sabato 29 giugno 2019

Diciottenni suicide

Nel 1963 Livia De Stefani dava voce all’angoscia di una servetta diciottenne sedotta e abbandonata con le conseguenze del caso, cui la giovane fa fronte maldestramente, nel panico, sopprimendo sul nascere il “frutto del peccato” e avvicinandosi sempre più al suicidio nelle ore seguenti, narrate in Viaggio di una sconosciuta (Mondadori, Milano 1963). Il lungo racconto, recentemente ristampato dalle edizioni Cliquot (Roma 2018), è molto interessante per il flusso d’angoscia della protagonista sullo sfondo di una Roma assolata e spietata; spietata a causa del quadro sociale che lascia intravedere (ne parlo qui: https://voltandopagine.blogspot.com/search/label/livia%20de%20stefani ). A distanza di oltre quarant’anni Flavia Piccinni col suo esordio Adesso tienimi (Fandango 2007; Terrarossa, Bari 2019) accosta il tema analogo della seduzione brutale di una ragazzina appena diciottenne o quasi, la quale, pur non avendo a che fare con una gravidanza indesiderata, si trova a dover elaborare una dura storia di amore malato, cui inizialmente viene costretta da un suo insegnante, che a un certo punto comincia a desiderare e che vede poi bruscamente interrotta dal suicidio di lui, il quale non le lascia alcuna spiegazione (“Per me non avevi lasciato niente, perché non ero niente.” Terrarossa ed., pag 161).
Che cos’hanno in comune testi tanto lontani nel tempo? L’elemento macroscopico è che entrambi sono segnati dalla presenza di un diffuso maschilismo e patriarcato duro a morire. Il racconto di De Stefani, presessantottino ma già femminista, dipinge il quadro di una società patriarcale, contadina, in cui le donne portano sulle spalle il peso dei parti, degli aborti clandestini, delle gravidanze indesiderate, di amori più o meno imposti come un destino cui non si può sfuggire, violentate o rudemente sedotte per brevi avventure ancora molto giovani e sprovvedute, specie se di classe inferiore. Il romanzo dell’esordiente Piccinni, in chiave più moderna, rimanda a una gioventù postsessantottina ma ancora e sempre bruciata, che si macera nell’immobilismo e nella saudade di un Suditalia abbandonato a se stesso, rassegnato ai suoi mali inguaribili: è ambientato a Taranto, dove si dà per scontato che nulla possa cambiare nella situazione industriale e ambientale così come nella vita privata dei singoli, mentre permangono antiche cerimonie religiose di celebrazione collettiva del dolore. Alle ragazze anche più trasgressive, poco sottomesse a scuola e in famiglia, che fumano e bevono birra coi loro coetanei fin da adolescenti, viene riservato comunque un ruolo passivo: “Hai voluto fare parte di tre vite. Le hai volute distruggere tutte e tre. Prima prendendo due donne e consumandole, poi uccidendo me. Mi hai preso, anche se non ti ho voluto. Sei entrato nella mia vita e, dall’interno, hai iniziato a scardinarmi. Hai dilaniato la mia vita e mi hai fatto impazzire. Mi hai costretta a essere tua.” (pag 130).

domenica 2 giugno 2019

L'esclusione esiste

Forse ho generato una certa antipatia e diffidenza intitolando questo sito-blog Lettere a nessuno (al femminile), con un calco evidente del titolo di un libro che suscitò discussioni. Quello era un libro; questo è un sito che finisce per contenere un po' di tutto, esposto a eventi, questioni di attualità, contaminazioni, incontri. Per la precisione sarebbe un blog, ma, per via dell'introversione dell'amministratrice, è vissuto quasi come un diario. Uno dei temi di fondo di questo diario pubblico resta l'esclusione, come anticipato appunto nel titolo preso in prestito.
Sappiamo che Antonio Moresco a un certo punto ha avuto fortuna e il suo isolamento dal mondo editoriale (che entra anche nella vicenda degli Esordi, non solamente nelle Lettere a nessuno) non è durato per sempre. Altri scriventi sono rimasti e continuano a restare ingiustamente nell'ombra. Colpa loro? Difficile dirlo.
Consideriamo gli scrittori Mariano Bargellini ed Ezio Sinigaglia, arrivati a un qualche riconoscimento dopo i sessant'anni.
Con Mus utopicus (Gallino, Milano 1999), La setta degli uccelli (Corbo, Ferrara 2010) e Giocare a mangiarsi (Effigie, Milano 2015) Bargellini (anno di nascita: 1936) ha elaborato una prosa densa (neobarocca, a suo dire) e trame fra l'onirico e il fantastico, restando uno scrittore di nicchia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma il barocco è un vicolo cieco in questa società frenetica dominata da notizie-flash, slogan, tweet, small talk. E poi il fantastico ha una tradizione esile in Italia, dove in genere ha prevalso il realismo con le sue varianti (per motivi anche politico-sociali, a ben vedere: diffusa criminalità organizzata, scandali, politica corrotta, in cui la realtà sociale chiede da più parti di essere guardata in faccia e descritta senza reticenze; da qui il successo del giornalismo d'inchiesta e dei reportages narrativi tipo Gomorra).
Tuttavia Bargellini sostiene: "La mia scelta ha una lunga tradizione nel Novecento, pensate a Kafka o al Manganelli della Palude definitiva". E aggiunge: "Andate a leggere o rileggere Caos e bellezza di Omar Calabrese: capirete quanto può essere moderno il neobarocco".
Ezio Sinigaglia (anno di nascita: 1948), dopo un esordio intorno ai trent'anni passato inosservato con un corposo romanzo-saggio che s'interroga sulle principali innovazioni stilistiche del Novecento (Il pantarèi, SPS-Sapiens, Milano 1985), trascorre decenni di vita appartata dedicandosi alla stesura di testi rimasti nel cassetto, tranne un breve romanzo di stampo più tradizionale, pubblicato da una casa editrice che comincia a dargli visibilità (Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016). Finalmente, con la ristampa di quel primo romanzo degli anni ottanta, ottiene molti apprezzamenti. Con questa nuova apparizione del Pantarèi nel 2019 (grazie alla coraggiosa casa editrice Terrarossa di Bari) è come appena nato nella società delle lettere.
Il suo caso è emblematico: più di trent'anni di sepoltura di un testo vivo e ricco che affronta un tema rimosso negli ultimi decenni, quello del confronto con la prosa più innovativa del Novecento. Nel cimentarsi con la sua opera d'esordio in un genere, quello del romanzo, considerato in crisi e da alcuni ormai dato per  morto, il protagonista Stern, alter-ego dell'autore, attraversa e testa su di sé (su diverse parti della vicenda) gli stili che hanno rivoluzionato il modo di narrare dei secoli precedenti.
Scrive Angelo Di Liberto in una recensione al Pantarèi: "Viviamo nell'epoca del godimento che è sempre a scapito della responsabilità. Ciò che importa è la fruizione spicciola, l'illusione emotiva, la crosta sulfurea di un'epidermide sottoposta ad agenti esterni ad alta virulenza d'insignificanza. La coscienza nana ha sostituito la natura morale e intellettuale e a seppellire ogni guizzo creativo ci pensa il mercato delle classifiche. Perché nella quantità si esperisce lo scopo aziendale, dato che la qualità è indigesta speculazione al rialzo di consapevolezza. Ad aggiungersi alla consunzione vi è l'idea, ormai radicata, che la lettura abbia perso autorevolezza e centralità (...) I dati statistici sono emblema di un settore in disfacimento, senza transustanziazione del caso (...) A fare i conti con la situazione letteraria della sua giovinezza, dato che la prima pubblicazione del libro è della metà degli anni ottanta del secolo scorso, è un autore che instilla nuova linfa vitale alla quercia centenaria della letteratura, cimentandosi in un florilegio stilistico degno dei grandi autori passati alla posterità (...) Come un moderno Zeno si aggira per casa, vaga per le stanze e invoca i suoi fantasmi, attribuendo alla letteratura una funzione terapeutica così da restituire senso e valore alla vita." (Morte (e resurrezione) del romanzo, la Repubblica, Palermo 4.4.2019).

giovedì 23 maggio 2019

Bruciare tutto tranne il Narratore onnisciente

Ho letto Bruciare tutto (Rizzoli, Milano 2017) di Walter Siti messa sulle sue tracce da un articolo di Matteo Marchesini, "Siti gnostico", a suo tempo pubblicato sul Foglio, adesso raccolto in Casa di carte (il Saggiatore, Milano 2019). Il romanzo ha molte frecce al suo arco, affrontando grandi temi come il senso della vita, il sentimento religioso, la perversione, il bene e il male. Non è permeato come altri romanzi di Siti dal mito dei culturisti, quindi l'ho letto con interesse. 
Al centro si svolge il dramma di un giovane che scopre in sé fin da adolescente tendenze pedofile e fa grandi sforzi per dominarle, inizialmente da solo, senza riuscirvi. Cerca rifugio nel sacerdozio, suggestionato anche dalla convinzione (psicotica?) di sentire la voce di Dio: cerca di sublimare le sue pulsioni e scontare i suoi peccati con gesti di grande altruismo, che gli guadagnano la simpatia e l'ammirazione di tanti parrocchiani. Ma la sua vita mentale è torbida, il mondo esterno, che pur lo assedia da ogni parte con richieste continue d'aiuto, non riesce a soffocare fantasie devianti, cui il succube oppone una volontà ferrea e convinzioni talvolta fanatiche e allarmanti ("non esiste una religione moderata, se è moderata non è religione" pag 123). Date le premesse, questo romanzo sarebbe adatto all'introspezione: monologhi, sogni e persino esercizi spirituali degenerati (pagg 60-63) non mancano, ma la verità è fuori ("... la verità - se mai quaggiù può esserci verità - è più fuori che dentro di noi" pag 240): il personaggio Leo e lo scrittore Walter Siti ne sono convinti, quindi vi si buttano. A descriverci un ambiente straripante di segni è dunque un Narratore forte, che tutto coglie con una sensibilità iperesercitata, dal bisbiglio di una fontana, forse voce di Dio (pag 233) ai più vari parlati sociali. Ma le persone stanno nelle loro parole?

domenica 12 maggio 2019

Perché Dante


Il cammino ecologista e culturale di Repubblica nomade quest'anno mira a percorrere un cuore dell'Italia fatto dei valori di rettitudine, sobrietà, solidarietà, lucidità di pensiero trasmessi nel tempo dalle personalità fondatrici di Dante, Francesco d'Assisi e Leopardi.
Le celebrazioni di classici sempre a noi vicini sono più che mai opportune. Pensiamo a Dante. Le sue parole, talvolta aspre e sferzanti, continuano a risuonare cariche di significato in un Paese come il nostro tutt'oggi ferito dalla piaga della corruzione, della trascuratezza e del degrado (secondo le stime del 2018, l'Italia occupa tra i peggiori posti in Europa e il 53° nel mondo per il problema della corruzione).
A distanza di secoli colpisce un senso della giustizia che non fa sconti alla memoria di personaggi celebri e altolocati, d'arme e di religione, spesso impegnati in terribili lotte per ricchezza e potere, aperte o intestine, che insanguinarono l'Italia in un'epoca bassomedievale in cui l'egemonia dell'Impero (rimpianto da Dante come la forza che favorì l'età d'oro della pax romana e un'idealizzata età feudale-cavalleresca) era ormai fortemente contrastata dal sorgere di ricchi feudi, signorie e comuni continuamente impegnati nel fronteggiarsi a vicenda. Accanto alla feudalità agraria, si andava sviluppando un ceto arricchito dalle vivaci attività commerciali e artigianali fiorenti all'interno di numerose città: la situazione era instabile e caratterizzata da sempre nuove alleanze e contrasti interni alle città-stato o relativi ai rapporti con le maggiori dinastie europee. Lo stesso Dante pagò con l'esilio la partecipazione alla vita politica della sua Firenze, "nido di malizia tanta" (Inferno XV, v 78). Ma se la violenza e l'inganno sono puniti nei gironi più bassi dell'Inferno, il non parteggiare per nessuno, proprio degli ignavi, ottiene dal poeta il massimo disprezzo alle porte degli inferi, là dove un folto numero di anime indifferenti e vili, che mai non fur vive, perché non furono animate da impegno e partecipazione, non vengono considerate né da Dio né dagli uomini, che non serbano di loro alcuna memoria (III, vv 22-69). La turba degli indifferenti è uno sfondo che vale per tutti i tempi tuttavia l'età dei comuni fu tutt'altro che amorfa e monotona. Nel breve frammento qui riportato della celebre apostrofe all'Italia (Purgatorio VI, vv 76-151) essa appare lacerata da insanabili discordie e da fazioni ferocemente avverse persino all'interno delle stesse mura cittadine: "Ahi serva Italia, di dolore ostello (…) ora in te non stanno sanza guerra/ li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode/ di quei ch'un muro e una fossa serra" (vv 76-84). L'inganno e il tradimento, tramati senza sosta, possono tendere agguati mortali e determinare la caduta d'intere città: i traditori sono puniti nel fondo dell'Inferno, là dove pur brilla l'intelligenza di Ulisse (Inferno XXVI), capace di spingere lui e i compagni alla scoperta dell'ignoto, di superare ogni limite, ma anche di divenire strumento per ingannare e colpire l'avversario. Il canto di Ulisse non contiene solo una verità ma più di una verità: le capacità umane destano in noi orgoglio e ammirazione ma possono rapidamente portare alla rovina.
I mali degli uomini derivano nella maggior parte dei casi dalla brama di ricchezze. Strali contro l'avidità attraversano tutto il poema. Fin dal I canto dell'Inferno la lupa è la fiera che più spaventa Dante e lo respingerebbe indietro nella selva oscura se non intervenisse Virgilio; nel XXVII canto del Paradiso (vv 19-67), non lontano dall'Empireo, San Pietro tuona contro la corruzione del papato, tema anticipato già nel canto XVII della stessa cantica, ove si dice che Roma è il luogo "dove Cristo tutto dì si merca" (v 51). Nello stesso canto XVII (vv 124-142) l'antenato Cacciaguida esorta Dante a non tacere le iniquità né i nomi dei malfattori altolocati e delle loro potenti famiglie, considerata la funzione esemplare e altamente morale del suo ruolo di scrittore: "Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,/ tutta tua vision fa manifesta;/ e lascia pur grattar dov'è la rogna" (vv 127-129). Nel canto XI del Paradiso viene esaltata, per contrasto, l'unione tra San Francesco e Madonna Povertà (28-117) mentre gli usurai (oggi li chiameremmo semplicemente banchieri), coloro che traggono denaro da denaro, offendono la bontà divina poiché non vivono del prodotto del loro lavoro o dei frutti della natura, secondo la legge biblica, bensì degli interessi sul prestito. Nell'XI canto dell'Inferno (vv 97-111) è ben specificato che il lavoro non è da intendersi soltanto come condanna e fatica ma anche come forma di avvicinamento all'opera di Dio: così come Dio ha creato il mondo l'essere umano inventa continuamente le proprie attività e produce le cose di cui ha bisogno. Voler guadagnare senza passare attraverso l'attività e la creatività è un peccato.

giovedì 7 febbraio 2019

Conversazione con Ezio Sinigaglia

Ezio Sinigaglia è un altro autore che ha patito un'esclusione: il suo corposo esordio nel 1985 da un piccolo editore milanese, Il pantarèi, romanzo-saggio ricco di spunti e riflessioni che ruotano intorno alle grandi innovazioni stilistiche del Novecento, non ebbe nessuna eco in un panorama culturale che si stava decisamente ricompattando intorno a forme narrative ottocentesche: un postmoderno definito da Sinigaglia stesso un ritorno al premoderno.


Salardi: All’inizio si pone una questione di metodo. “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua.”: così l’incipit di Eclissi (Nutrimenti, Roma 2016, pag 7). Allo stesso modo si potrebbe ipotizzare che Il pantarèi (ora riproposto da TerraRossa edizioni, Bari 2019, a quasi trentacinque anni dalla prima edizione – SPS-Sapiens, Milano 1985) punti all’oscurità, alla complessità tipiche dei maggiori romanzi del Novecento, per cogliervi un’indicazione su come proseguire il lavoro in questo che diviene un genere completamente diverso nel secolo che ci precede: a pag 65 del Pantarèi si osserva che il romanzo era sempre stato nei secoli “il genere letterario ‘leggero’, nel quale tradizionalmente i valori del mythos (i fatti, l’azione, l’avventura, le fortune, le catastrofi) prevalgono su quelli dell’ethos (la sfera morale dell’uomo, e dunque il pensiero, il cuore, l’intelletto). Le innovazioni tecniche di cui si è parlato sono tali da ribaltare completamente questo rapporto: nei romanzi del ’900 i fatti sono generalmente ben poca cosa, ciò che conta è il libero serpeggiare della coscienza intorno ad essi. Il romanzo viene ad assumere quasi un aspetto ‘saggistico’ che gli era prima completamente estraneo. Diviene, insomma, un nuovo genere letterario”. L’excursus saggistico sulla prosa più innovativa del secolo breve mira a ricavare un orientamento addentrandosi nell’analisi e talora nel calco degli stili più densi e ricchi che ci siano stati lasciati in eredità. Si fa tesoro qui della scoperta proustiana (o freudiana o sveviana) secondo la quale è inutile affrontare direttamente il vero poiché ci sfugge, viene rimosso e misconosciuto. Occorre aspettare che la memoria involontaria ci venga in aiuto, aspettare l’attimo rivelatore. Allontanarsi dalle abitudini, dai doveri, dalle frequentazioni quotidiane per permettere che emergano verità profonde su noi stessi altrimenti offuscate, nascoste dalle urgenze e dai condizionamenti che inghiottono la nostra vita togliendole senso, per quanto riguarda il personaggio di Akron nell’Eclissi; allontanarsi dalle convenzioni e immergersi negli stili che hanno senso per noi, aspettando che la propria voce emerga, pungolata dalle emozioni e dagli accadimenti, per quanto riguarda l’aspirante scrittore…


Sinigaglia: Non è certo arbitrario questo parallelo metodologico o, se vogliamo, progettuale fra i miei due soli romanzi finora pubblicati. In più di un’occasione ho lasciato capire che l’incipit di Eclissi, “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce”, appeso lassù in cima alla prima pagina come un esergo, è anche una dichiarazione d’intenti, una promessa fatta al lettore più attento, o viceversa un monito rivolto a quello più frettoloso e meno disposto all’avventura. In questo senso, dunque, il progetto di Akron, il protagonista, coincide con il progetto dell’autore, ed è quindi lecito ipotizzare che non si tratti di un progetto isolato, ma che per l’autore scrivere voglia dire proprio questo: tuffarsi nelle tenebre per sfruttare la sorprendente potenza che una flebile luce può assumere quando è circondata dall’oscurità più totale. Perché naturalmente la luce che noi (intendo noi poveri artigiani della scrittura, che non osiamo più nemmeno chiamarci artisti), la luce che noi, dicevo, nella migliore delle ipotesi, riusciamo ad accendere è una fiammella davvero minuscola, come quella di un cerino, e dunque può essere di qualche utilità soltanto nelle tenebre assolute. Ma non credo che questo principio, nel quale adesso – a settant’anni – mi sembra condensarsi il segreto stesso della letteratura, mi fosse così chiaro a ventott’anni, quando concepii il progetto del Pantarèi e mi accinsi a realizzarlo. Il mio movente di allora era piuttosto, come ho cercato di chiarire nella Prefazione a questa seconda edizione, l’ambizione di dimostrare che il romanzo non era affatto morto. Certo, per realizzare un simile progetto era necessario calarsi a fondo dentro la vicenda del romanzo del Novecento e aprirsi una strada fra i cespugli dei suoi apparenti paradossi fino a trovare un filo di coerenza da seguire. Il che equivale forse a dire che occorreva inabissarsi nell’oscurità fino a cogliervi una piccola luce. Di questo però non ero consapevole a quei tempi: credo di essermi lasciato guidare dall’istinto o, se preferisce, dalla mia passione di lettore, che era già forte e consolidata, e dalla mia vocazione di scrittore, che cominciava ormai a palpitarmi sottopelle. In fondo il progetto del Pantarèi è nato nella mente di un ragazzo che, fino ad allora, aveva avuto della letteratura un’esperienza esclusivamente passiva: una mente ingenua e avventata, anche se provvidenzialmente armata di senso critico e ironia. Eppure questo romanzo si colloca così armoniosamente all’inizio del mio percorso, lungo e accidentato, di scrittore, che si direbbe un esordio studiato a posteriori

Salardi: A pagina 98 del Pantarèi in un momento di esaltazione il narratore protagonista leva una preghiera a padre Joyce: “Lode a te, organismo uno e trino. Gloria al padre intelletto, al cuore figlio e alla santa spiritualità del corpaccio nostro gaudente e dolente. Padre Joyce che sei nei cieli, posa i tuoi occhi sofferenti su di noi, proteggi il tuo umile servo Stern, che elevando oggi a te l’ammirato canto della sua devozione ha guadagnato il pane suo quotidiano con il sudore benedetto della fronte sua. Proteggilo, e tieni lontana da lui ogni tentazione, ma sopra tutte quella rovinosa della letteratura, che Satana con le sue arti malefiche tenta già di insinuargli nel petto. Scrolla via dal capo del tuo umile servo, o padre James, il peccato orribile della superbia. Ricordagli che, come tu hai stabilito, non vi sarà altro romanzo dopo di te. Amen.” Se non bastasse questa dichiarazione di poetica, Il pantarèi si dimostra nel complesso joyciano: molte sono le parti di flusso di coscienza, le variazioni stilistiche di capitolo in capitolo, i giochi di parole, i termini-macedonia sintesi di più vocaboli, la radicale opposizione al linguaggio semplificato in auge dell’attuale industria editoriale. Nel romanzo successivo, Eclissi, è stata invece rintracciata da vari commentatori soprattutto l’influenza di Proust. Verso quali Maestri si sente in particolare debitore?

sabato 26 gennaio 2019

Bio in spiccioli

Ho voluto scrivere poco, considerati anche gli inediti. Ho voluto aspettare che le idee maturassero entrando in incubazione per un certo tempo, dimostrassero di resistere agli attacchi di forze contrarie, come distrazioni o pigrizia, ed eventualmente si arricchissero di nutrimenti vari prima di venire alla luce. Questo per una legge di natura, si potrebbe facilmente affermare: solo qualcosa che possiede una discreta carica libidica, una sua energia, può riuscire a vivere. Accanto a questa motivazione ne scorgo subito un'altra abbastanza aggressiva: ho evitato di soggiacere alla coazione a produrre tipica del meccanismo industriale che ci è familiare nonché a stampare qualunque frase o pensiero passasse per il capo come se un mondo di seguaci o amici facebook fosse sempre lì ad attendere montagne di parole vuote come oro colato. Mi è piaciuto essere libera di scrivere quel che volevo quando volevo. Ho svolto un lavoro impiegatizio in un altro campo, in cui avevo l'impressione di vendere capacità meno preziose per me di quanto non fosse la scrittura. Un sacrificio c'è sempre, perché la società chiede qualcosa in cambio di quello che offre. Si è arrivati a un accomodamento fra le mie ambizioni personali e le esigenze sociali così ho venduto buona parte del mio tempo per svolgere compiti abbastanza lontani dai miei interessi ma non del tutto alieni. Avrebbe potuto anche andar peggio e qualcuno in effetti è costretto a sacrifici ben maggiori dei miei per stare al mondo. Senza allargare troppo il discorso, resta il fatto che il lavoro è conflittuale e la conflittualità del lavoro non so se a qualcuno è risparmiata.
E' giusto comunque che uno scrittore/scrittrice, un/una artista faccia esperienza di questo aspetto importante della vita degli uomini nel loro stare insieme: il lavoro. Il quale, se regolamentato e opportunamente ridotto nei suoi tempi e ritmi, è comunque a mio parere migliore dell'ozio. L'ozio è molto vicino al vuoto e all'angoscia del nulla. A meno che non diventi otium filisoficum, che però è tutt'altra cosa, è studio; non mi pare paragonabile all'ozio vero e proprio.
Quindi, dovendo fare una scaletta: ozio peggio di lavoro; lavoro peggio di studio-ozio filosofico-arte. Ma l'arte è un privilegio, seppur pagato a caro prezzo, con la sua buona dose di sacrifici.

domenica 20 gennaio 2019

Conversazione con alcuni antispecisti

Fra gli oppressi oggi rientrano a pieno titolo anche gli animali e le piante. Il conflitto tra uomo e uomo, che sembra meno cruento nell’Occidente benestante o limitato ad aree circoscritte del pianeta o tenuto in qualche maniera a bassa intensità, si è spostato col suo enorme potenziale tecnico sulla natura, gravemente e pericolosamente depauperata. Sono drammatici, per esempio, i numeri relativi alla riduzione della biodiversità o alle macellazioni di animali d’allevamento, la cui alimentazione richiede taglio di foreste ed enorme quantità d’acqua, con pesanti conseguenze sulla vita vegetale, animale e umana.


Roberta: E’ da poco trascorso il Natale, festa religiosa trasformata in festa dei grandi consumi. In rapporto all’equilibrio delle forme viventi e delle risorse sul pianeta, quali consumi secondo voi dovremmo soprattutto contenere?
  
Ornella: E' il consumismo in sé,  pratica promossa dal capitalismo e dal neoliberismo, che dovremmo abbattere, Natale o meno.

Gigia: E il natale ne è l'apoteosi... ma direi soprattutto consumi alimentari, visto che periodi come questo sono caratterizzati dalle grandi abbuffate, e i soliti ne fanno le spese... 

Aldo: La domanda stessa è regressiva rispetto a quanto già è acquisito. Ogni antispecista sa già come regolarsi individualmente, ma sa anche che "normativizzare" e dare indicazioni a altri è praticamente inutile.

Ale: si dovrebbe iniziare a fare il contrario di quel che si fa di solito. Se a natale, invece di regalar oggetti, ognuno facesse un NON regalo (si facesse dare dall'amico un oggetto inutile di cui sbarazzarsi) ci accorgeremmo di quanta inutilità siamo circondati.

Fabio: A livello dei singoli andrebbe adottato uno stile di vita più “parco” riducendo il più possibile le spese superflue come, ad esempio, il cambio del telefonino ogni 6 mesi, comprare dei vestiti quando veramente servono, convertire i regali di Natale con versamenti ad associazioni che operano nel sociale o meglio animaliste impegnate a diffondere l’antispecismo e la tutela degli animali salvati e da salvare. Per quanto riguarda l’aspetto sociale più ampio, penso che il sistema non arretrerà di neanche un millimetro sulla scia d’imporre alla popolazione elevati consumi. Forse, un amministratore comunale “illuminato” potrebbe adottare politiche locali all’insegna del risparmio e della riduzione degli sprechi (dal problema dei rifiuti a quello delle sacche d’inefficienza, ecc…).


Roberta  Il movimento antispecista è intrecciato alla questione ambientale e all’emergenza inquinamento?

Ornella: Il movimento antispecista si dovrebbe muovere, in maniera intersezionale, per evidenziare e quindi analizzare i livelli di forza e di oppressione che riguardano lo sfruttamento e la presa antropocentrica  sui viventi e sulla terra. E' l'antropocentrismo la causa principale della devastazione ambientale e di messa a morte dei corpi che non contano.  

Gigia: Si può parlare di corpi e non del loro spazio vitale? 

Aldo: Se si parla di corpi è d'obbligo parlare dello spazio vitale. Quindi, direi di sì, ma forse bisognerebbe ripensare anche la questione ambientale secondo una prospettiva che non sia quella oggi diffusa.

Ale: Dipende da che punto di vista si guarda alla faccenda. Se si considera l'inquinamento causato dagli allevamenti intensivi innanzitutto un danno per l'ambiente (e non si considera principalmente la inimmaginabile sofferenza animale) la questione ambientale e l'inquinamento hanno poco o nulla a che fare con il movimento antispecista. Viceversa, se si considera la tragedia che gli animali subiscono nella distruzione degli habitat, il tema è centrale anche per l'antispecismo. 

Fabio: Purtroppo no e a mio avviso lo dovrebbe essere con molta forza e determinazione. Sembra che il movimento antispecismo in generale non colga lo stretto collegamento tra presenza (numerica e tecnologica) dell’essere umano sul pianeta terra, insieme agli altri viventi. Vuol dire cercare di mettere la nostra specie al nostro posto calcolando la capacità portante e osservando la nostra impronta ecologica, per determinare e decidere quali e quanti spazi utilizzare per la nostra specie e rimettere in discussione la riproduzione della nostra società con tutto ciò che essa comporta. Pur essendo antispecisti, alcuni, non colgono il loro stesso atteggiamento antropocentrico (frutto di millenni di educazione e insito nel nostro DNA); non si rendono ancora conto che una società pacificata ed in armonia con gli altri viventi, può realizzarsi solo attraverso pesanti trasformazioni sociali e, parallelamente, attraverso un rivolgimento interiore che gran parte di noi ancora non vogliono accettare.