sabato 31 ottobre 2015

Lo strano caso dei romanzi scritti in forma ottocentesca

Potrebbe trattarsi di una mia ossessione, potrebbe darsi che la mia antipatia per la terza persona narrativa contenga qualche aspetto nevrotico. Me ne assumo la responsabilità o l'irresponsabilità, se preferite.
Il fatto ha dell'incredibile per me. Definirlo strano è un eufemismo (ma bisogna avere il riguardo di non urtare la suscettibilità dei conformisti: questa sarebbe la regola generale del quieto vivere da rispettare sempre). 
Non finisce di stupirmi che si continuino a leggere libri che paiono scritti nell'Ottocento con l'obiettivo del fotografo-scienziato-documentarista-sociologo puntato sulla scena da cui il narratore rimane asetticamente escluso, quasi si trovasse in un empireo astratto e irrelato. Questo è l'empireo dei conformisti incontestabili, cioè lo status quo in cui il potere esercita la sua tradizionale pacifica influenza. Determinismo-positivismo come cornice di un potere immodificabile.
I corsi e ricorsi della storia non dovrebbero costituire una novità per nessuno. Perché dunque meravigliarsi del fatto che viviamo in un'epoca di Restaurazione? Gli anni Sessanta e Settanta furono più sbilanciati nel movimento, nell'innovazione, nella contestazione, nel cambiamento, nella sperimentazione e ora ci tocca (ma già da troppo tempo) l'esatto contrario. Non è giunto il momento di cambiare?

sabato 17 ottobre 2015

La verve dialettica e sofistica di una cimice e di una cavalletta

Frammento del romanzo di Mariano Bargellini Giocare a mangiarsi

Come si sa, anche un moscerino, nel videogioco, è abilitato a mangiarti. A parte questa regola, che non conviene dimenticare, le cimici, io non potei far a meno di pensarlo, in natura sono delle cacciatrici. Hanno un rostro celato in una guaìna e nascosto sotto l’addome, tenutovi orizzontale e all’indietro. Sguainatolo di sorpresa, trafiggono la vittima e la uccidono con una iniezione di sputo, inoculandole la loro saliva velenosa. Ed erano in tante, un sito collettivo, lì ammucchiate ai piedi delle scrivanie inoperose, baluginandovi glaciali gli schermi dei computers, o appoggiate colle zampine anteriori al bordo d’una sedia, o, a quel modo, montate sul dorso di un collega: talché, quasi navata di cattedrale sghemba, quasi immane soffitta da delirio (d’un film espressionista), le loro confortevoli catacombe parevano altissime sopra ai creativi in riunione. Altissime sopra a delle piatte cimici prostrate sul pavimento o mezz’inerpicate su una sedia o (amichevole promiscuità) sul dorso d’un congenere, scambiandosi delle e-mails olfattive. Questi soffitti modificati, con archivolti e lucernari, mi ricordavano non so che reclusorii visti altrove. Dove? In sogno o in un’altra vita? Ma no, le carceri del Piranesi! Per suggestione dell’altezza voraginosa, e delle finestrelle da cantina che vaneggiavano lassù in alto, mi vennero in mente le carceri del Piranesi. Davvero, così oscure e voraginose, e cosmiche, starei per dire.
   ‒ Oh cimice creativa (cubicolaria, nevvero?, dei letti), dimmi, che cos’è stato, un infortunio? O sei la cavia ardita di un esperimento avveniristico?: la testa come accessorio. Portatile e a funzionamento facoltativo. Di’, mi ascolti, o dormi?
   Mi rivolgevo a una cimice decapitata: la quale, va da sé, m’aveva incuriosito. L’apostrofai, a scanso d’una sorpresa, dall’alto della parete: fuori della portata d’un rostro già sguainato. E del suo sputo letale, da iniettare senza pensarci su. L’apostrofai da lontano: là dove i miei piedi adesivi e le mie mani cavillose, di cavalletta chirografa, si erano posati. S’agitarono vivaci le corte antenne della testa mozza, segnalandomi, con mio piacere, ch’essa non dormiva e che mi aveva ascoltato. Reggeva la sua maschera cefalica, troncatale con un preciso colpo di mandibola da un competitor (con ciò illuso di averla vinta, il fesso, e poi trafitto, la bella trasfusione di sputo venefico!), se la reggeva, la sua testa mozza, come un martire decapitato. Armata del suo rostro, ancora: e che continuava a vivere per proprio conto e a creare! Con le manine o zampe prototoraciche sorretta la sua propria testa al modo d’una radiolina: mentre, con il secondo paio delle sue zampe, mesotoraciche, era montata sul dorso a un compagno dell’agenzia.