giovedì 23 febbraio 2017

Scrittori non scrittori

Carlo Emilio Gadda e Primo Levi non si definivano scrittori. Nessuno dei due evidentemente riteneva la scrittura una professione. Scrivevano e basta, secondo l'ispirazione. Gadda, di professione ingegnere, si definiva scrivente e ha lasciato quasi tutte opere incompiute; diversi editori hanno affermato apertamente che oggi Gadda incontrerebbe molte difficoltà a pubblicare. Primo Levi, di professione chimico, ha scritto il primo romanzo d'invenzione, La chiave a stella, da pensionato e si definiva scrittore non scrittore.
Così Primo Levi, a circa sessant'anni, su La chiave a stella: "Questa è un po' la mia opera prima: quando ho scritto gli altri libri, avevo un'altra professione, facevo il chimico. Ma da un anno e mezzo scrivo soltanto. La chiave a stella è il mio primo lavoro professionale...".
I sessant'anni mi fanno venire in mente che pure Italo Svevo, di professione prima impiegato di banca poi imprenditore, mise mano al suo capolavoro, La coscienza di Zeno, quasi a quell'età e lo pubblicò dopo i sessanta appunto.
E parliamo di scrittori, se occorre sottolinearlo, fra i maggiori delle nostre Lettere. Perché rimarcare oggi queste osservazioni? Tutto questo va detto (e altro si potrebbe aggiungere) contro il mito della giovinezza primavera di bellezza, contro il mito della professione di scrittore intesa come carriera pari a quella che uno potrebbe fare nell'industria o nella finanza, da iniziarsi rigorosamente intorno ai trent'anni, altrimenti uno è vecchio e fallito (e ci piace a questo punto ricordare l'affetto che Beckett nutriva per il concetto di fallimento), e da protrarsi finché morte non sopraggiunga continuando a replicare se stessi in prodotti più o meno uguali, sfornando magari un titolo all'anno. per cui credo più nella creatività talvolta imprevedibile della natura che in quella forzata delle macchine e della produzione industriale.

mercoledì 15 febbraio 2017

Bio in spiccioli: nome e cognome

Il mio nome pieno di r (r come rabbia, r come rancore) e di suoni duri (rt) per molti anni non mi è stato gradito: mi suonava poco femminile, non eufonico, quando tanti nomi femminili sono pieni di l, per esempio, di a, di m. Per giunta Roberta veniva spesso e volentieri associato da chi lo udiva la prima volta alla famosa canzone di Peppino di Capri, che non mi è mai piaciuta.
Il cognome Salardi, al contrario, sapeva di sale, di mare; conteneva richiami ad elementi per me positivi (il sale, appunto, l'intelligenza, il sapore, la romana via Salaria); forse anche all'amaro in bocca (quanto sa di sale lo scender e lo salir per l'altrui scale), che è un amaro però di conoscenza, di esperienza.
Soltanto dopo che ebbi compiuto i cinquant'anni e mia madre gli ottanta, le sfuggì a chi era ispirato il mio nome: un fratello di mio nonno morto giovane nella Legione straniera, un ribelle che non aveva trovato la sua collocazione nei ruoli consueti e che la società aveva in qualche modo allontanato. Dal giorno di quella rivelazione posso assumere il mio nome con orgoglio. Considerato anche il riferimento a Robin Hood e a Robespierre, non posso affatto lamentarmi.
Secondo nome: Marina. E torniamo al mare, al sale amato.