giovedì 6 agosto 2020

Il percorso accidentato dell'infanzia nella sintassi di Leggenda privata di Michele Mari

L'andamento di questa autobiografia (ferma a infanzia e adolescenza) di Michele Mari è giustamente ondivago e zigzagante per le libere associazioni della memoria involontaria, ma soprattutto per l'invenzione dei personaggi demoniaci che commissionano al narratore l'opera, veri e propri datori di lavoro, che lo costringono a trattare di preferenza gli argomenti di cui andare meno orgogliosi, come l'enuresi notturna o i tic ossessivi: lo scrivente scrive (confessa) perché obbligato dai demoni persecutori che abitano l'avita dimora degli avi. L'idea che siano i nostri fantasmi a muoverci alla scrittura o, più generalmente, all'azione è altamente condivisibile e pone il romanzo in diretta discendenza dal perturbato dominio della psiche. 

Il campo visivo della pagina risulta costantemente disturbato, attraversato come da incursioni, dalle numerose parentesi, tonde e quadre, che racchiudono pensieri laterali o semplici puntini di sospensione. I singoli brani ed episodi sono infatti conclusi con puntini posti in parentesi quadra (più marcata di quella tonda, segno più forte): sostanzialmente interrotti. Alla fine di ogni capitoletto, e talvolta anche all'inizio, è espressa così una reticenza di fondo, una volontà di non dire tutto. Lo scrittore è forzato a parlare, a rivelare i molti aspetti dolorosi della sua età formativa da mostri disgustosi e tormentosi che si nascondono dietro ogni angolo, terrorizzavano il bambino e ancora ansieggiano l'adulto. Sul percorso della lettura si ergono come ostacoli continue deviazioni (talvolta anche consecutive, come tra le pagine 58-59 e tra le pagine 162-163) o interruzioni, con quelle partentesi quadre così simili a scogli, gli scogli del non detto. Particolarmente significativa questa frase a pag 36: "[…] D'inverno, l'abominevole parto. […]", a sé stante su una riga, dove la propria nascita, è isolata fra due silenzi, quello che allude all'amplesso abominevole (pag 3) del proprio concepimento e quello che allude alle terribili tensioni interne alla famiglia che da quel connubio ebbe origine. 

martedì 30 giugno 2020

Greta Thunberg e il mondo che verrà

Un'asceta che in altri tempi sarebbe stata considerata una piccola santa? San Francesco in versione laica e moderna? Una novella Antigone che si appella a leggi non scritte le cui radici affondano in un sentimento di empatia e rispetto verso tutti gli esseri viventi?

Greta si discosta molto dal modello di attivista politico sessantottino, il quale mirava allo sdoganamento di comportamenti repressi e di nuove libertà individuali. "Vietato vietare" era uno dei motti liberatori dell'epoca.

Il modo di porsi di Greta pare modellato su un altro tipo di morale. Si percepisce motivato da un forte legame con la natura, che i popoli nordici coltivano da sempre, come pure da una tradizione culturale e religiosa protestante, che responsabilizza molto i singoli, che richiede fermamente coerenza e rigore. Perché parlo di una tradizione religiosa? La sua attenzione è rivolta al pianeta vivente, non unicamente alla società. Greta è anche vegana, per esempio, probabilmente non solo per motivi strettamente ecologisti. Questi in molti casi puntano a una semplice riduzione del consumo di carne e non necessariamente a una rinuncia completa (vedi Greenpeace e altre associazioni). Greta è una figura ascetica che potrebbe sembrare d'altri tempi. Ma riproponendo l'antica questione del limite, dell’autocontrollo, particolarmente avversata dalle società iperproduttive in cui viviamo, riporta sulla scena abitudini improntate alla parsimonia che evidentemente non si possono dimenticare o trascurare, in quanto favoriscono gli equilibri dell'ecosistema.

Per non compromettere il già difficile rapporto uomo-natura, il suo impegno è esteso a tutto campo. Dice come è attenta nell’alimentazione, nei viaggi, negli acquisti. La coerenza è una parte fondamentale della sua immagine e del suo carisma: è grazie a questa coerenza inflessibile che riesce così convincente.

lunedì 25 maggio 2020

Se l'io è una proliferazione immaginaria


Se l'io è una proliferazione immaginaria, come sostiene per esempio Lacan, non si capisce fino a che punto siano giustificati tutti quei romanzi così solidamente strutturati, dalle trame così compatte, che si presentano come granitici monoliti. «Con questo libro,» vorrebbe dire un editore o un libraio all’acquirente, porgendo il maneggevole blocco di cemento armato, «puoi star sicuro che ti vendo un buon prodotto, tenuto insieme dal rigore sintattico e da una logica ferrea. Sei sicuro che non ti si sfascerà fra le mani privo di senso.» Il modello del cemento armato è probabilmente il modello con cui sono costruiti questi parallelepipedi romanzeschi che promettono la tenuta realistica di matrice ottocentesca, senza infiltrazioni o bolle d'aria, cioè senza nulla che minacci la coesione interna, neanche un piccolo dubbio. Blocchi pieni di parole tenute insieme con griglie d’acciaio, forse per far fronte all'elevata competizione: si sa, un vaso di coccio non viaggia bene in mezzo a vasi di ferro. Ecco, queste narrazioni in cui ogni personaggio ha un suo carattere definito, un suo destino inscritto nel carattere, o in cui entrano in relazione soltanto delle maschere sociali più o meno stereotipate, ci dicono qualcosa di appena un po’ diverso da un saggio sociologico. Un saggio di sociologia o di economia ha il vantaggio che può entrare maggiormente nei dettagli, può fornire risposte più precise e argomentate sul contesto sociale in cui viviamo. Ma perché anche nella prosa d'immaginazione vengono proposti schemi rigidi, assertivi, convenzionali simili a fortini inattaccabili? Come a dire: «Non ti vendo un libro, ti vendo un piccolo fortino in cui trincerarti contro tutte le tue paure».

venerdì 3 aprile 2020

Operette entomologiche

di Tommaso Lisa

AUTORITRATTO DA ENTOMOLOGO
È un giorno di fine estate, uno di quelli in cui inizia già a far fresco verso sera e le foglie sugli alberi, stremate dall’arsura dell’agosto, preannunciano l’abscissione autunnale. Sono tornato da poco dalla fiera entomologica che si tiene ogni anno. Non ho potuto fare a meno di andarci poiché è un luogo dove si possono incontrare altri studiosi, scienziati o appassionati, acquistare libri specialistici e osservare insetti meravigliosi, anche vivi. Tuttavia detesto i mercati, ogni luogo dove molte persone si radunano per mettere un cartellino col prezzo sopra ogni cosa e per intavolare trattative vantando i pregi delle merci esposte. Nella luce del tardo pomeriggio mi ritrarrei forse proprio nella maniera in cui Hermann Hesse descrisse il pittore Hermann Lautenschlager in un racconto del 1917 intitolato In una cittadina.
Ho il volto abbronzato, camicia bianca dal colletto aperto e una giacca a righe blu un poco impolverata quando, entrando nello studio dove ho affastellato disordinatamente libri e reperti, analizzo quanto ho acquistato o scambiato. Rigiro davanti agli occhi, preparati sui cartellini o confezionati in buste chiuse col cellophane, quei pochi coleotteri secchi che ho reputato interessanti per le mie ricerche, esaminandoli e comparandoli con quelli già custoditi nelle teche. Intorno, ugualmente mescolati tra pinze e spilli, giacciono alcuni tubetti di colori a olio, molte matite e della strumentazione entomologica. Stenditoi per farfalle, un microscopio, una lente d’ingrandimento, un retino. Pile di libri s’accalcano sulla scrivania uno sopra all’altro tanto che ogni volta, per ritrovare un saggio o un estratto, eseguo una specie di scavo archeologico, stratigrafia delle ricerche compiute nei mesi trascorsi. Dal fauna box che contiene scorze di pino e di abete (nel quale alcuni cerambici alternano accoppiamenti a lieti banchetti a base di frutta) si leva un profumo pungente di resina che si sposa con quello dell’acquaragia riposta nell’angolo della stanza, accanto alle tele dipinte. Il mio sguardo s’illumina di una gioia infantile. Il volto distende le rughe impresse dal groviglio dei problemi di lavoro.

martedì 17 marzo 2020

Relazioni coi fantasmi

Brano tratto da un mio romanzo inedito

Senza parere, avevo confessato una grande, disdicevole verità. Per certi versi trattavo Aguidi come una bella preda e la sfruttavo anche più di quanto avessero fatto probabilmente le sorelle. Le avevo trovato un'occupazione meno pesante e meglio remunerata di quella nella stireria dove la conobbi (e dove qualche volta andava ancora per arrotondare lo stipendio), ma nello stesso tempo mi facevo mantenere da lei. Io non avevo più voglia di lavorare. Avevo annullato quasi tutte le visite coi miei soliti pazienti, che trascinavano la terapia da anni senza risultato. Non avevo più la forza di portarne il peso e li avevo dirottati presso colleghi più in gamba di me. Anche le mie finanze ne avevano risentito. Ora era Aguidi che si occupava quasi di tutto, in casa e fuori.
Trascorrevo le ore della mattina in un lungo, confuso dormiveglia in cui si alternavano le immagini della mia amante viva e di quella morta. Mi ritrovai a stringere fra le braccia lenzuola sfatte che credevo fanciulle addormentate o a piangere sui cuscini come un bambino in castigo. Non ero più un uomo e, pur vergognandomi in qualche parte recondita di me stesso della mia situazione, non riuscivo a modificarla. Anzi, lasciavo che quella che era diventata per forza di cose la mia convivente, lavorasse anche per me, che avevo molto ridotto il numero dei miei pazienti.
A questo ero arrivato quasi senza rimorsi.
Ma una mattina di quelle in cui più a lungo mi ero trattenuto sotto le coperte, al punto da decidere di non alzarmi fino a che non fosse scesa la sera, le ombre furono tagliate dalla chiara apparizione del più insolito dei miei fantasmi.
Supplice, pensai di cingerle le ginocchia come fosse un personaggio dell'Odissea (in questo probabilmente suggestionato dai miei studi classici), uno di quei personaggi che hanno il potere di gettare Ulisse nelle peggiori tempeste. Le mie dee, tuttavia, non mi parlavano facilmente, non nutrivano più una predilezione o una particolare antipatia per me. Benché fossi ai suoi piedi, lei superò agilmente l'ostacolo del mio corpo, mi carezzò la fronte e si allontanò.

venerdì 24 gennaio 2020

Sogni e sogni


Memoriale di Paolo Volponi e La vegetariana di Han Kang a confronto


Entrambi i romanzi sono incentrati su due personaggi malati: Albino Saluggia del Memoriale è un tubercolotico affetto da manie di persecuzione per cui pensa che una congiura di medici si sia prefissa l’obiettivo d’impedirgli di lavorare e di rovinargli la vita; la vegetariana Yeong-hye è invece una schizofrenica anoressica convinta di riuscire a trasformarsi in una pianta e di passare tout court dalla natura animale a quella vegetale. Volponi rivela molti stati d’animo del personaggio di Albino, lasciando che la sua psiche turbata si espanda liberamente su tutto: è quell’uomo fragile, isolato, che filtra ogni avvenimento e visione attraverso la sua sensibilità esulcerata. La protagonista del romanzo coreano rimane più in ombra, anche se trapelano nel tessuto narrativo diversi suoi sogni e tormenti. La scrittrice preferisce muoverla come una cartina di tornasole e metterla a confronto con altri personaggi per mostrare come loro si comportano di fronte alla sua diversità, senza inoltrarsi nella sua mente psicotica. Quando viene descritto il sogno principale del libro, il sogno del cambiamento, in cui la stessa protagonista colloca il punto di svolta della sua vita, a noi lettori quelle immagini non sembrano poi così terribili: “Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo. Dall’altra parte del burrone ghiacciato, una costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all’ingresso. L’arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Non so come riesco a uscire. Corro, corro per la valle, poi all’improvviso appare la foresta. Alberi pieni di foglie, la luce verde della primavera. Famiglie che fanno un picnic, bambini piccoli che scorrazzano in giro, e l’odore, quel profumo delizioso. Un torrente che gorgoglia, le persone che stendono le stuoie per sedersi, fanno uno spuntino a base di kimbap. Carne che cuoce sui barbecue, il suono di canti e di risate felici. Ma ho paura. I miei vestiti sono ancora bagnati di sangue. Nasconditi, nasconditi dietro gli alberi. Accovacciati, non farti vedere da nessuno. Le mie mani insanguinate. La mia bocca insanguinata. Che cosa ho fatto in quel granaio? Mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa. L’ho sentita premere contro le gengive e il palato, molle e scivolosa di sangue cremisi. Masticavo qualcosa che sembrava così reale, ma non poteva esserlo, era impossibile. La mia faccia, l’espressione dei miei occhi… era senza dubbio la mia faccia, ma non l’avevo mai vista. Oppure no, non era la mia, ma era così familiare… Nulla ha senso. Familiare eppure sconosciuta… quella sensazione così vivida, strana, spaventosamente inquietante.” (La vegetariana, 2007, Adelphi, Milano 2016, pagg 21-22). L’atmosfera cupa è interrotta dalla scenetta idillica centrale del picnic con le famiglie che mangiano di tutto, carne compresa, senza nessun dramma.
I ricordi di fatti realmente accaduti nelle pagine successive (la morte del cane, ucciso crudelmente dal padre e mangiato da tutta la famiglia quando Yeong-hye era piccola e il pranzo familiare successivo alla svolta vegana, durante il quale vorrebbero costringere Yeong-hye a mangiare carne) sono racconti ben più terribili del sogno. Di questo rimane celato il nucleo maggiormente inquietante, capace di scatenare la reazione punitiva che Yeong-hye infligge a se stessa, probabilmente una scena cannibalica.

domenica 22 dicembre 2019

Considerazione sui libri che parlano di scrittori

Uno dei motivi per cui non ho scritto tanti libri è dovuto al fatto che non credo del tutto nelle parole, nella loro capacità di trasformazione del mondo. Vediamo per esempio che il mondo permane largamente ingiusto nonostante i grandi libri che sono stati scritti. Notiamo anche che nella società dell'immagine, o dello spettacolo, è riservato uno spazio sempre più sacrificato alla parola scritta, nonostante vi sia chi si lamenta dell'imbarbarimento del linguaggio. Insomma, l'impressione è che la società lavori contro la pratica della scrittura. Qualcuno potrebbe obiettare: proprio per questo bisogna impegnarsi affinché quest'attitudine di civiltà non venga trascurata e osteggiata. E' vero, ma non siamo solo dei parlesseri, come direbbe Lacan, o dei pensesseri, come direbbe il filosofo del cogito. C'è pur sempre una vita da vivere e una società cui contribuire anche con altre pratiche. C'è il problema più banale di sbarcare il lunario ma c'è anche quello culturale ed esistenziale del discorso inceppato, che rasentava il silenzio, già nel Novecento, con Beckett. Non ammiro particolarmente i romanzi dove il protagonista è uno scrittore che parla del suo essere scrittore o del suo diventare o non diventare scrittore. Questo ha funzionato alcune volte, è stato significativo in alcuni contesti, ma ripetuto ulteriormente rischierebbe di suonare ridondante, e classista persino, quasi la protesta per un privilegio che non si ha più. Con l'aumento di precarietà e disoccupazione sarebbe assurdo che qualcuno si lamentasse di non essere riuscito a fare lo scrittore di professione, magari premiato, intervistato e invitato periodicamente a fare comparsate televisive.
Mentre ha senso aspirare a veder pubblicati i frutti del proprio lavoro, meno senso ha pretendere una vera e propria carriera come per una qualsiasi altra professione. Non mi convince l'imborghesimento dell'arte.
Spostandoci sui contenuti, alle trame con il narcisismo dello scrittore in primo piano preferisco decisamente un romanzo come Memoriale di Volponi, dove si parla di un operaio che non riesce a fare l'operaio.

giovedì 5 dicembre 2019

Un buco nero di silenzio

Un buco nero di silenzio*: è così che a volte si percepisce l'universo. E tuttavia: "sono appassionata di vuoto,"** trovo scritto nel recente romanzo di una esordiente.
Molti romanzi di donne sono introspettivi.
E' cosa da festeggiare, dal momento che capita frequentemente di sfogliare libri e bestseller che sembrano commissionati sulla base di regole troppo commerciali e riproducono quasi in serie note false o stonate; sembrano di plastica pure loro, come le tante merci che ci sommergono. In altre parole, sembrano ingiustificati. Tuttavia l'umanità continua a esistere, con le sue incertezze e sofferenze, e a formulare inquieti interrogativi sull'esistenza, forse timidamente, forse in maniera appena percettibile in mezzo al frastuono di forme mediatiche in altre faccende affaccendate. Ho l'impressione che questa voce sottile ma acuta, portatrice di amore per la verità, sia soprattutto incarnata da donne che scrivono. E' solamente un'impressione, poiché non sono in grado di leggere tutto ciò che si produce, ma ho alcuni riscontri. 
Penso a libri come Il peso minimo della bellezza di Azzurra de Paola (LiberAria, Bari 2016), penso a Metapsicologia rosa di Alessandra Saugo, prematuramente scomparsa (Feltrinelli, Milano 2017), penso al recentissimo Ritmi di veglia di Raffaella d'Elia (Exorma, Roma 2019), dove paiono risuonare antiche massime come "La filosofia è vita da svegli" oppure "Sapere è soffrire" oppure il leopardiano "Tutto è male". Potrei citare anche Maestoso è l'abbandono di Sara Gamberini (Hacca edizioni, Matelica 2018) oppure Disturbi di luminosità di Ilaria Palombi (Gaffi, Roma 2018), più legati a traumi e a esperienze psicotiche vere e proprie. Negli ultimi due testi elencati, così come in Metapsicologia rosa, è significativo il dialogo desiderato/contrastato con lo psicanalista; mentre l'ombra dell'inadeguatezza o di una malattia, invalidante e insieme pungolante, incombe in Ritmi di veglia di Raffaella D'Elia***. Infine, nel Peso minimo della bellezza compare più di una volta, invano, l'esortazione a "trasformare la rabbia in energia pulita" (per es. a pag 119).

giovedì 19 settembre 2019

Un bel paio di scarpe letterarie

Qualcuno paragona i libri a una merce qualsiasi, tipo componenti d'arredo o accessori d'abbigliamento, per esempio un paio di scarpe. 
Scarpe letterarie... che cosa ci fanno venire in mente? Se sono di buona fattura, possono aiutarci a camminare nella vita, penso io. Possono renderci agili nel passo o nella danza. Ma possono essere subito da buttare, vantare magari una marca d'eccellenza ma far male, essere importabili.
Oppure possono esibire un fastidioso cattivo gusto. Mi è capitato di leggere qualche pagina di un autore di successo, già premio Strega, dove una donna (il solito improbabile personaggio femminile pornografico, nato più dai desideri maschili che dalla realtà, a mio parere) faceva sesso con due uomini contemporaneamente, in modo acrobatico e difficile da mettere in pratica, credo, dicendosi follemente innamorata di uno solo di essi. Scarpe da collezione per voyeur queste? Ma un voyeur non fa prima a guardarsi un film porno che a leggere un romanzo?
Forse l'autore pensa che tutti noi in fondo siamo guardoni e ci faccia piacere trovare all'improvviso in un romanzo che parla di editoria o di precarietà pagine siffatte. Forse vuole solo épater les bourgeois come si faceva nelle avanguardie. Peccato che questi exploits avvengano tante volte sulla pelle delle donne (è vero che non si può fare violenza con immagini o parole ma si possono avallare e rinforzare luoghi comuni errati e pericolosi).
A me dispiace che la figura della donna venga presentata per l'ennesima volta così irrealistica e opposta a se stessa. Pare dunque che Me-too e il femminismo lascino poche tracce nella cultura dominante. Così parlava Wittig della pornografia negli anni novanta: "La pornografia è tale in quanto inscena la realtà dell'oppressione delle donne (e aggiungerei di chiunque al suo interno occupi 'il posto della donna'). Ciò significa sia che la pornografia è resa possibile dall'oppressione eterosessuale sia che essa contribuisce attivamente a riprodurla." (Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale, Ombre corte, Verona 2019).

sabato 29 giugno 2019

Diciottenni suicide

Nel 1963 Livia De Stefani dava voce all’angoscia di una servetta diciottenne sedotta e abbandonata con le conseguenze del caso, cui la giovane fa fronte maldestramente, nel panico, sopprimendo sul nascere il “frutto del peccato” e avvicinandosi sempre più al suicidio nelle ore seguenti, narrate in Viaggio di una sconosciuta (Mondadori, Milano 1963). Il lungo racconto, recentemente ristampato dalle edizioni Cliquot (Roma 2018), è molto interessante per il flusso d’angoscia della protagonista sullo sfondo di una Roma assolata e spietata; spietata a causa del quadro sociale che lascia intravedere (ne parlo qui: https://voltandopagine.blogspot.com/search/label/livia%20de%20stefani ). A distanza di oltre quarant’anni Flavia Piccinni col suo esordio Adesso tienimi (Fandango 2007; Terrarossa, Bari 2019) accosta il tema analogo della seduzione brutale di una ragazzina appena diciottenne o quasi, la quale, pur non avendo a che fare con una gravidanza indesiderata, si trova a dover elaborare una dura storia di amore malato, cui inizialmente viene costretta da un suo insegnante, che a un certo punto comincia a desiderare e che vede poi bruscamente interrotta dal suicidio di lui, il quale non le lascia alcuna spiegazione (“Per me non avevi lasciato niente, perché non ero niente.” Terrarossa ed., pag 161).
Che cos’hanno in comune testi tanto lontani nel tempo? L’elemento macroscopico è che entrambi sono segnati dalla presenza di un diffuso maschilismo e patriarcato duro a morire. Il racconto di De Stefani, presessantottino ma già femminista, dipinge il quadro di una società patriarcale, contadina, in cui le donne portano sulle spalle il peso dei parti, degli aborti clandestini, delle gravidanze indesiderate, di amori più o meno imposti come un destino cui non si può sfuggire, violentate o rudemente sedotte per brevi avventure ancora molto giovani e sprovvedute, specie se di classe inferiore. Il romanzo dell’esordiente Piccinni, in chiave più moderna, rimanda a una gioventù postsessantottina ma ancora e sempre bruciata, che si macera nell’immobilismo e nella saudade di un Suditalia abbandonato a se stesso, rassegnato ai suoi mali inguaribili: è ambientato a Taranto, dove si dà per scontato che nulla possa cambiare nella situazione industriale e ambientale così come nella vita privata dei singoli, mentre permangono antiche cerimonie religiose di celebrazione collettiva del dolore. Alle ragazze anche più trasgressive, poco sottomesse a scuola e in famiglia, che fumano e bevono birra coi loro coetanei fin da adolescenti, viene riservato comunque un ruolo passivo: “Hai voluto fare parte di tre vite. Le hai volute distruggere tutte e tre. Prima prendendo due donne e consumandole, poi uccidendo me. Mi hai preso, anche se non ti ho voluto. Sei entrato nella mia vita e, dall’interno, hai iniziato a scardinarmi. Hai dilaniato la mia vita e mi hai fatto impazzire. Mi hai costretta a essere tua.” (pag 130).

domenica 2 giugno 2019

L'esclusione esiste

Forse ho generato una certa antipatia e diffidenza intitolando questo sito-blog Lettere a nessuno (al femminile), con un calco evidente del titolo di un libro che suscitò discussioni. Quello era un libro; questo è un sito che finisce per contenere un po' di tutto, esposto a eventi, questioni di attualità, contaminazioni, incontri. Per la precisione sarebbe un blog, ma, per via dell'introversione dell'amministratrice, è vissuto quasi come un diario. Uno dei temi di fondo di questo diario pubblico resta l'esclusione, come anticipato appunto nel titolo preso in prestito.
Sappiamo che Antonio Moresco a un certo punto ha avuto fortuna e il suo isolamento dal mondo editoriale (che entra anche nella vicenda degli Esordi, non solamente nelle Lettere a nessuno) non è durato per sempre. Altri scriventi sono rimasti e continuano a restare ingiustamente nell'ombra. Colpa loro? Difficile dirlo.
Consideriamo gli scrittori Mariano Bargellini ed Ezio Sinigaglia, arrivati a un qualche riconoscimento dopo i sessant'anni.
Con Mus utopicus (Gallino, Milano 1999), La setta degli uccelli (Corbo, Ferrara 2010) e Giocare a mangiarsi (Effigie, Milano 2015) Bargellini (anno di nascita: 1936) ha elaborato una prosa densa (neobarocca, a suo dire) e trame fra l'onirico e il fantastico, restando uno scrittore di nicchia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma il barocco è un vicolo cieco in questa società frenetica dominata da notizie-flash, slogan, tweet, small talk. E poi il fantastico ha una tradizione esile in Italia, dove in genere ha prevalso il realismo con le sue varianti (per motivi anche politico-sociali, a ben vedere: diffusa criminalità organizzata, scandali, politica corrotta, in cui la realtà sociale chiede da più parti di essere guardata in faccia e descritta senza reticenze; da qui il successo del giornalismo d'inchiesta e dei reportages narrativi tipo Gomorra).
Tuttavia Bargellini sostiene: "La mia scelta ha una lunga tradizione nel Novecento, pensate a Kafka o al Manganelli della Palude definitiva". E aggiunge: "Andate a leggere o rileggere Caos e bellezza di Omar Calabrese: capirete quanto può essere moderno il neobarocco".
Ezio Sinigaglia (anno di nascita: 1948), dopo un esordio intorno ai trent'anni passato inosservato con un corposo romanzo-saggio che s'interroga sulle principali innovazioni stilistiche del Novecento (Il pantarèi, SPS-Sapiens, Milano 1985), trascorre decenni di vita appartata dedicandosi alla stesura di testi rimasti nel cassetto, tranne un breve romanzo di stampo più tradizionale, pubblicato da una casa editrice che comincia a dargli visibilità (Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016). Finalmente, con la ristampa di quel primo romanzo degli anni ottanta, ottiene molti apprezzamenti. Con questa nuova apparizione del Pantarèi nel 2019 (grazie alla coraggiosa casa editrice Terrarossa di Bari) è come appena nato nella società delle lettere.
Il suo caso è emblematico: più di trent'anni di sepoltura di un testo vivo e ricco che affronta un tema rimosso negli ultimi decenni, quello del confronto con la prosa più innovativa del Novecento. Nel cimentarsi con la sua opera d'esordio in un genere, quello del romanzo, considerato in crisi e da alcuni ormai dato per  morto, il protagonista Stern, alter-ego dell'autore, attraversa e testa su di sé (su diverse parti della vicenda) gli stili che hanno rivoluzionato il modo di narrare dei secoli precedenti.
Scrive Angelo Di Liberto in una recensione al Pantarèi: "Viviamo nell'epoca del godimento che è sempre a scapito della responsabilità. Ciò che importa è la fruizione spicciola, l'illusione emotiva, la crosta sulfurea di un'epidermide sottoposta ad agenti esterni ad alta virulenza d'insignificanza. La coscienza nana ha sostituito la natura morale e intellettuale e a seppellire ogni guizzo creativo ci pensa il mercato delle classifiche. Perché nella quantità si esperisce lo scopo aziendale, dato che la qualità è indigesta speculazione al rialzo di consapevolezza. Ad aggiungersi alla consunzione vi è l'idea, ormai radicata, che la lettura abbia perso autorevolezza e centralità (...) I dati statistici sono emblema di un settore in disfacimento, senza transustanziazione del caso (...) A fare i conti con la situazione letteraria della sua giovinezza, dato che la prima pubblicazione del libro è della metà degli anni ottanta del secolo scorso, è un autore che instilla nuova linfa vitale alla quercia centenaria della letteratura, cimentandosi in un florilegio stilistico degno dei grandi autori passati alla posterità (...) Come un moderno Zeno si aggira per casa, vaga per le stanze e invoca i suoi fantasmi, attribuendo alla letteratura una funzione terapeutica così da restituire senso e valore alla vita." (Morte (e resurrezione) del romanzo, la Repubblica, Palermo 4.4.2019).