domenica 1 luglio 2018

Trame forti

Per fortuna non esiste soltanto lo storytelling convenzionale, privo di sostanza. Capita ancora d'imbattersi in storie che hanno una loro ragion d'essere.
Dopo aver letto alcuni romanzi di scrittrici contemporanee (per citarne alcuni, La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby del 2003, Accabadora di Michela Murgia del 2009, L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio del 2017) mi sono sentita riconfortata. La trama è densa e profonda; s'intuisce che viene da un'esperienza provata o sentita molto vicina, non raccontata così per dire, tanto per vendere pagine. Queste narrazioni dimostrano una loro necessità. Chiamiamolo nucleo emotivo, chiamiamolo pathos: qui qualcosa da dire c'era e premeva.
Una trama forte è diversa dal semplice storytelling d'intrattenimento. Uno delle ragioni è non sminuisce i grandi temi della morte, dei sentimenti, della malattia. Riesce a porsi al livello dei suoi argomenti.
Grazie Simonetta, Michela e Donatella, di averci donato figure vive e interiormente ricche come la Mennulara, e Adriana, la sorella dell'Arminuta, o dell'antica sapienza dell'Accabadora, ultima madre. 


venerdì 22 giugno 2018

Lettura di una poesia di Christian Tito

Dalla raccolta Ai nuovi nati, Fiori di Torchio, Seregno 2016

Ho tolto il relitto dal giardino, mamma
impediva all'erba di crescere

questa è la mia casa
qui ci sono i miei figli

ho aperto il cancello e l'ho lasciato andare

E' difficile costruire un cancello,sai?
Ancora più che metterci dietro una casa
che sia la tua casa

senza lavoro non c'è mutuo
ma per questa mia casa
c'è voluto un muto lavoro

è stato quello
che mi ha insegnato a parlare.



La poesia nasce da un momento di sollievo perché l'io del poeta pare essersi liberato di un peso: il relitto che impediva addirittura all'erba di crescere non c'è più, l'io narrante ha forse trovato il modo di metterlo fuori dal cancello ("lasciato andare" è ben detto poiché allude anche a una vita e volontà propria che il relitto ancora possiede). 
Il cancello inizialmente viene mostrato aperto, ma nei versi successivi la situazione sembra ribaltata: il cancello acquista valore per la sua funzione difensiva per casa e figli (il relitto potrebbe anche tornare indietro? qualche altra minaccia potrebbe profilarsi all'orizzonte?). Il cancello passa in primo piano rispetto alla casa stessa, il che fa pensare che la posizione difensiva per l'autore sia molto importante, insomma sia la sua posizione, con un cancello difficile da costruire, una difesa che gli si presenta difficile giorno per giorno.
La poesia aperta dalla leggerezza di quel cancello che si apre e di quella cosa pesante in giardino che esce come in volo, nella seconda parte è piegata da un senso di pesantezza, veicolato dal tema del lavoro, del mutuo, delle fatiche quotidiane.

La chiusa rimanda a una saggezza che il protagonista evidentemente dimostra aver acquisito nel corso di una vita carica di fardelli (il lavoro "muto", che non si lascia sfuggire proteste ma tira avanti in silenzio per tesaurizzare energie; il mutuo, che è un'ipoteca sull'avvenire, un vincolo destinato a durare; quel relitto non meglio identificato che appare all'inizio ma getta la sua ombra sull'intero componimento).* L'unico elemento di forza, l'unica difesa che alla fine pare trovata dall'autore è la parola, che si libera e libera, si libra al di sopra della pesantezza del vivere.


* Un richiamo a un altro episodio di mutismo, quello di Giona nella Bibbia, commentato da Paul Auster: a un certo punto Giona si rifiuta di parlare ("Ora la parola del Signore discese su Giona... Ma Giona si alzò e fuggì dalla presenza del Signore"); nella fuga viene inghiottito da una balena. "... colui che ricerca la solitudine ricerca il silenzio; colui che non parla è solo; solo, fino alla morte stessa (...) Apprendiamo che Giona rimase nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti (...) ossia i tre giorni in cui un uomo resta nella sua tomba prima che il corpo si distrugga e quando infine il pesce vomita Giona sulla terraferma, egli è reso alla vita, come se la morte che ha trovato nel ventre dell'animale fosse una preparazione a una vita nuova, una vita che è transitata attraverso la morte, e che dunque alla fine può parlare. Perché è la morte che sgomentandolo gli ha dischiuso le labbra." (L'invenzione della solitudine, Einaudi, Torino 2015, pagg 125-126). In questa poesia di Christian Tito la prova difficile, il passaggio nel regno della morte è dato dall'esperienza lavorativa.


domenica 10 giugno 2018

Il "Ventriloquio" è un geranio

Il mio "Ventriloquio della crisi" somiglia a un geranio, fiore celebrato da Quasimodo. Umile, ma resistente e tenace, forse simbolo di un ottimismo della volontà.

martedì 15 maggio 2018

Una poesia di Mariano Baino

otto jazz club

jazz - o la nota che non c'entra niente
con la nota di prima e quella di dopo.
fa un riff il gatto, arriffa pure il topo,
botta e risposta, permanentemente.

raddoppi cambi intoppi della mente,
il senso del silenzio il corpo il nodo
di note sottintese, il senza scopo
di quell'attacco uscito rilucente

dal nulla - ostico jazz, arcimagìa
dal pianoforte, a sprizzo, in una scia
assurda e blu di tromba, che perdura

- sa il sax una gentile scortesia,
respiro circolare e un'eresia
che vuole il mondo vivo a dismisura.

(dalla raccolta Prova d'inchiostro e altri sonetti, Aragno, Torino 2017)

venerdì 20 aprile 2018

Chi balla sul tetto con le infermiere?

Brano tratto da Ventriloquio della crisi pubblicato su Nazione Indiana


"Ragazzi, volete sapere l'ultima?"
"Be'… ragazzi… adesso non esageriamo…."
"La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto! Stanno protestando contro le minacce di licenziamento!"
"Stai scherzando? Qualcuno ha parlato di licenziamenti?"
"Sì. Girava voce di prossimi tagli del personale."
"Non si sapeva quando però… Era un'ipotesi…"
"Recentemente è diventata più chiara, è stata formalmente espressa dall'azienda."
"Aspetta aspetta… Sono salite sul tetto con gli zoccoli e tutto, proprio con la divisa e le scarpe da infermiere?"
"Ma perché t'interessa?"
"Così… mi sembra piuttosto scomodo…"
"Sono salite con giacca a vento, sciarpe, cappelli per il freddo e addirittura delle piccole tende da campeggio perché hanno intenzione di dormire lì…"
"Che forza!"
"Una di loro è Graziella, la conosco. E' sola con due figli da mantenere. Ancora adolescenti. L'unico stipendio è il suo; sarebbe un grosso problema per lei restare improvvisamente senza lavoro…"
"Un'altra è Margherita, la conoscete? Ha quattro figli e un marito in cassintegrazione."
"Il coraggio ti viene per forza in certi casi."
"Sapete che vi dico? Dobbiamo aiutarle!"
"Dobbiamo armarci di forza e coraggio e andare anche noi sul tetto a portare la nostra solidarietà!"
"Forse è la volta buona che si torna giovani…"
"Mi sento già scorrere altro sangue nelle vene…"
"Saliamo, saliamo!"
"Andiamo a vedere!"
"Uniamoci alla lotta!"
"Andiamo a vedere chi c'è!"

Le donne salivano sui tetti, i quasi-pensionati e i cassintegrati restavano sospesi a mezz'aria, in spaccata, da una situazione all'altra… Tutta quell'aria fresca aveva schiarito le idee. Le idee erano molto più chiare adesso, e anche i progetti.
"Ma che dici? Questo è solo un chiacchiericcio, cicaleccio, ventriloquio collettivo, scilinguagnolo, scioglilingua… blablabla… parole vuote… tutto fumo e niente arrosto… Qua non si combina niente…"
"Ma che vuoi combinare?"
"Questo lo dici tu, che non si combina niente… Ragazzi, andiamo!"
"Andiamo a portare la nostra solidarietà!"
"Il nostro aiuto!"
"Siamo qui! Ci siamo anche noi!"
Qualcuno si era portato anche la bandiera, ma quella coi pesci, con tanti pesci piccoli che mangiano il pesce grosso.

giovedì 5 aprile 2018

Maschilismo o nepotismo?

Naomi Alderman in Ragazze elettriche deve inventarsi un superpotere femminile da supereroine dei fumetti per rappresentare un mondo dove le donne siano dominanti. Per una sorta di mutazione genetica donne dell'intero pianeta e di tutti gli strati sociali si trovano arricchite di una capacità fisica che permette loro di difendersi da stupratori, molestatori e oppressori vari con semplici scariche elettriche. Dotate di questa nuova potenzialità gruppi di donne, nuove amazzoni, riescono persino ad affrontare eserciti e a ribaltare il rapporto fra i sessi, caratterizzato per migliaia e migliaia di anni con varie sfumature dal dominio maschile.
Romanzo pubblicato in Gran Bretagna nel 2016, in Italia nel 2017 (Nottetempo, Milano), che cosa lascia intendere dell'ambito sociale di cui è frutto?
Sicuramente un forte desiderio di rivalsa. Nonostante i diffusi diritti civili e lo sviluppo della libertà di costumi delle metropoli postmoderne, s'intuiscono dinamiche psicologiche ancora classiche e arcaiche in cui per esempio la violenza e le molestie sessuali sono all'ordine del giorno, più o meno sotto gli occhi di tutti; in cui i dirigenti amministrativi e aziendali fanno la voce grossa e tengono al loro posto le dirigenti e le collaboratrici, anche quando queste manifestano idee brillanti, e così via: comportamenti cui siamo abituati a tal punto da non fare notizia, salvo divenire oggetto di una denuncia virale e globale con Metoo nel 2017. A suscitare le ondate di protesta degli ultimi due anni anche la crisi economica senz'altro ha avuto la sua parte, determinando un peggioramento della condizione della donna e un acuirsi del senso di sconfitta nonostante le conquiste del passato, arretramento reso più drammatico da quel fenomeno così esteso in alcune aree dell'Europa e dell'America latina da meritare una denominazione precisa: femminicidio.

giovedì 22 marzo 2018

Una poesia di Mara Cantoni

Come un gatto immaginario

Vivo con un gatto immaginario
abbiamo un linguaggio singolare
e un modo di guardarci semiserio
che è insieme distratto e puntuale

Il nostro benessere felino
ha un che di relativo e d'infinito
si irradia da un piccolo cuscino
si installa nel centro di un tappeto

Passiamo del tempo alla finestra
guardando curiosi le persone
e tutto quel frou-frou che ci si mostra
nella sua disordinata confusione

Abbiamo un ritmo nostro differente
che molti non riescono a capire
e il senso fatalista ma presente
di un essere antico e in divenire

Al sole siamo grati enormemente
per quella sua carezza luminosa
che scalda e quasi ci addormenta
facendoci sapienti d'ogni cosa

Talvolta ci perdiamo in una zuffa
se è il caso ci lecchiamo le ferite
non è che un po' di pelo che si arruffa
(si dice che abbiamo molte vite)

Così filosofando lietamente
tra noi o tra di me (che poi è uguale)
diventa più fatato l'orizzonte
vivo come un gatto e non è male


Progetto artisti per la salute, a cura di Marco Maiocchi, Facoltà del Design, Politecnico di Milano, in collaborazione con l'Istituto dei Tumori, Milano 2010. Questa poesia scritta su tele di Mara Cantoni è esposta in una sala del Centro Tumori.

Una poesia di Sara Ventroni

La sommersione

Il nuovo sentimento nazionale è la concordia.
Dopo le piccole ambizioni, dopo i colori accesi
dei canali commerciali
salutiamo la costa e ci inchiniamo
alla vita che resta
anche senza di noi.

Ci affidiamo alle regole degli abissi calmi.
Indossiamo cravatta e scarpe buone.
Riposiamo sul fondale. Non ci disturba
più nessuno, e niente ci disgusta.


Poesia in copertina della raccolta La sommersione, Aragno, Torino, 2016

mercoledì 21 marzo 2018

Differenza fra romanzi e racconti

Scrivere un romanzo è come aver trovato casa; scrivendo racconti la si sta ancora cercando.

domenica 18 febbraio 2018

Cellulari contro libri

Spesso ci si chiede come mai telefonini e smartphone abbiano avuto un impatto così negativo sulla carta stampata, al punto che siamo costretti a riconoscere con amarezza che ormai tutti i passeggeri di metrò, treni, mezzi pubblici, nonché i passanti per le strade, hanno gli occhi fissi sul loro proprio telefono portatile, divenuto l'oggetto d'intrattenimento principe, con cui si può giocare in modi svariati in ogni momento, o più semplicemente sono occupati in una lunga telefonata, mentre è raro trovare qualcuno che sfogli un giornale o sia immerso fra le pagine di un libro. Uno dei motivi è certamente il condizionamento mediatico. Ma non può venire del tutto rimosso il ricordo culturale di lontane diatribe a proposito di parola scritta e parola orale, laddove vinceva pienamente l'oralità. Non è il caso tuttavia di scomodare Platone o antiche questioni filosofico-religiose legate al tema della voce. Per la grande quantità della popolazione globale vince comunque l'oralità perché è immediata, spontanea, meno intrecciata all'istruzione e a percorsi culturali più complessi. Le voci, i suoni, i rumori, le immagini, reali o veicolate da quella propaggine multimediale che ormai teniamo tutti in tasca o in borsetta, costituiscono l'ambiente in cui l'uomo contemporaneo, autoctono o straniero che sia, si trova immerso. La parola scritta viene ignorata più facilmente di un segnale acustico o di una fonte luminosa, come dimostra per esempio la pubblicità televisiva che ha sostituito la cartellonistica laddove possibile, per esempio nelle stazioni ferroviarie e metropolitane. L'oralità si conferma più viva e attraente della lettera scritta, invece più associabile al passato, alla morte. E' più normale conversare con amici e parenti anche lontani, all'altro capo del mondo, oppure concentrarsi sulle parole scritte da un autore secoli fa e rivolte all'umanità futura o magari scritte da uno studioso riguardo a problemi attuali? Per quanto interesse possa avere la risoluzione di problemi che in varia misura ci circondano, il legame più forte resta quello con la voce parentale o amica, con la persona viva che si rivolge a noi. E tutto il contorno di pubblicità, distrazioni, informazioni e disinformazioni veicolato insieme con le voci amiche viene servito come su un piatto d'argento a distogliere da forme comunicative impostate su approfondimento, critica, riflessione. La presenza viva degli affetti trascina il suo strascico di caos e distrazioni. I libri non sono neanche più acquistati dal pubblico delle letture di poesia.
Potrebbe essere che la civiltà della scrittura per un certo periodo torni a essere latente, dimenticata, trascurata.

mercoledì 13 dicembre 2017

Petrovic di Underground, uno scrittore che non scrive ma ascolta

Ci troviamo fra i numerosi corridoi intersecantesi di una grande casalbergo alla periferia di Mosca negli anni di transizione fra il passato sovietico e la Perestrojka, in un periodo di carenza abitativa e di passaggio alle privatizzazioni di spazi, come questo, fino ad allora almeno in parte considerato riparo per senzatetto e gente di passaggio: corridoi che, nella dilatazione della loro immagine, diventano immagine del mondo intero (p 28). “Attualmente ho il dono di percepire, anche attraverso le porte, l’odore robusto che si spande, che stilla dai fragranti metri abitativi e il viceversa debole, e ahimé effimero segnale, che dalla loro superficie promana la sostanza uomo. (…) Io li vedo. Li percepisco (i metri quadri) al di là del muro e della porta: avverto i loro odori.  Li aspiro e li riconosco. Odorosi metri abitativi, sono essi ormai a costituire per me il volto sfaccettato del mondo.” (p 30-31)
Il narratore-protagonista dal nome dimezzato, solo patronimico, Petrovic, di Underground ovvero un eroe del nostro tempo (traduzione italiana Jaca Book, Milano 2012), capolavoro dell’autore russo Vladimir Makanin recentemente scomparso, è uno scrittore che ha smesso di scrivere non essendo mai stato pubblicato, ritiratosi ai margini della società come semialcolizzato clochard filosofo, che sbarca il lunario rendendosi utile nella grande casalbergo in qualità di guardiano ora di questo ora di quell’appartamento lasciato vuoto temporaneamente dai proprietari. Nella sua posizione di saltuario custode, aiutante di anziani e donne sole in difficoltà, egli si guadagna il rispetto degli altri (salvo rischiare di perderlo in alcuni momenti critici delle privatizzazioni, quando abusivi e senzacasa fino ad allora tollerati vengono buttati fuori): “Il mio status riconosciuto di guardiano già mi trasformava; in particolare il viso e l’andatura. (Proprio allora ho cominciato a percorrere i corridoi a passo lento, misurato, tenendo le mani in tasca). Curiosamente, a partire dal momento in cui mi sono scoperto guardiano e qualificato come tale, la gente ai vari piani della casalbergo ha cominciato a considerarmi scrittore. Come spiegarlo? Qualcosa è scattato in loro (nei loro cervelli). Ormai ai loro occhi ero lo Scrittore, vivevo da Scrittore. Eppure sapevano e vedevano che non scrivevo una riga. A quanto pare uno scrittore poteva farne a meno.” (p 190).