giovedì 7 febbraio 2019

Conversazione con Ezio Sinigaglia

Salardi: All’inizio si pone una questione di metodo. “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua.”: così l’incipit di Eclissi (Nutrimenti, Roma 2016, pag 7). Allo stesso modo si potrebbe ipotizzare che Il pantarèi (ora riproposto da TerraRossa edizioni, Bari 2019, a quasi trentacinque anni dalla prima edizione – SPS-Sapiens, Milano 1985) punti all’oscurità, alla complessità tipiche dei maggiori romanzi del Novecento, per cogliervi un’indicazione su come proseguire il lavoro in questo che diviene un genere completamente diverso nel secolo che ci precede: a pag 65 del Pantarèi si osserva che il romanzo era sempre stato nei secoli “il genere letterario ‘leggero’, nel quale tradizionalmente i valori del mythos (i fatti, l’azione, l’avventura, le fortune, le catastrofi) prevalgono su quelli dell’ethos (la sfera morale dell’uomo, e dunque il pensiero, il cuore, l’intelletto). Le innovazioni tecniche di cui si è parlato sono tali da ribaltare completamente questo rapporto: nei romanzi del ’900 i fatti sono generalmente ben poca cosa, ciò che conta è il libero serpeggiare della coscienza intorno ad essi. Il romanzo viene ad assumere quasi un aspetto ‘saggistico’ che gli era prima completamente estraneo. Diviene, insomma, un nuovo genere letterario”. L’excursus saggistico sulla prosa più innovativa del secolo breve mira a ricavare un orientamento addentrandosi nell’analisi e talora nel calco degli stili più densi e ricchi che ci siano stati lasciati in eredità. Si fa tesoro qui della scoperta proustiana (o freudiana o sveviana) secondo la quale è inutile affrontare direttamente il vero poiché ci sfugge, viene rimosso e misconosciuto. Occorre aspettare che la memoria involontaria ci venga in aiuto, aspettare l’attimo rivelatore. Allontanarsi dalle abitudini, dai doveri, dalle frequentazioni quotidiane per permettere che emergano verità profonde su noi stessi altrimenti offuscate, nascoste dalle urgenze e dai condizionamenti che inghiottono la nostra vita togliendole senso, per quanto riguarda il personaggio di Akron nell’Eclissi; allontanarsi dalle convenzioni e immergersi negli stili che hanno senso per noi, aspettando che la propria voce emerga, pungolata dalle emozioni e dagli accadimenti, per quanto riguarda l’aspirante scrittore…


Sinigaglia: Non è certo arbitrario questo parallelo metodologico o, se vogliamo, progettuale fra i miei due soli romanzi finora pubblicati. In più di un’occasione ho lasciato capire che l’incipit di Eclissi, “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce”, appeso lassù in cima alla prima pagina come un esergo, è anche una dichiarazione d’intenti, una promessa fatta al lettore più attento, o viceversa un monito rivolto a quello più frettoloso e meno disposto all’avventura. In questo senso, dunque, il progetto di Akron, il protagonista, coincide con il progetto dell’autore, ed è quindi lecito ipotizzare che non si tratti di un progetto isolato, ma che per l’autore scrivere voglia dire proprio questo: tuffarsi nelle tenebre per sfruttare la sorprendente potenza che una flebile luce può assumere quando è circondata dall’oscurità più totale. Perché naturalmente la luce che noi (intendo noi poveri artigiani della scrittura, che non osiamo più nemmeno chiamarci artisti), la luce che noi, dicevo, nella migliore delle ipotesi, riusciamo ad accendere è una fiammella davvero minuscola, come quella di un cerino, e dunque può essere di qualche utilità soltanto nelle tenebre assolute. Ma non credo che questo principio, nel quale adesso – a settant’anni – mi sembra condensarsi il segreto stesso della letteratura, mi fosse così chiaro a ventott’anni, quando concepii il progetto del Pantarèi e mi accinsi a realizzarlo. Il mio movente di allora era piuttosto, come ho cercato di chiarire nella Prefazione a questa seconda edizione, l’ambizione di dimostrare che il romanzo non era affatto morto. Certo, per realizzare un simile progetto era necessario calarsi a fondo dentro la vicenda del romanzo del Novecento e aprirsi una strada fra i cespugli dei suoi apparenti paradossi fino a trovare un filo di coerenza da seguire. Il che equivale forse a dire che occorreva inabissarsi nell’oscurità fino a cogliervi una piccola luce. Di questo però non ero consapevole a quei tempi: credo di essermi lasciato guidare dall’istinto o, se preferisce, dalla mia passione di lettore, che era già forte e consolidata, e dalla mia vocazione di scrittore, che cominciava ormai a palpitarmi sottopelle. In fondo il progetto del Pantarèi è nato nella mente di un ragazzo che, fino ad allora, aveva avuto della letteratura un’esperienza esclusivamente passiva: una mente ingenua e avventata, anche se provvidenzialmente armata di senso critico e ironia. Eppure questo romanzo si colloca così armoniosamente all’inizio del mio percorso, lungo e accidentato, di scrittore, che si direbbe un esordio studiato a posteriori

Salardi: A pagina 98 del Pantarèi in un momento di esaltazione il narratore protagonista leva una preghiera a padre Joyce: “Lode a te, organismo uno e trino. Gloria al padre intelletto, al cuore figlio e alla santa spiritualità del corpaccio nostro gaudente e dolente. Padre Joyce che sei nei cieli, posa i tuoi occhi sofferenti su di noi, proteggi il tuo umile servo Stern, che elevando oggi a te l’ammirato canto della sua devozione ha guadagnato il pane suo quotidiano con il sudore benedetto della fronte sua. Proteggilo, e tieni lontana da lui ogni tentazione, ma sopra tutte quella rovinosa della letteratura, che Satana con le sue arti malefiche tenta già di insinuargli nel petto. Scrolla via dal capo del tuo umile servo, o padre James, il peccato orribile della superbia. Ricordagli che, come tu hai stabilito, non vi sarà altro romanzo dopo di te. Amen.” Se non bastasse questa dichiarazione di poetica, Il pantarèi si dimostra nel complesso joyciano: molte sono le parti di flusso di coscienza, le variazioni stilistiche di capitolo in capitolo, i giochi di parole, i termini-macedonia sintesi di più vocaboli, la radicale opposizione al linguaggio semplificato in auge dell’attuale industria editoriale. Nel romanzo successivo, Eclissi, è stata invece rintracciata da vari commentatori soprattutto l’influenza di Proust. Verso quali Maestri si sente in particolare debitore?

sabato 26 gennaio 2019

Bio in spiccioli

Ho voluto scrivere poco, considerati anche gli inediti. Ho voluto aspettare che le idee maturassero entrando in incubazione per un certo tempo, dimostrassero di resistere agli attacchi di forze contrarie, come distrazioni o pigrizia, ed eventualmente si arricchissero di nutrimenti vari prima di venire alla luce. Questo per una legge di natura, si potrebbe facilmente affermare: solo qualcosa che possiede una discreta carica libidica, una sua energia, può riuscire a vivere. Accanto a questa motivazione ne scorgo subito un'altra abbastanza aggressiva: ho evitato di soggiacere alla coazione a produrre tipica del meccanismo industriale che ci è familiare nonché a stampare qualunque frase o pensiero passasse per il capo come se un mondo di seguaci o amici facebook fosse sempre lì ad attendere montagne di parole vuote come oro colato. Mi è piaciuto essere libera di scrivere quel che volevo quando volevo. Ho svolto un lavoro impiegatizio in un altro campo, in cui avevo l'impressione di vendere capacità meno preziose per me di quanto non fosse la scrittura. Un sacrificio c'è sempre, perché la società chiede qualcosa in cambio di quello che offre. Si è arrivati a un accomodamento fra le mie ambizioni personali e le esigenze sociali così ho venduto buona parte del mio tempo per svolgere compiti abbastanza lontani dai miei interessi ma non del tutto alieni. Avrebbe potuto anche andar peggio e qualcuno in effetti è costretto a sacrifici ben maggiori dei miei per stare al mondo. Senza allargare troppo il discorso, resta il fatto che il lavoro è conflittuale e la conflittualità del lavoro non so se a qualcuno è risparmiata.
E' giusto comunque che uno scrittore/scrittrice, un/una artista faccia esperienza di questo aspetto importante della vita degli uomini nel loro stare insieme: il lavoro. Il quale, se regolamentato e opportunamente ridotto nei suoi tempi e ritmi, è comunque a mio parere migliore dell'ozio. L'ozio è molto vicino al vuoto e all'angoscia del nulla. A meno che non diventi otium filisoficum, che però è tutt'altra cosa, è studio; non mi pare paragonabile all'ozio vero e proprio.
Quindi, dovendo fare una scaletta: ozio peggio di lavoro; lavoro peggio di studio-ozio filosofico-arte. Ma l'arte è un privilegio, seppur pagato a caro prezzo, con la sua buona dose di sacrifici.

domenica 20 gennaio 2019

Conversazione con alcuni antispecisti

Fra gli oppressi oggi rientrano a pieno titolo anche gli animali e le piante. Il conflitto tra uomo e uomo, che sembra meno cruento nell’Occidente benestante o limitato ad aree circoscritte del pianeta o tenuto in qualche maniera a bassa intensità, si è spostato col suo enorme potenziale tecnico sulla natura, gravemente e pericolosamente depauperata. Sono drammatici, per esempio, i numeri relativi alla riduzione della biodiversità o alle macellazioni di animali d’allevamento, la cui alimentazione richiede taglio di foreste ed enorme quantità d’acqua, con pesanti conseguenze sulla vita vegetale, animale e umana.


Roberta: E’ da poco trascorso il Natale, festa religiosa trasformata in festa dei grandi consumi. In rapporto all’equilibrio delle forme viventi e delle risorse sul pianeta, quali consumi secondo voi dovremmo soprattutto contenere?
  
Ornella: E' il consumismo in sé,  pratica promossa dal capitalismo e dal neoliberismo, che dovremmo abbattere, Natale o meno.

Gigia: E il natale ne è l'apoteosi... ma direi soprattutto consumi alimentari, visto che periodi come questo sono caratterizzati dalle grandi abbuffate, e i soliti ne fanno le spese... 

Aldo: La domanda stessa è regressiva rispetto a quanto già è acquisito. Ogni antispecista sa già come regolarsi individualmente, ma sa anche che "normativizzare" e dare indicazioni a altri è praticamente inutile.

Ale: si dovrebbe iniziare a fare il contrario di quel che si fa di solito. Se a natale, invece di regalar oggetti, ognuno facesse un NON regalo (si facesse dare dall'amico un oggetto inutile di cui sbarazzarsi) ci accorgeremmo di quanta inutilità siamo circondati.

Fabio: A livello dei singoli andrebbe adottato uno stile di vita più “parco” riducendo il più possibile le spese superflue come, ad esempio, il cambio del telefonino ogni 6 mesi, comprare dei vestiti quando veramente servono, convertire i regali di Natale con versamenti ad associazioni che operano nel sociale o meglio animaliste impegnate a diffondere l’antispecismo e la tutela degli animali salvati e da salvare. Per quanto riguarda l’aspetto sociale più ampio, penso che il sistema non arretrerà di neanche un millimetro sulla scia d’imporre alla popolazione elevati consumi. Forse, un amministratore comunale “illuminato” potrebbe adottare politiche locali all’insegna del risparmio e della riduzione degli sprechi (dal problema dei rifiuti a quello delle sacche d’inefficienza, ecc…).


Roberta  Il movimento antispecista è intrecciato alla questione ambientale e all’emergenza inquinamento?

Ornella: Il movimento antispecista si dovrebbe muovere, in maniera intersezionale, per evidenziare e quindi analizzare i livelli di forza e di oppressione che riguardano lo sfruttamento e la presa antropocentrica  sui viventi e sulla terra. E' l'antropocentrismo la causa principale della devastazione ambientale e di messa a morte dei corpi che non contano.  

Gigia: Si può parlare di corpi e non del loro spazio vitale? 

Aldo: Se si parla di corpi è d'obbligo parlare dello spazio vitale. Quindi, direi di sì, ma forse bisognerebbe ripensare anche la questione ambientale secondo una prospettiva che non sia quella oggi diffusa.

Ale: Dipende da che punto di vista si guarda alla faccenda. Se si considera l'inquinamento causato dagli allevamenti intensivi innanzitutto un danno per l'ambiente (e non si considera principalmente la inimmaginabile sofferenza animale) la questione ambientale e l'inquinamento hanno poco o nulla a che fare con il movimento antispecista. Viceversa, se si considera la tragedia che gli animali subiscono nella distruzione degli habitat, il tema è centrale anche per l'antispecismo. 

Fabio: Purtroppo no e a mio avviso lo dovrebbe essere con molta forza e determinazione. Sembra che il movimento antispecismo in generale non colga lo stretto collegamento tra presenza (numerica e tecnologica) dell’essere umano sul pianeta terra, insieme agli altri viventi. Vuol dire cercare di mettere la nostra specie al nostro posto calcolando la capacità portante e osservando la nostra impronta ecologica, per determinare e decidere quali e quanti spazi utilizzare per la nostra specie e rimettere in discussione la riproduzione della nostra società con tutto ciò che essa comporta. Pur essendo antispecisti, alcuni, non colgono il loro stesso atteggiamento antropocentrico (frutto di millenni di educazione e insito nel nostro DNA); non si rendono ancora conto che una società pacificata ed in armonia con gli altri viventi, può realizzarsi solo attraverso pesanti trasformazioni sociali e, parallelamente, attraverso un rivolgimento interiore che gran parte di noi ancora non vogliono accettare.

mercoledì 12 dicembre 2018

Esempi di cammino sociale e turismo sostenibile

Intervista a Maria Luisa Guidi


Secondo il saggio sull'età del turismo di Marco d'Eramo Il selfie del mondo (Feltrinelli, Milano 2017) il turismo è la prima industria del pianeta nel secolo che stiamo vivendo. E' un'industria pesante che muove i capitali e le masse, produce ricchezza ma anche consumo di suolo e inquinamento.
Il cammino sociale o social walking può offrire un'alternativa a forme di turismo più distruttive. A questo proposito ho intervistato Maria Luisa Guidi, membro di Repubblica nomade e di altre associazioni, che ha attraversato a piedi anche vasti territori, lanciando in varie occasioni un messaggio ecologista, sociale e politico.

R  Ciao, Maria Luisa, a inizio estate hai fatto un lungo percorso a piedi con un gruppo di camminatori: dalla Puglia alla Bosnia attraverso la Grecìa salentina e la Grecia. Da dove siete partiti esattamente e dove siete arrivati?

M  Sono partita con la mia cara amica di Genova Laura Cignoli il 24 maggio 2018 con un treno notturno che da Milano Centrale ci ha depositato a Bari Centrale dove abbiamo incontrato un altro amico, Alberto Papi di Livorno. Ci siamo così incamminati sulla “Via Francigena del Sud” con l’obiettivo di arrivare a Lecce il 1° giugno per incontrare i compagni di Repubblica nomade, circa cinquanta persone, con i quali ci siamo recati, in treno, a Melpignano che è uno dei 9 comuni raggruppati nella Grecìa salentina, ossia il territorio nel quale si parla un dialetto denominato griko direttamente derivato dalla lingua greca ma scritto in caratteri latini. Abbiamo camminato per questo territorio visitando paesi e monumenti molto belli ed entrando in contatto con le realtà locali; me ne vengono in mente due: il Festival dell’inutile al Castello di Corigliano d’Otranto e la Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Abbiamo poi raggiunto a piedi la stupenda Lecce e da lì siamo andati in treno a Brindisi, dove alla sera del 4 giugno ci siamo imbarcati per il porto greco di Igoumenitsa, da dove abbiamo raggiunto Delphi, luogo d'inizio della parte greca del cammino. Qui, per per prima cosa, ci siamo recati all’impressionante sito archeologico, dove abbiamo interrogato l’oracolo ponendo questa domanda: che fine farà l’Europa? Da lì abbiamo camminato sino ad Atene passando in luoghi storici molto importanti, per esempio Tebe e Eleufesina. Il percorso è stato bellissimo, molto agreste e punteggiato da piccoli centri. Non è stato facile il contatto con le realtà locali soprattutto per le difficoltà linguistiche. Nei paesi agricoli più remoti gli abitanti erano soprattutto persone anziane, mentre una cosa che ho notato è stato il fatto che abbiamo incontrato diverse persone che parlavano l’italiano perché avevano fatto l’università in Italia (mi vengono in mente gli incontri con una farmacista, un veterinario e un medico). Siamo poi rimasti quattro giorni ad Atene, dove siamo stati ospitati in una chiesa armena in cui si dava asilo anche a dei rifugiati siriani. Quotidianamente abbiamo camminato attraverso la città recandoci in tre realtà nate e funzionanti a causa della crisi: l’hotel occupato City Plaza Atene, un ristorante solidale nei pressi dell’Università di Atene e l’ambulatorio sociale e solidale di Elleniko. 

R  All’arrivo in Bosnia che ricorrenza veniva celebrata?

mercoledì 28 novembre 2018

Una scrittrice ingiustamente dimenticata: Livia De Stefani

Caduta nel dimenticatoio per più di cinquant'anni, autrice di un racconto sperimentale fra i più riusciti del dopoguerra, Viaggio di una sconosciuta, mai ristampato fra il 1963 e il 2018, viene finalmente riscoperta dalle edizioni Cliquot con una raccolta di racconti e poesie che prende il nome appunto dal testo sunnominato (Roma 2018).
Scrive Giulia Caminito nell’introduzione che Livia De Stefani ha una scrittura “articolata e sperimentale” e “una capacità di usare la lingua e le immagini che ogni nuovo autore contemporaneo dovrebbe avere”.
Si tratta di un'autrice che ha il gusto di sperimentare e non lo fa astrattamente o freddamente come altri autori degli anni Sessanta bensì mettendosi in relazione empatica coi drammi umani, adeguando l'espressività o la duttilità della sintassi ai sentimenti forti di angoscia, disperazione, frustrazione, impotenza. Il viaggio della sconosciuta è una camminata per Roma di una diciottenne sedotta e abbandonata, che porta in una valigia per chilometri sotto il sole d'agosto, indebolita e mezzo dissanguata dal parto fatto in casa da sola di nascosto, il corpicino del bimbo che ha messo al mondo come "le pecore, le cavalle" e soffocato sul nascere. Al bimbo concepito con un bellimbusto arrogante che l'ha ingannata, offesa e umiliata fintanto che è rimasto con lei, si rivolge ancora dolcemente, fantasticando come avrebbe potuto essere. Riuscirà a liberarsi del peso della fatica e della colpa solo quando giungerà al fiume e s'inabisserà col suo piccino, "per non lasciarlo solo, in quel buio". Fino a quel momento non mancano spaventi, rimorsi, brutti ricordi di violenze subite quasi da tutte le persone che la circondavano. compresa il molestatore che la segue sperando di trarne qualche vantaggio sessuale, intuito il suo stato di grave difficoltà; poiché questi s'accorge che la ragazza non vuole mollare la valigia, l'accompagna e ricatta fino a che non riesce a ottenere un rapporto sessuale da lei che pure aveva cercato di allontanarlo in ogni modo. 
Nella narrazione si alternano a stretto giro di frase la prima e la terza persona, in uno scambio serrato che mette a fuoco ora l'interiorità alterata e confusa della protagonista ora il paesaggio urbano deserto sotto un sole schiacciante, le comparse dei passanti che non capiscono la situazione, i flashback sul mondo contadino di provenienza, sulla pesantezza del lavoro a servizio di una famiglia agiata e sulla storia d'amore col seduttore prepotente. I tempi verbali cambiano in maniera poco realistica e talvolta passato e presente sembrano fusi insieme. La situazione della ragazza risulta ancora più schiacciata in un destino senza  via uscita.
Lo stile è talmente vicino a noi che mi ha ricordato Schooling di Heather McGowan (traduzione italiana nell'edizione Nutrimenti, Roma 2007), una giovane scrittrice sperimentale. Lì il flusso di coscienza interrotto dall'osservazione dei dettagli del mondo esterno in terza persona mostra brillantemente la lezione joyciana.



venerdì 23 novembre 2018

Una poesia di Antonella Doria

Millant'anni di corruzione...

Da Metro Polis


Correva l'età dell'oro...
Correvano duchi cavalieri valvassini
e paolotti
Correva ciclone complicità
compiacenze   connessioni
(palla al centro)   la Città
moda modale   tuttadabere
di questo grande pappamondo
la Città
illuminata   maggioranza
silenziosa   paludosa...
Imbuti d'oro   mani
marmellata    appiccicata
d'unguenti   invischiata
infetta
balsami blasfèmi
fetòre
esala   il pentolame
malaffare

Da Millantanni, edizioni del Verri, Milano 2015

martedì 9 ottobre 2018

Intervista a Viola Lo Moro della libreria Tuba di Roma


Viola è una delle organizzatrici di Inquiete, festival di scrittrici a Roma, al suo secondo anno.


In una giornata ventosa, mutevole, che si addice al titolo di questo festival di scritture, venerdì 5 ottobre 2018, domando a Viola…
-          Perché Inquiete?
-          L’inquietudine è la condizione generatrice sia della scrittura sia della lettura. E’ un momento generatore di possibilità. Il termine ‘inquiete’ fa riferimento all’irrequietezza ma contiene in sé anche la quiete. Si può leggere pure così: in-quiete. La quiete non è al di fuori del discorso. E’ uno degli esiti possibili.
-          Mi pare che abbiate cercato di mantenere, come l’anno scorso, una certa attenzione alla varietà degli editori, grandi, medi e piccoli. Accanto a Mondadori ed Einaudi compaiono anche Chiarelettere, definito medio, o Jacobelli, piccolo.
-          C’è molta Einaudi, ce ne siamo accorte strada facendo… Sì, comunque abbiamo cercato di considerare anche i medi e i piccoli. La questione dei medi editori è che spesso sono assorbiti dai grandi e fanno parte pure loro di grandi gruppi. In ogni caso abbiamo cercato di compensare la preponderanza dei medio-grandi con tre sezioni dedicate alle esordienti. La scelta e la preparazione dei momenti incentrati sugli esordi è avvenuta grazie alla collaborazione fra SIL (Società Italiana delle Letterate) e la libreria Tuba.

sabato 29 settembre 2018

Perché ancora flusso di coscienza

In un'epoca di scritture composte e conformi il flusso di coscienza può rappresentare uno spostamento da limiti troppo rigidi, da consuetudini che stanno strette, un modo per non arretrare di fronte all'indisciplinato, al molteplice, al contraddittorio, all'inconsapevole.

sabato 1 settembre 2018

Chi scrive ha la mano che trema

Lo dice Dante nel Paradiso (canto XIII).
Come si fa a essere sicuri di se stessi?

domenica 1 luglio 2018

Trame forti

Per fortuna non esiste soltanto lo storytelling convenzionale, privo di sostanza. Capita ancora d'imbattersi in storie che hanno una loro ragion d'essere.
Dopo aver letto alcuni romanzi di scrittrici contemporanee (per citarne alcuni, La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby del 2003, Accabadora di Michela Murgia del 2009, L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio del 2017) mi sono sentita riconfortata. La trama è densa e profonda; s'intuisce che viene da un'esperienza provata o sentita molto vicina, non raccontata così per dire, tanto per vendere pagine. Queste narrazioni dimostrano una loro necessità. Chiamiamolo nucleo emotivo, chiamiamolo pathos: qui qualcosa da dire c'era e premeva.
Una trama forte è diversa dal semplice storytelling d'intrattenimento. Uno delle ragioni è non sminuisce i grandi temi della morte, dei sentimenti, della malattia. Riesce a porsi al livello dei suoi argomenti.
Grazie Simonetta, Michela e Donatella, di averci donato figure vive e interiormente ricche come la Mennulara, e Adriana, la sorella dell'Arminuta, o dell'antica sapienza dell'Accabadora, ultima madre. 


venerdì 22 giugno 2018

Lettura di una poesia di Christian Tito

Dalla raccolta Ai nuovi nati, Fiori di Torchio, Seregno 2016

Ho tolto il relitto dal giardino, mamma
impediva all'erba di crescere

questa è la mia casa
qui ci sono i miei figli

ho aperto il cancello e l'ho lasciato andare

E' difficile costruire un cancello,sai?
Ancora più che metterci dietro una casa
che sia la tua casa

senza lavoro non c'è mutuo
ma per questa mia casa
c'è voluto un muto lavoro

è stato quello
che mi ha insegnato a parlare.



La poesia nasce da un momento di sollievo perché l'io del poeta pare essersi liberato di un peso: il relitto che impediva addirittura all'erba di crescere non c'è più, l'io narrante ha forse trovato il modo di metterlo fuori dal cancello ("lasciato andare" è ben detto poiché allude anche a una vita e volontà propria che il relitto ancora possiede). 
Il cancello inizialmente viene mostrato aperto, ma nei versi successivi la situazione sembra ribaltata: il cancello acquista valore per la sua funzione difensiva per casa e figli (il relitto potrebbe anche tornare indietro? qualche altra minaccia potrebbe profilarsi all'orizzonte?). Il cancello passa in primo piano rispetto alla casa stessa, il che fa pensare che la posizione difensiva per l'autore sia molto importante, insomma sia la sua posizione, con un cancello difficile da costruire, una difesa che gli si presenta difficile giorno per giorno.
La poesia aperta dalla leggerezza di quel cancello che si apre e di quella cosa pesante in giardino che esce come in volo, nella seconda parte è piegata da un senso di pesantezza, veicolato dal tema del lavoro, del mutuo, delle fatiche quotidiane.