sabato 29 aprile 2017

"Ha un brutto carattere"

Non mi convince il discorso che attribuisce la poca visibilità di un autore o il suo isolamento o la sua mancanza di successo al "cattivo carattere". E' vero che "lo stile è l'uomo" e quindi anche gli elaborati degli scrittori recano traccia dei difetti e limiti di ognuno. Ma, considerata l'immensa quantità degli autori della letteratura, si può supporre che tutti abbiano avuto un bel carattere? Eppure sappiamo di personalità scontrose, bizzarre, anticonformiste oppure narcisiste, egocentriche, maniacali, nevrotiche,  psicotiche, polemiche e così via. Francois Villon per esempio, nel corso della sua burrascosa vita, fu anche un assassino. Dovremmo applicare la stessa condanna ed emarginazione di cui fu oggetto nella vita anche nella letteratura? Non dovremmo leggere La ballata degli impiccati e le altre sue opere?
Bisogna intendersi poi con l'espressione "buon carattere", spesso associata all'indole docile, obbediente e accomodante. Tipica di chi non crea problemi, insomma, non dà fastidio.
Il cattivo carattere invece è attribuito generalmente a chi si oppone, non ci sta, s'impunta, si ribella, non fa comunella oppure si allontana dal gruppo, prende le distanze.
Poiché uno scrittore è anche un critico che compie delle scelte, segue un suo percorso, non ne segue altri, cerca se stesso, inevitabilmente non potrà andare d'accordo con tutti e adeguarsi ai percorsi di tutti gli altri.
Va constatato che la mentalità più diffusa è quella gerarchica, ereditata da società dal passato e dal mondo animale (presente ancora nei primati non umani). Vige tuttora un racconto giornalistico, politico e storico improntato al personalismo, che fa continuo riferimento a figure umane di spicco e di maggior potere, ai vertici di partiti, di aziende, di gruppi che condizionerebbero il dinamismo collettivo. Si comprende come la strada più facile per essere riconosciuti, o la meno costosa in termini di dispendio di energie, sia quella dell'alleanza o della subalternità a chi ha già raggiunto una posizione.
Ma spesso è chi percorre nuove strade o non si accontenta che arricchisce culturalmente la società.
Inevitabilmente si conferma il detto attribuito ad Ennio Flaiano: "Chi ha carattere ha un brutto carattere".
Viva dunque i "brutti caratteri" perché aiuteranno a cambiare il mondo!

giovedì 20 aprile 2017

Elementi carnevaleschi in Ventriloquio della crisi

La prima volta che nel Ventriloquio, narrazione umoristico-satirica dell'Italia dagli anni novanta a oggi, si accenna al tema dei parchi di divertimento è in riferimento a quel periodo di euforia che succedette al crollo del muro di Berlino, accolto con grandi festeggiamenti nella Germania riunificata: "Andavano in gruppo in Germania a festeggiare e quella si era trasformata in un grande lunaparc, dicevano, con discoteche che andavano di giorno e di notte e le belle donne che lavoravano senza quel coso... come si chiama? mi avete capito. Nello stesso tempo in Germania si davano tantissimo daffare e le discoteche erano anche fabbriche e viceversa, perché si faticava cantando e ballando per la felicità di essere nella Germania unita. E tutti appunto correvano là a lavorare, oltre che a divertirsi, da tutti i Paesi intorno. E c'era andato pure il marito di mia nipote Maruccia a vedere di persona, ché il mondo stava cambiando e non si poteva perdersi lo spettacolo.
Era proprio così come raccontavano: gli uomini facevano le acrobazie per guadagnare di più e le donne camminavano sul filo per spendere di meno. E poi tutti si spostavano, nessuno stava fermo, ognuno voleva cambiare la sua vita.
Nell'euforia generale qualcuno diceva che tutto stava andando per il meglio pure in Italia, le ricchezze aumentavano  e potevamo pure permetterci di non pagare le tasse." (pagg 16-17).
E' la festa del capitalismo trionfante e il suo mito che il lavoro sia un grande divertimento collettivo. Ritroviamo l'associazione fabbrica-discoteca là dove si parla del Billionaire di Briatore:"In Sardegna c'era un altro importante imprenditore e uomo di mondo che andava forte e aveva aperto una discoteca più grande di tutte le discoteche. Lì dentro ballavano le ragazze con gli uomini più ricchi d'Italia, d'Europa e addirittura del pianeta! Si occupavano tutti di macchine o di motori o di iòct o di vestiti di lusso, e ballando facevano anche gli affari: scherzando allegramente le producevano pure, le fuoriserie e i pezzi unici. A passarci lì una serata qualcuno poteva anche pensare che l'Italia era tutta una discoteca danzante di produzione…" (pag 63).
Finito l'idillio degli anni novanta, in un passaggio sulla Cina, si accenna a piscine inserite dentro la fabbrica per favorire la ricreazione dei lavoratori chiusi dentro: "Non sapeva che invece in Cina morivano addirittura per il troppo lavoro, altroché paradiso terrestre… Non riuscivano più a uscire dalla fabbrica (gli avevano fatto pure la piscina dentro per farli svagare fra un turno e l'altro, come premio per lo straordinario), avevano eretto reti metalliche intorno ai reparti per non farli gettare nel vuoto o fuggire, ché fuggire era come suicidarsi. Dovevano imprigionarli e legarli alle macchine perché tutto il lavoro era migrato in Cina, da tutti i Paesi del mondo, e qui non ce n'era più, nemmeno a cercarlo nei buchi dei tombini o sui tetti dei palazzi. Là si suicidavano per la fatica, qua per la noia di non avere niente da fare… Era tutto un suicidio collettivo." (pag 75).

lunedì 17 aprile 2017

Intervista a Christian Tito

Christian, tu hai dimostrato di essere una persona versatile e creativa in vari ambiti, dalla scrittura alla cinematografia alla musica. Com’è stata la tua formazione?

La mia formazione è stata esclusivamente legata alla soddisfazione della curiosità e dell'innata passione, da fruitore, per l'altrui arte. Non ho fatto nessun percorso accademico; posso dire che le mie espressioni artistiche sono state alimentate da continue e inesauribili fonti dirette assorbite e poi filtrate attraverso la strutturazione della mia identità e sensibilità.

E’ interessante notare che nonostante i molteplici interessi in campo letterario e artistico, tu svolga un lavoro di routine in una farmacia. Com’è avvenuta questa scelta lavorativa?

E’stata una scelta conseguente al mio percorso di studi scientifici di cui non sono pentito. Ho studiato Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’Università di Bologna, un percorso affascinante che può aprire e sollecitare molto la mente. Nello stesso tempo vivere Bologna negli anni novanta da studente amante anche dell’arte è stato un privilegio notevole, non solo per le occasioni che offriva di assistere a eventi, concerti, mostre ecc..., ma anche perché era ed è una città che emana un’energia creativa difficilmente riscontrabile in altri luoghi e favorisce incontri e scambi molto stimolanti. Una volta terminati gli studi ho scelto di lavorare in farmacia poiché, tra le varie possibilità che la mia laurea offriva, mi piaceva l’idea di restare a contatto con la gente, di lavorare col pubblico, fattori per i quali mi sentivo predisposto e che possono offrire occasioni di crescita umana. Non è pensabile in questo Paese e in questi anni di crisi economica, ma forse non è pensabile in assoluto poter sostenere se stessi e i propri figli (ne ho due) con le forme d'arti con cui mi esprimo io soprattutto perché, non per scelta, ma per vocazione, sono sempre espressioni poco commerciali o commerciabili. Come autore bisogna tenere conto con realismo che la poesia generalmente di soldi te ne fa perdere e mai guadagnare (ad eccezione di massimo una dozzina di nomi in Italia); la musica che suonavo (ho suonato in una rock band quando ero studente all'università), nella migliore delle ipotesi, assicurava divertimento, qualche birra gratis e tentativi più o meno falliti di risolvere le nostre nevrosi di ragazzi un po' problematici; venendo al cinema, se consideri che registi che per me sono fondamentali riferimenti quali Herzog, Kaurismaki, Kieslowski o, molto più di nicchia, come Vittorio De Seta, e che io ho solo girato cortometraggi con mezzi poveri da presentare al massimo in festival del settore, capisci bene perché finisco col fare tutt'altro lavoro. Però l’attività che svolgo, quella che mi consente di pagare le bollette, il mutuo ecc..., non è così di routine, dipende molto dal modo in cui la si interpreta e, se ho dato l'impressione che lo fosse, me ne dispiaccio, perché i problemi che ho avuto non sono stati con questo lavoro, ma proprio di rapporto col lavoro in generale e non certo per pigrizia. Nel tempo, attraverso un percorso di analisi, sono riuscito a modificare questo grumo che mi ha dato grande sofferenza e a trovare piacere nella mia attività trovandovi anche molte fonti d'ispirazione per l'arte.

domenica 2 aprile 2017

Note a margine di "Ventriloquio della crisi"

La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni.
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.
Così, la quarta di copertina del libro.

Nel frullatore della voce narrante che appartiene alla vecchietta arterioscheletrica, come si definisce lei, vengono assorbiti pezzi del linguaggio mediatico di televisione, pubblicità, talk show (qui chiamati talc sciò, dove talc rimanda alla parola 'talco', come a dire trasmissioni senza talco, senza profumi, dove i discorsi sono più nudi e crudi che altrove), notiziari che continuamente riferiscono le vicende del parlamento, trasmissioni molto popolari come Grande fratello, Isola dei famosi, ma anche Isola dei cassintegrati, Vieni via con me, Ballarò, Annozero. Perché la vecchietta narratrice e protagonista, pur essendo circondata perlopiù dai pensionati della casa di riposo, durante le lunghe ore della giornata, cerca anche di sintonizzarsi sui programmi seguiti dalla figlia che più la va a trovare, la figlia ribelle e meno conformista, quella rimasta senza famiglia e senza lavoro regolare, Oxavia, la quale spesso commenta con lei i fatti d'attualità. La vecchietta, pur nel suo distacco di anziana un po' svanita in casa di riposo, è continuamente in relazione-dialogo con gli altri abitanti del pensionato così come coi figli e con la realtà in cui i figli sono completamente immersi: problemi di lavoro, di casa, di figli adolescenti e così via.
A una prima parte, primo capitolo, in cui le questioni familiari sono maggiormente assillanti, poiché i giovani sono ancora in cerca di una sistemazione e realizzazione lavorativa e affettiva, segue una parte in cui i discorsi si dilatano e acquistano complessità, sempre nel dialogo e nel continuo rimando delle parole della figlia e di coloro che la circondano (a pag 148, per esempio, si trova scritto: " 'Sono stufa del mondo al contrario,' fa eco mia figlia (o io sono la sua eco, viceversa)").
Ma la voce narrante è solo un ripetitore di frammenti, seppure talvolta deformati, di discorsi altrui o corrisponde a una personalità definita?