltivato ad hoc da un potere persistente, quasi inamovibile, di stampo feudale e con maggior forza persuasiva dai più giovani, pimpanti, galvanizzati mass media cantori del capitalismo (rimando ai testi di Jean Baudrillard cui si fa riferimento su questo blog nell'articolo "Re mago re o re maschera?"). In Italia probabilmente è accentuato dall'immobilismo sociale, dal forte divario economico, dal carattere ingessato, patriarcale che conservano certi ambiti (sistema universitario, libere professioni trasmesse di padre in figlio, prassi della raccomandazione ecc.). 

lunedì 14 gennaio 2013

Aristocrazia, oligarchia, democrazia nella Repubblica delle lettere

Che la Repubblica delle lettere sia un'aristocrazia non v'è dubbio; molto difficile metterlo in discussione (una democrazia non può essere perché la società è divisa in classi e non tutti hanno lo stesso accesso alla conoscenza, le medesime possibilità di sviluppare i propri talenti eccetera eccetera). Il governo dei migliori, cioè la loro capacità creativa o critica, è avallato dalla qualità dei testi prodotti e dal solido legame dimostrato col passato. Perché in sostanza la selezione dei migliori dovrebbe avvenire in base al confronto col passato (quale altra pietra di paragone abbiamo se non il passato?): se un autore si dimostra all'altezza di questo confronto, può dialogare coi suoi pari, altrimenti no).
Quando però la selezione avviene in un circolo vizioso anziché virtuoso, cioè non avviene sulla base di criteri qualitativi (seppure rivedibili e discutibili nel tempo) ma su altri criteri più legati alla convenienza, alle alleanze, allo scambio di favori… in questo caso i migliori non saranno i migliori e la Repubblica avrà il carattere odioso dell'oligarchia.
Al giorno d'oggi non so se qualcuno legga ancora libri. Il pubblico sembra più interessato ai personaggi, meglio se televisivi, che al testo prodotto; alle personalità degli autori che agli scritti in sé. Persino dei premi Nobel molte volte si sente più parlare per quello che hanno fatto che per quello che hanno scritto, per la loro encomiabile militanza, per il ruolo simbolico che hanno rivestito, piuttosto che per l'eccezionalità dello stile. Persino quando nascono le grandi querelle letterarie il conflitto sembra innescato più da una questione etica che specificamente relativa all'arte. Come se alla fine fossero i rapporti umani quello che conta più di ogni altra cosa.

venerdì 11 gennaio 2013

Oppure trama come scambio di sguardi...

I romanzi sono costruzioni psicologiche, rapporti fra personaggi o, nei casi limite, dialoghi dell'autore con se stesso. Oggi va molto di moda l'autobiografia o l'autofiction o il romanzo della propria formazione, del proprio (difficile) successo, in una società che ha fatto del singolo individuo e del successo un ottimo cardine intorno a cui ruotare. Io preferisco le trame tramate, anche con buchi o smagliature, anche con perdita di fili nei vari labirinti, ma in cui compaiano gli altri, in cui s'incontrino i vari, i molti, i diversi. Nemmeno nel genere autobiografico manca l'incontro del singolo con gli altri, beninteso, ma uno degli elementi che più mi affascina nella narrativa è proprio la tensione proiettiva o immaginativa, che più si distacca dai meri dati di fatto. Quindi una distanza, quanto maggiore possibile, dal vissuto dell'autore.
Per analogia, non ho voluto che questo sito fosse semplicemente un diario pubblico delle mie personali disavventure, ma una raccolta di voci (anche di esordienti, di emarginati, di esclusi) in materia di rapporto fra letteratura e società.