lunedì 28 dicembre 2015

Genti a cartapesta di Fabio Greco, un romanzo meritevole e ancora inedito

Un estratto

E anzi, girando lo sguardo verso l’orizzonte, verso quel confondersi di mare a cielo e cielo a mare, verso i gabbiani che volteggiavano eleganti, gli parve che dall’isola, anziché la malasorte, gli arrivasse in quel momento una buonasorte anzi una buonissima sorte camuffata da donna, un donnone salentino, donnone inteso per altezza e larghezza, un’erculona tanta, boterosa, con spalle larghe, larghi i fianchi, larghissime cosce e petto assai, che s’appressò alla costa da dietro all’isola delle Pazze. Masello la vide sbucare al remo d’una barchettina mezz’affondata con la linea di galleggiamento a livello sponda, un’eccezione a qualsiasi legge fisica, che c’era da chiedersi come potesse quella barchetta di legno, esile e fradicia, sostenere tutta quella massa senza sprofondare, come potesse non incamerare acqua a ogni beccheggio, a ogni ondata, a ogni movimento di braccio e di spinta di remo, pericolosamente s’inclinava pelo pelo all’acqua, s’inchinava al mare e all’onda e subitamente si rialzava, ripigliava contegno per poi prostrarsi dall’altro lato e ripigliare posizione una volta ancora, a farci venire in mente a Masello quei pupi da prendere a pugni che ritrovano sempre l’equilibrio. Da lontano pareva sissignore una balena, non a modo di dire grossa come una balena, cicciona come una balena, grassa come una balena, proprio una balena vera, pareva un dorso di balena che faceva il paio con quel dorso di balena ch’era l’isola delle Pazze, forse un po’ più piccola, un’infante di balena al seguito della balena madre, e la cingeva torno torno, le faceva il giro e il rigiro in cerca della mammella, la barchetta navigava come un vaporetto trascinata dal ritmo della remata, tagliò quel latte ch’era diventato il mare, intra un’unica linea di nero, la barca avanzava a sobbalzi e sovvertimenti, emergeva la prua con quel suo nome pittato, Mariabbondanza, si sganciava dall’acqua e ricadeva, pareva fosse la barchetta a farci tutta la fatica, a sbuffare e crocchiare intra a quel cambio di fase tra acqua e aria, a darsi la spinta e lo sforzo per sfuggire all’onda: Masello se l’osservò quella barca e quella donna, a mezza voce mormorò, Ma che ci starà a pescare la Mariabbondanza? senza sapere che nominando la barca diede pure nome alla donna – se ne stava sopra alla barchetta con le anche aperte per tenere l’equilibrio e, a ripetizione, come pigliata da un astio contro l’acqua marina, gettava le reti e le ritirava a bordo. A Masello, quel nome gli faceva una tavolozza di colori intra alla capo, un quadro a meraviglia si faceva, se l’azzuccherava a destra e a manca, s’accavallavano pensieri che partivano dal suono che faceva quel nome, quasi sentiva una musichetta a pronunciarlo, a scivolare su quella legatura tra nome e opulenza, Mariabbondanza, che pigliava la rincorsa all’inizio della parola e poi si lasciava trasportare fino alla fine, come fare un salto e ricadere, a una a una unì altre parolette per assonanza, Mariabbondanza/ ci chiudemmo intra alla stanza/ ti spogliai con crianza/ tutta culo tetta e panza/ tu m’attizzi Mariabbondanza e sebbene ancora non la conoscesse di persona, già gli faceva il rimbambimento d’innamorato, una con quel nome, che da sola se ne andava per mare, che donna era questa donna, a sé stessa bastante, la Mariabbondanza? Gli era talmente familiare e reale e presente intra a se stesso che si convinse fosse, non già uguale, ma molto simile a una statua di madonna che aveva fatto l’anno prima, quasi che n’avesse fatta prima la statua e poi la persona, quasi l’avesse immaginata prima ancora d’incontrarla.

sabato 12 dicembre 2015

Il comunismo e l'arca di Noè

Mi rincuora leggere questo brano nel libro Oltre la gabbia d'acciaio di Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve (ed. Vangelista, Milano 1994); mi pare sempre attuale e particolarmente natalizio. Scrive Costanzo Preve all'inizio della parte intitolata "Marxismo e filosofia alla svolta del duemila": "La sconfitta del comunismo storico novecentesco, consumatasi nel triennio 1989-1991, è stata immediatamente interpretata dagli apologeti del capitalismo come fine della storia e come affermazione di una modernità postmoderna, cioè di una modernità ormai rassegnata a riprodurre indefinitamente le proprie contraddizioni, rinunciando definitivamente ai sogni di emancipazione. La teoria della fine della storia è infatti la specifica filosofia della storia della postmodernità.
I marxisti escono da questa vicenda come un pugile sconfitto sul ring. Ancora intontiti per i colpi ricevuti, non hanno certo la capacità di progettare futuri incontri, ma hanno soltanto la forza di ritornare al proprio angolo, mentre l'arbitro solleva il pugno del vincitore. In realtà, questa immagine è fuorviante. Il vincitore ha dovuto drogarsi per riportare la sua effimera vittoria e l'antidoping lo squalificherà. Per riportare questa vittoria sul comunismo storico novecentesco (usiamo questa espressione perché sia ben chiaro che non identifichiamo questo comunismo con il progetto di Marx!), infatti, il capitalismo si è drogato con le spese militari, con la speculazione finanziaria, con lo stravolgimento integrale della cultura attraverso i media, con l'impoverimento selvaggio e scandaloso dei paesi oppressi dall'imperialismo. E' allora bene passare ad un'altra immagine. Il comunismo ci sembra oggi somigliare a Noè, ai suoi figli e agli animali che portava con sé (cioè, fuor di metafora, alla natura che occorre salvaguardare e salvare), che escono tutti dall'arca dopo il diluvio, e che hanno salvato però l'essenziale per ripopolare la terra…" (p 119).

mercoledì 9 dicembre 2015

Un postinferno e un mondo assorbito nell'increato

Perché ho voluto cimentarmi nella lettura delle oltre mille pagine degli Increati di Moresco (Mondadori, Milano 2015)? M'interessano gli scritti che parlano di altri regni: catabasi nel regno dei morti, utopie, alcuni testi di fantascienza. Come spesso accade per i libri di fantascienza, per le utopie o per le (rare) catabasi, vi si individuano sottotraccia alcuni lineamenti della nostra società, mascherati, da decifrare. Questo è uno dei motivi per cui non mi porrò di fronte all'ultimo libro di Moresco nell'ottica di un inquadramento o di un'opinione estetico-letteraria; m'interessa bensì considerarlo come segno dei tempi (elaborazione simbolica del periodo storico in cui stiamo vivendo).
La realtà infera coglie senza troppi preamboli il narratore protagonista così come il lettore fin dalle prime pagine. Viene chiaramente esplicitato che il protagonista è morto e la coltre caliginosa, nebbiosa, piovosa, nevosa che avvolge tutto si colloca nella tradizione letteraria delle visioni degli inferi.
Qui però la veste cupa è double-face, dal momento che a un certo punto si rivela fatta di sperma centrifugato da forze cosmiche  e, più precisamente, da un coito collettivo ininterrotto e diffuso ovunque fra morti, risorti e immortali. La realtà mortale/mortifera è subito contraddetta da numerosi contrappesi erotici (pioggia e fiume di sperma, neve seminale, amore imperituro fra i due personaggi principali del narratore-protagonista e della Pesca, ripetuti ritorni a scene dell'infanzia e così via) che accompagnano ogni passo della catabasi, quasi per un bisogno molto intenso (emotivo, affettivo, mentale) di negare il brutto di ciò di cui si sta parlando. Scheletro teorico del testo (almeno fino a un certo punto) è l'idea antica, ma tuttora appartenente a diverse religioni orientali, del tempo circolare: l'eterno ritorno, le reincarnazioni, l'inesistenza della morte. Tutte le nostre preoccupazioni in materia sono ridicole (su tutto questo la cosa più normale da farsi è infatti una bella risata: " 'I morti ridono?' 'Sì, ridono. E' così che accolgono i nuovi morti.' 'Ma perché ridono?' 'Ridono perché ormai sanno cosa succede dopo. Perché sanno che la morte non c'è, non c'è mai stata...' " p 17). Nella vita oltre la morte come nella vita di prima, di prima della nascita, come durante la nostra vita vivente di corpi materiali, tutto rimane uguale, pure la presenza dei corpi, la bellezza, la giovinezza, i sentimenti, il sesso.
Lo stesso stile dell'opera ricalca lo stile oracolare, oscuro, ambiguo di molti testi sacri, il quale rimanda ripetutamente al concetto della coincidenza degli opposti ed è qui come là impregnato di ossimori: la vitamorte, il primadopo, luci nere, i morti dentro la vita, i vivi dentro la morte ecc. A mo' d'esempio riporto una dichiarazione dello scrittore Antonio Moresco sulla sua stessa opera, inserita a p 823, nello stile sapienziale di chi sa qualcosa che altri non sanno e nello stesso tempo si esprime in modo oscuro (la lunga citazione è riportata in nota *).

mercoledì 2 dicembre 2015

Sul settarismo

Ritengo legittimo che amici, conoscenti, scriventi che conosco leggano, frequentino e sostengano chi magari non piace a me, e possano non avere un giudizio positivo di tutto quello che dico, penso o scrivo. Può accadere che non abbiamo esattamente le stesse idee con tutte le loro sfumature così come possono stare antipatiche persone diverse, non per forza identiche per tutti. Mi sembra normale che sia così. Trovo incredibile che alcuni abbiano la pretesa che venga accolto come oro colato tutto quello che dicono e che gli altri esprimano i loro medesimi giudizi su tutto, compresi autori o critici da stimare o da disprezzare, da leggere o no, da frequentare o da escludere. Per quella che è la mia esperienza, il settarismo, forse residuo di antichi campanilismi e consuetudini di un lungo Medioevo, è discretamente diffuso. In ogni caso, non mi ci riconosco. Presumo di non essere né gregaria né settaria. Leggo anche testi d'autori che mi sono personalmente antipatici.

venerdì 13 novembre 2015

Dialogo su Giocare a mangiarsi con l'autore Mariano Bargellini

R.S. Quali suggestioni letterarie hanno avviato il motore della fabula di questo romanzo sugli insetti digitali di un videogioco, traboccati dagli schermi, inspiegabilmente, nella realtà? Come non pensare (ma forse è fin troppo facile e semplicistico e vago: dunque fuorviante) a La metamorfosi di Kafka…

M.B. Di fatto, La metamorfosi di Kafka, per quello che io ne so, è il primo ed è rimasto, fino ad oggi, l’unico esempio di metamorfosi in insetto della letteratura. Ivi inclusa la fiaba di magia. La storia di Gregor Samsa, ciò detto, non ha in verità proprio niente in comune con questa di Giocare a mangiarsi. Qui la classica (ma del tutto nuova) perdita del sembiante umano ha delle modalità delle cause una cornice ed un senso (o meglio dei sensi) alquanto diversi. In primo luogo: la iattura, temporanea o definitiva, qui riguarda non già una persona, il protagonista del racconto, ma tutti. Secondariamente, causa del fenomeno da incubo è un videogioco. E ancora, che tale fenomeno, cioè la metamorfosi del giocatore nel proprio avatar entomologico: alter ego il più alieno dall’umanità e maschera da idolo di un computer game nefasto; sia una minaccia incombente ogni giorno sopra di te, e poi, a un tratto, ti piombi addosso davvero, iattura paventata inspiegabile e inaudita, è denegato dai più. Addirittura dalla maggioranza. Forse da tutti, escluso il fabulatore. E per concludere: Giocare a mangiarsi, quanto al suo carattere, si presenta come una storia comica e quanto al genere come un romanzo fantascientifico satirico. Tranne il finale, repentino e catastrofico. La metamorfosi di Kafka è una catastrofe, vuoi figurale vuoi esistenziale, dalla prima all’ultima riga.

R.S. Tu però sei solito affermare che la lezione di Kafka è stata fondamentale per te. Se ce lo spiegassi, e lo mettessi in chiaro, ora, una volta per tutte…?

martedì 10 novembre 2015

Bio in spiccioli

Esperienza di vita. E' triste ammetterlo, ma, per quella che è la mia esperienza, chi possiede una qualche forma di potere viene rispettato; chi non ne ha neanche una briciola viene ignorato e talvolta pure calpestato.

sabato 31 ottobre 2015

Lo strano caso dei romanzi scritti in forma ottocentesca

Potrebbe trattarsi di una mia ossessione, potrebbe darsi che la mia antipatia per la terza persona narrativa contenga qualche aspetto nevrotico. Me ne assumo la responsabilità o l'irresponsabilità, se preferite.
Il fatto ha dell'incredibile per me. Definirlo strano è un eufemismo (ma bisogna avere il riguardo di non urtare la suscettibilità dei conformisti: questa sarebbe la regola generale del quieto vivere da rispettare sempre). 
Non finisce di stupirmi che si continuino a leggere libri che paiono scritti nell'Ottocento con l'obiettivo del fotografo-scienziato-documentarista-sociologo puntato sulla scena da cui il narratore rimane asetticamente escluso, quasi si trovasse in un empireo astratto e irrelato. Questo è l'empireo dei conformisti incontestabili, cioè lo status quo in cui il potere esercita la sua tradizionale pacifica influenza. Determinismo-positivismo come cornice di un potere immodificabile.
I corsi e ricorsi della storia non dovrebbero costituire una novità per nessuno. Perché dunque meravigliarsi del fatto che viviamo in un'epoca di Restaurazione? Gli anni Sessanta e Settanta furono più sbilanciati nel movimento, nell'innovazione, nella contestazione, nel cambiamento, nella sperimentazione e ora ci tocca (ma già da troppo tempo) l'esatto contrario. Non è giunto il momento di cambiare?

sabato 17 ottobre 2015

La verve dialettica e sofistica di una cimice e di una cavalletta

Frammento del romanzo di Mariano Bargellini Giocare a mangiarsi

Come si sa, anche un moscerino, nel videogioco, è abilitato a mangiarti. A parte questa regola, che non conviene dimenticare, le cimici, io non potei far a meno di pensarlo, in natura sono delle cacciatrici. Hanno un rostro celato in una guaìna e nascosto sotto l’addome, tenutovi orizzontale e all’indietro. Sguainatolo di sorpresa, trafiggono la vittima e la uccidono con una iniezione di sputo, inoculandole la loro saliva velenosa. Ed erano in tante, un sito collettivo, lì ammucchiate ai piedi delle scrivanie inoperose, baluginandovi glaciali gli schermi dei computers, o appoggiate colle zampine anteriori al bordo d’una sedia, o, a quel modo, montate sul dorso di un collega: talché, quasi navata di cattedrale sghemba, quasi immane soffitta da delirio (d’un film espressionista), le loro confortevoli catacombe parevano altissime sopra ai creativi in riunione. Altissime sopra a delle piatte cimici prostrate sul pavimento o mezz’inerpicate su una sedia o (amichevole promiscuità) sul dorso d’un congenere, scambiandosi delle e-mails olfattive. Questi soffitti modificati, con archivolti e lucernari, mi ricordavano non so che reclusorii visti altrove. Dove? In sogno o in un’altra vita? Ma no, le carceri del Piranesi! Per suggestione dell’altezza voraginosa, e delle finestrelle da cantina che vaneggiavano lassù in alto, mi vennero in mente le carceri del Piranesi. Davvero, così oscure e voraginose, e cosmiche, starei per dire.
   ‒ Oh cimice creativa (cubicolaria, nevvero?, dei letti), dimmi, che cos’è stato, un infortunio? O sei la cavia ardita di un esperimento avveniristico?: la testa come accessorio. Portatile e a funzionamento facoltativo. Di’, mi ascolti, o dormi?
   Mi rivolgevo a una cimice decapitata: la quale, va da sé, m’aveva incuriosito. L’apostrofai, a scanso d’una sorpresa, dall’alto della parete: fuori della portata d’un rostro già sguainato. E del suo sputo letale, da iniettare senza pensarci su. L’apostrofai da lontano: là dove i miei piedi adesivi e le mie mani cavillose, di cavalletta chirografa, si erano posati. S’agitarono vivaci le corte antenne della testa mozza, segnalandomi, con mio piacere, ch’essa non dormiva e che mi aveva ascoltato. Reggeva la sua maschera cefalica, troncatale con un preciso colpo di mandibola da un competitor (con ciò illuso di averla vinta, il fesso, e poi trafitto, la bella trasfusione di sputo venefico!), se la reggeva, la sua testa mozza, come un martire decapitato. Armata del suo rostro, ancora: e che continuava a vivere per proprio conto e a creare! Con le manine o zampe prototoraciche sorretta la sua propria testa al modo d’una radiolina: mentre, con il secondo paio delle sue zampe, mesotoraciche, era montata sul dorso a un compagno dell’agenzia.

venerdì 28 agosto 2015

Romanzi che dovresti conoscere

A dispetto dello spirito critico, a torto o a ragione fagocitante vari aspetti della mia vita, devo riconoscere che diversi romanzi e racconti italiani di autori contemporanei, e perfino coetanei, mi sono piaciuti, nonostante il fatto che dopo il 1995 probabilmente ci sia stato un peggioramento della qualità letteraria delle opere pubblicate. E' possibile che la cesura sia costituita dalla comparsa culturaleditoriale dei Cannibali (l'antologia einaudiana Gioventù cannibale è del 1996), tuttavia...
Avendo più di una volta espresso la mia perplessità a proposito del contesto editoriale che ci circonda, mi pare giusto segnalare almeno alcuni testi a mio avviso riusciti, scusandomi per le dimenticanze o le mancate letture.

In ordine cronologico

Silvia Ballestra, Gli orsi, Feltrinelli 1996: per la comicità intelligente
Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente, Einaudi 1997: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Antonio Moresco, Gli esordi, Feltrinelli 1998: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e perché romanzo di formazione negato
Rosa Matteucci, Lourdes, Adelphi 1998: per il lavoro sulla lingua e la comicità intelligente
Elena Stancanelli, Benzina, Einaudi 1998: per la spregiudicatezza della trama
Antonio Rezza, Ti squamo, Bompiani 1999: per l'immaginazione
Marosia Castaldi, Per quante vite, Feltrinelli 1999: per la dimensione surreale
Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Fanucci 2000: per la dimensione surreale
Luca Doninelli, La mano, Garzanti 2001: per il procedere per libere associazioni
Christian Raimo, Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, minimum fax 2004: per l'intreccio fra discorso diretto e flusso di coscienza
Luca Rastello, Piove all'insù, Boringhieri 2006: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Ornela Vorpsi, Vetri rosa, nottetempo 2006: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Mariano Baino, L'uomo avanzato, Le Lettere 2008: per l'assenza di trama e il flusso mentale
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax 2008: per l'immaginazione
Luca Ricci, La persecuzione del rigorista, Einaudi 2008: per l'originalità della trama
Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri 2009: per il vago sperimentalismo
Giorgio Falco, L'ubicazione del bene, Einaudi 2009: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Lucio Klobas, Anni luce, Effigie 2010: per il vago sperimentalismo
Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere 2010: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e il lavoro sulla lingua 
Roberto Pusiol, Ritratto di Edi Tonon gerontolescente, Transeuropa 2010: per la comicità intelligente
Emmanuela Carbé, Mio salmone domestico, Laterza 2013: per il vago sperimentalismo e la dimensione surreale
Francesco Maino, Cartongesso, Einaudi, Torino 2014: per la verità sociale e la verve polemica
Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015: per il flusso di coscienza sincopato e la resa della situazione claustrofiliaca
Mariano Bargellini, Giocare a mangiarsi, Effigie 2015: per il lavoro sulla lingua e l'immaginazione

Nota
In diversi di questi romanzi e racconti ho apprezzato soprattutto la tensione stilistica.

venerdì 3 luglio 2015

Racconti più sperimentali fra quelli già editi

 Flash


tutti questi flash negli occhi… pugni di riso per gli sposi… fotografati io e la bara; io senza la bara; io e la mamma; io senza la mamma… sempre io al centro… altrimenti io e la mamma abbracciati
"Ma, ecco, è lei! E' lei!" al mio fianco sul sagrato… vestita di bianco, radiosa… ha un velo semitrasparente davanti al viso per nascondere pudicamente l'emozione ("C'era sangue sulla facc…?") la sua espressione dolce, ridente, gli occh…
tutti aspettavano noi qui fuori: il sindaco, i conoscenti, i giornalisti, i carabinieri… la città intera (la famiglia e la città tutta piangono la perdit…
riunita per festeggiarci… gente venuta anche da fuori… abbracci, strette di mano, la gioia collettiva, spontanea per la felicità di due giovani così belli… non osano baciare la sposa perché è velata e un po' ritrosa… allora stringono la mano a me, m'invidiano… lei irradia luce da tutto il corpo, fa sbocciare la primavera tutt'intorno… la gente la vuole guardare (quello sfregio sull'occhio…
non riusciva più a vedermi… a tentoni nel buio… cercava un me che non riusciva più a trovare
il vento è così dolce e gentile e noi così leggeri che potremmo essere trasportati su una nuvola (no, è impossibile che mi guardi da lassù) le persone ci portano in palmo di mano (uno scricchiolio quasi silenzioso) in onore della giovinezza, della felicità! (un cedimento di qualcosa… cosa avrà ceduto per prima? una falange, una costola? nella spinta contro il muro o giù per le scale) la gente ci solleva, ci porta in trionfo… con le mani riusciamo a sfiorare le fronde degli alberi, i fiori… come bambini sulle altalene… inebriata dal profumo, lei respira profondamente (era mai successo in cantina?) ma saliamo sempre di più, trasportati… entriamo dentro l'ombra fresca, odorosa (a un certo punto una sostanza più scura, più densa) degli alberi (le mani lordate, grondanti, dove…?

giovedì 25 giugno 2015

Il sonno dei giusti

la gatta imprigionata nell'armadio, la gatta furiosa nell'angolo dell'armadio, la gatta occhio stravolto, verde tagliato di giallo, limoncina, pantera gialloverde rotante impazzita imbizzarrita
biglie lanciate nel vuoto: dal settimo cielo… planava un po' con la pelle… la pelle che diventava ali, ali di un animale brutto e sgraziato come un pipistrello… l'animale che quasi si trasformava in un altro animale per salvarsi…
l'occhio ansimante furtivo cercava nel vuoto, mi cercava, la cagnagatta furiosa, mi spiava. E io la capivo: in fondo sapevo già di...
di dormire non c'è verso… tanto vale cercare di buttare giù quel pezzo che devo scrivere…
quello che si deve superare… è quasi impossibile la sfida della crescita umana: il divincolarsi e l'emanciparsi completo dallo psichismo infantile, così carico di sadismo… l'imprescindibile attaccamento alla madre, l'odiosamata… il doloroso sviluppo di una cosa così abnorme come il cervello umano (con le sue stupefacenti capacità di consapevolezza, immaginazione e compassione in un universo fatto di pietre) Con un cervello così sviluppato, verrebbe da chiedersi come fanno a cessare le cure parentali…

mercoledì 8 aprile 2015

Il salto in alto

La letteratura è salto in alto. Si lascia a terra la nostra parte puramente umorale, autobiografica, malinconica, a volte luttuosa, le nostre umane traversie, da cui tuttavia si è preso slancio e motivazione. Si abbandona quello che Gilda Policastro chiama in un suo saggio "il dolore senza stile" per fare qualcosa d'altro che non sia l'emissione di un lamento o di un grido di rabbia. Con questo non voglio dire che l'essere umano non abbia diritto di urlare o di piangere. Ma questo c'è già! Già ne siamo circondati, già siamo immersi nella sofferenza! La letteratura è qualcosa d'altro.
Chi abbia seguito o praticato prove e allenamenti sa quanti sforzi, tentativi ed errori possa costare un salto riuscito.

mercoledì 4 febbraio 2015

Abitare il romanzo

Abitare vs costruire
A me pare che più che costruire un romanzo sia bello abitare un romanzo, una scrittura. Scrivere come abitare il tempo, racconto come un luogo da esplorare nelle sue diverse possibilità. Il verbo costruire presuppone un progetto ben definito, un procedere razionale, un tendere a qualcosa, perfino un elevarsi e un compiersi, che non sempre nella dimensione reale si verificano.
Tende a qualcosa il tempo? Fondamentalmente tende alla morte, quindi il racconto-tipo potrebbe consistere in questo avvicinarsi o palesarsi della morte, in questo rapportarsi con l'apparir del vero leopardiano. Magari stare in un racconto come in un diario non personale, non per forza autobiografico, preferibilmente di finzione. Oppure no. La questione è da esplorare: non soltanto trame puntiformi ma anche complesse.
Anziché costruire: abitare, esplorare, espandere. Orizzontalità anziché verticalità del narrare. Perché continuo a usare, nonostante tutto, la parola narrare? Se nulla si muove il racconto non nasce neppure, forse resta, ne migliore dei casi, un testo filosofico o saggistico. L'orizzontalità sarà mossa, almeno un po' increspata, dal momento che inquietudini, tensioni e dinamismi interni non possono mancare.
Non vorrei qui elencare i primi titoli famosi che vengono in mente a proposito degli spazi mentali esplorati nei romanzi (La nausea di Sartre, La montagna incantata di Thomas Mann, La palude definitiva di Manganelli, Dissipatio H. G. di Morselli, Il deserto dei Tartari di Buzzati, L'uomo avanzato di Mariano Baino) piuttosto che brani della Recherche o dell'Ulisse. Mi piace supporre che lo spazio per il dispiegamento di varie forme di pensiero, da quello argomentativo/analitico a quello associativo/intuitivo, trovi il suo luogo ideale proprio nella forma romanzo genericamente intesa: luogo dello stare, appunto, del resistere o risiedere o insistere dentro un confine dato; e dunque sia una possibilità offerta a chiunque si accinga a scrivere un romanzo.
Non m'immagino un abitare particolarmente ricco di comfort. Come discreto comfort, raro sollievo, immagino frequentazioni e dialoghi con amici o letture di scrittori e filosofi.
Infatti, che cosa rende una casa, anche povera, una splendida abitazione?, si domandava Heidegger nello scritto intitolato Abitare, costruire, pensare, che prende spunto dalla penuria di alloggi in Germania nell'immediato dopoguerra. L'abitare, modo specifico in cui i mortali stanno sulla terra secondo Heidegger, si contrappone al puro e semplice costruire, tipico anche degli animali per quanto riguarda le loro tane. Il costruire è finalizzato all'abitare e lo coltiva già nel suo farsi. La questione è che cosa vogliamo mettere dentro alle case una volta edificate. Che cosa distingue e caratterizza l'abitare umano? Le relazioni, i legami con gli altri. L'abitare è un prendersi cura all'interno delle pareti domestiche, ma anche per ciò che sta fuori: Heidegger aggiungeva infatti i legami con la terra e con il cielo (il tempo). Con questi legami s'intrattiene l'abitazione umana, che per Heidegger significa soprattutto avere cura, prendersi cura. Esistono quindi un abitare autentico e un abitare inautentico, a seconda che siano vive le relazioni o meno. Per abitare il tempo s'intende vivere la pazienza, non avere fretta, essere lontani da ritmi produttivi frenetici. E per rispetto della terra che cosa s'intende? Rispetto e valorizzazione degli spazi circostanti, una variante della relazione con gli altri, cura di ciò che sta intorno.

mercoledì 21 gennaio 2015

Sparizione della specie umana e sopravvivenza degli animali

Frammento tratto da Dissipatio H.G. di Guido Morselli

"Non cercata, ho una prova che l'Evento non è una chimera, un'invenzione mia. In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d'uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio. Gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s'intende. L'istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell'aria, a terra non ci sono più puzzi o frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l'inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante). Può darsi che questo scorcio di primavera freddo, nebbioso, li incoraggi. Ieri a tramonto un duetto, più espressivo di quello di Lévy e Malinowski, fra civette. Una delle due, la femmina?, teneva il suo verso distinto dal verso del compagno, di un semitono, e non variava se non a intervalli piuttosto lunghi e press'a poco uguali. La melopea ha del primitivo, non del lugubre, come tutti dicevano. Ho interloquito, senza cercare di imitare, insistendo su una nota bassa, appena accordata alle loro, in bordone. Ho anche tentato una dissonanza. Pare che non gli dispiacessi. perché si sono avvicinate. Abbiamo gusti in comune, il bosco e la notte; sono nittalopo e nottivago quasi come loro, e anch'io, se canto, canto di notte. A parte che le mie corde vocali, a differenza delle loro, sono state trattate alla nicotina.
Così vado commentandomi, esorcizzandomi, la fine del mondo. O quel tanto di analogo che si svolge sotto i miei occhi." (Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano 1977, pagg 55-56)

venerdì 2 gennaio 2015

In che senso dico che i miei romanzi sono anoressici?

Rifiutano di nutrirsi, di lievitare, di diventare voluminosi. Come? Per esempio, disdegnando l'accumulo di particolari. Non amo i cosiddetti dettagli, considerati dagli estimatori del cosiddetto realismo segnali determinanti per ancorare il testo alla realtà (o meglio, all'apparenza visibile, poiché che cosa sia veramente la realtà non so fino a che punto interessi al narratore comune). Non si tratta di un semplice gusto o capriccio. Un certo numero di particolari mi paiono proprio inutili e assurdi. Prendiamo questa frase di Charles D'Ambrosio, autore americano contemporaneo per molti aspetti di talento, un buon autore tradizionale (cito lui perché gli appartiene il libro che sto leggendo adesso, ma gli esempi sono dappertutto, soprattutto nelle innumerevoli narrazioni extradiegetiche): "Drummond portava un vecchio cappello di feltro con una penna rossa sulla fascia, e un cappotto beige chiuso con la cinta." (Il museo dei pesci morti, Minimum fax, Roma 2014, p 50). Che cosa può voler dire questa frase? L'abbigliamento descritto a me non suggerisce alcuna informazione in più sul personaggio. Non mi dice niente, perdipiù riferito a un ambiente sociale, quello occidentale contemporaneo, in cui le persone più conformiste possono vestirsi in modo eccentrico o strano così come persone fuori dal comune o addirittura folli possono presentarsi nella maniera più ordinaria. Oltretutto, moda a parte, non crediamo più nella fisiognomica.
Saltato completamente il maquillage e tutto il solito posticcio finto realismo di cui sono infarcite tante scene narrative, tipo descrizioni dell'aspetto fisico dei personaggi, descrizione di questo o di quel particolare che possa dare un senso di realtà… (per non parlare dell'abolizione completa della presentazione classica dell'ambiente sociale, il milieu ottocentescamente determinato/deterministico)… ecco che le pagine sono già un bel po' scarnite...
Inoltre la soppressione dei gesti minimi della vita quotidiana, che occupa così tanta parte di molti romanzi (egli si alzò, si sedette, prese il bicchiere, si versò, preparò, andò alla finestra, vide, uscì, si diresse, rincasò, si coricò eccetera) significa anch'essa disfarsi di una certa zavorra.