Se l'io è una proliferazione immaginaria, come sostiene per
esempio Lacan, non si capisce fino a che punto siano giustificati tutti quei
romanzi così solidamente strutturati, dalle trame così compatte, che si
presentano come granitici monoliti. «Con questo libro,» vorrebbe dire un
editore o un libraio all’acquirente, porgendo il maneggevole blocco di cemento
armato, «puoi star sicuro che ti vendo un buon prodotto, tenuto insieme dal
rigore sintattico e da una logica ferrea. Sei sicuro che non ti si sfascerà fra
le mani privo di senso.» Il modello del cemento armato è probabilmente il
modello con cui sono costruiti questi parallelepipedi romanzeschi che
promettono la tenuta realistica di matrice ottocentesca, senza infiltrazioni o
bolle d'aria, cioè senza nulla che minacci la coesione interna, neanche un
piccolo dubbio. Blocchi pieni di parole tenute insieme con griglie d’acciaio,
forse per far fronte all'elevata competizione: si sa, un vaso di coccio non
viaggia bene in mezzo a vasi di ferro. Ecco, queste narrazioni in cui ogni
personaggio ha un suo carattere definito, un suo destino inscritto nel
carattere, o in cui entrano in relazione soltanto delle maschere sociali più o
meno stereotipate, ci dicono qualcosa di appena un po’ diverso da un saggio
sociologico. Un saggio di sociologia o di economia ha il vantaggio che può
entrare maggiormente nei dettagli, può fornire risposte più precise e
argomentate sul contesto sociale in cui viviamo. Ma perché anche nella prosa
d'immaginazione vengono proposti schemi rigidi, assertivi, convenzionali simili
a fortini inattaccabili? Come a dire: «Non ti vendo un libro, ti vendo un
piccolo fortino in cui trincerarti contro tutte le tue paure».
lunedì 25 maggio 2020
martedì 17 marzo 2020
Relazioni coi fantasmi
Brano tratto da un mio romanzo inedito
Senza parere, avevo confessato una grande, disdicevole verità. Per certi versi trattavo Aguidi come una bella preda e la sfruttavo anche più di quanto avessero fatto probabilmente le sorelle. Le avevo trovato un'occupazione meno pesante e meglio remunerata di quella nella stireria dove la conobbi (e dove qualche volta andava ancora per arrotondare lo stipendio), ma nello stesso tempo mi facevo mantenere da lei. Io non avevo più voglia di lavorare. Avevo annullato quasi tutte le visite coi miei soliti pazienti, che trascinavano la terapia da anni senza risultato. Non avevo più la forza di portarne il peso e li avevo dirottati presso colleghi più in gamba di me. Anche le mie finanze ne avevano risentito. Ora era Aguidi che si occupava quasi di tutto, in casa e fuori.
Senza parere, avevo confessato una grande, disdicevole verità. Per certi versi trattavo Aguidi come una bella preda e la sfruttavo anche più di quanto avessero fatto probabilmente le sorelle. Le avevo trovato un'occupazione meno pesante e meglio remunerata di quella nella stireria dove la conobbi (e dove qualche volta andava ancora per arrotondare lo stipendio), ma nello stesso tempo mi facevo mantenere da lei. Io non avevo più voglia di lavorare. Avevo annullato quasi tutte le visite coi miei soliti pazienti, che trascinavano la terapia da anni senza risultato. Non avevo più la forza di portarne il peso e li avevo dirottati presso colleghi più in gamba di me. Anche le mie finanze ne avevano risentito. Ora era Aguidi che si occupava quasi di tutto, in casa e fuori.
Trascorrevo
le ore della mattina in un lungo, confuso dormiveglia in cui si alternavano le
immagini della mia amante viva e di quella morta. Mi ritrovai a stringere fra
le braccia lenzuola sfatte che credevo fanciulle addormentate o a piangere sui
cuscini come un bambino in castigo. Non ero più un uomo e, pur vergognandomi in
qualche parte recondita di me stesso della mia situazione, non riuscivo a
modificarla. Anzi, lasciavo che quella che era diventata per forza di cose la
mia convivente, lavorasse anche per me, che avevo molto ridotto il numero dei
miei pazienti.
A
questo ero arrivato quasi senza rimorsi.
Ma
una mattina di quelle in cui più a lungo mi ero trattenuto sotto le coperte, al
punto da decidere di non alzarmi fino a che non fosse scesa la sera, le ombre
furono tagliate dalla chiara apparizione del più insolito dei miei fantasmi.
Supplice,
pensai di cingerle le ginocchia come fosse un personaggio dell'Odissea (in
questo probabilmente suggestionato dai miei studi classici), uno di quei personaggi
che hanno il potere di gettare Ulisse nelle peggiori tempeste. Le mie dee,
tuttavia, non mi parlavano facilmente, non nutrivano più una predilezione o una
particolare antipatia per me. Benché fossi ai suoi piedi, lei superò agilmente
l'ostacolo del mio corpo, mi carezzò la fronte e si allontanò.
venerdì 24 gennaio 2020
Sogni e sogni
Memoriale di Paolo Volponi e La vegetariana di Han Kang a confronto
Entrambi i romanzi sono
incentrati su due personaggi malati: Albino Saluggia del Memoriale è un tubercolotico affetto da manie di persecuzione per
cui pensa che una congiura di medici si sia prefissa l’obiettivo d’impedirgli
di lavorare e di rovinargli la vita; la vegetariana Yeong-hye è invece una
schizofrenica anoressica convinta di riuscire a trasformarsi in una pianta e di
passare tout court dalla natura animale a quella vegetale. Volponi rivela molti
stati d’animo del personaggio di Albino, lasciando che la sua psiche turbata si
espanda liberamente su tutto: è quell’uomo fragile, isolato, che filtra ogni
avvenimento e visione attraverso la sua sensibilità esulcerata. La
protagonista del romanzo coreano rimane più in ombra, anche se trapelano nel
tessuto narrativo diversi suoi sogni e tormenti. La scrittrice preferisce muoverla
come una cartina di tornasole e metterla a confronto con altri personaggi per
mostrare come loro si comportano di fronte alla sua diversità, senza inoltrarsi
nella sua mente psicotica. Quando viene descritto il sogno principale del
libro, il sogno del cambiamento, in cui la stessa protagonista colloca il punto
di svolta della sua vita, a noi lettori quelle immagini non sembrano poi così terribili:
“Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei
piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono
persa. Ho paura. E freddo. Dall’altra parte del burrone ghiacciato, una
costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia
davanti all’ingresso. L’arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una
lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora
gocciolanti di sangue. Non so come riesco a uscire. Corro, corro per la valle,
poi all’improvviso appare la foresta. Alberi pieni di foglie, la luce verde
della primavera. Famiglie che fanno un picnic, bambini piccoli che scorrazzano
in giro, e l’odore, quel profumo delizioso. Un torrente che gorgoglia, le
persone che stendono le stuoie per sedersi, fanno uno spuntino a base di kimbap. Carne che cuoce sui barbecue, il
suono di canti e di risate felici. Ma ho paura. I miei vestiti sono ancora
bagnati di sangue. Nasconditi, nasconditi dietro gli alberi. Accovacciati, non
farti vedere da nessuno. Le mie mani insanguinate. La mia bocca insanguinata.
Che cosa ho fatto in quel granaio? Mi sono ficcata in bocca quella massa cruda
e rossa. L’ho sentita premere contro le gengive e il palato, molle e scivolosa di
sangue cremisi. Masticavo qualcosa che sembrava così reale, ma non poteva
esserlo, era impossibile. La mia faccia, l’espressione dei miei occhi… era
senza dubbio la mia faccia, ma non l’avevo mai vista. Oppure no, non era la
mia, ma era così familiare… Nulla ha senso. Familiare eppure sconosciuta…
quella sensazione così vivida, strana, spaventosamente inquietante.” (La vegetariana, 2007, Adelphi, Milano 2016, pagg
21-22). L’atmosfera cupa è interrotta dalla scenetta idillica centrale
del picnic con le famiglie che mangiano di tutto, carne compresa, senza nessun
dramma.
I ricordi di fatti realmente
accaduti nelle pagine successive (la morte del cane, ucciso crudelmente dal
padre e mangiato da tutta la famiglia quando Yeong-hye era piccola e il pranzo
familiare successivo alla svolta vegana, durante il quale vorrebbero
costringere Yeong-hye a mangiare carne) sono racconti ben più terribili del
sogno. Di questo rimane celato il nucleo maggiormente inquietante, capace di
scatenare la reazione punitiva che Yeong-hye infligge a se stessa,
probabilmente una scena cannibalica.
domenica 22 dicembre 2019
Considerazione sui libri che parlano di scrittori
Uno dei motivi per cui non ho scritto tanti libri è dovuto al fatto che non credo del tutto nelle parole, nella loro capacità di trasformazione del mondo. Vediamo per esempio che il mondo permane largamente ingiusto nonostante i grandi libri che sono stati scritti. Notiamo anche che nella società dell'immagine, o dello spettacolo, è riservato uno spazio sempre più sacrificato alla parola scritta, nonostante vi sia chi si lamenta dell'imbarbarimento del linguaggio. Insomma, l'impressione è che la società lavori contro la pratica della scrittura. Qualcuno potrebbe obiettare: proprio per questo bisogna impegnarsi affinché quest'attitudine di civiltà non venga trascurata e osteggiata. E' vero, ma non siamo solo dei parlesseri, come direbbe Lacan, o dei pensesseri, come direbbe il filosofo del cogito. C'è pur sempre una vita da vivere e una società cui contribuire anche con altre pratiche. C'è il problema più banale di sbarcare il lunario ma c'è anche quello culturale ed esistenziale del discorso inceppato, che rasentava il silenzio, già nel Novecento, con Beckett. Non ammiro particolarmente i romanzi dove il protagonista è uno scrittore che parla del suo essere scrittore o del suo diventare o non diventare scrittore. Questo ha funzionato alcune volte, è stato significativo in alcuni contesti, ma ripetuto ulteriormente rischierebbe di suonare ridondante, e classista persino, quasi la protesta per un privilegio che non si ha più. Con l'aumento di precarietà e disoccupazione sarebbe assurdo che qualcuno si lamentasse di non essere riuscito a fare lo scrittore di professione, magari premiato, intervistato e invitato periodicamente a fare comparsate televisive.
Mentre ha senso aspirare a veder pubblicati i frutti del proprio lavoro, meno senso ha pretendere una vera e propria carriera come per una qualsiasi altra professione. Non mi convince l'imborghesimento dell'arte.
Spostandoci sui contenuti, alle trame con il narcisismo dello scrittore in primo piano preferisco decisamente un romanzo come Memoriale di Volponi, dove si parla di un operaio che non riesce a fare l'operaio.
Mentre ha senso aspirare a veder pubblicati i frutti del proprio lavoro, meno senso ha pretendere una vera e propria carriera come per una qualsiasi altra professione. Non mi convince l'imborghesimento dell'arte.
Spostandoci sui contenuti, alle trame con il narcisismo dello scrittore in primo piano preferisco decisamente un romanzo come Memoriale di Volponi, dove si parla di un operaio che non riesce a fare l'operaio.
giovedì 5 dicembre 2019
Un buco nero di silenzio
Un buco nero di silenzio*: è così che a volte si percepisce l'universo. E tuttavia: "sono appassionata di vuoto,"** trovo scritto nel recente romanzo di una esordiente.
Molti romanzi di donne sono introspettivi.
E' cosa da festeggiare, dal momento che capita frequentemente di sfogliare libri e bestseller che sembrano commissionati sulla base di regole troppo commerciali e riproducono quasi in serie note false o stonate; sembrano di plastica pure loro, come le tante merci che ci sommergono. In altre parole, sembrano ingiustificati. Tuttavia l'umanità continua a esistere, con le sue incertezze e sofferenze, e a formulare inquieti interrogativi sull'esistenza, forse timidamente, forse in maniera appena percettibile in mezzo al frastuono di forme mediatiche in altre faccende affaccendate. Ho l'impressione che questa voce sottile ma acuta, portatrice di amore per la verità, sia soprattutto incarnata da donne che scrivono. E' solamente un'impressione, poiché non sono in grado di leggere tutto ciò che si produce, ma ho alcuni riscontri.
Molti romanzi di donne sono introspettivi.
E' cosa da festeggiare, dal momento che capita frequentemente di sfogliare libri e bestseller che sembrano commissionati sulla base di regole troppo commerciali e riproducono quasi in serie note false o stonate; sembrano di plastica pure loro, come le tante merci che ci sommergono. In altre parole, sembrano ingiustificati. Tuttavia l'umanità continua a esistere, con le sue incertezze e sofferenze, e a formulare inquieti interrogativi sull'esistenza, forse timidamente, forse in maniera appena percettibile in mezzo al frastuono di forme mediatiche in altre faccende affaccendate. Ho l'impressione che questa voce sottile ma acuta, portatrice di amore per la verità, sia soprattutto incarnata da donne che scrivono. E' solamente un'impressione, poiché non sono in grado di leggere tutto ciò che si produce, ma ho alcuni riscontri.
Penso a libri come Il peso minimo della bellezza di Azzurra de Paola (LiberAria, Bari 2016), penso a Metapsicologia rosa di Alessandra Saugo, prematuramente scomparsa (Feltrinelli, Milano 2017), penso al recentissimo Ritmi di veglia di Raffaella d'Elia (Exorma, Roma 2019), dove paiono risuonare antiche massime come "La filosofia è vita da svegli" oppure "Sapere è soffrire" oppure il leopardiano "Tutto è male". Potrei citare anche Maestoso è l'abbandono di Sara Gamberini (Hacca edizioni, Matelica 2018) oppure Disturbi di luminosità di Ilaria Palombi (Gaffi, Roma 2018), più legati a traumi e a esperienze psicotiche vere e proprie. Negli ultimi due testi elencati, così come in Metapsicologia rosa, è significativo il dialogo desiderato/contrastato con lo psicanalista; mentre l'ombra dell'inadeguatezza o di una malattia, invalidante e insieme pungolante, incombe in Ritmi di veglia di Raffaella D'Elia***. Infine, nel Peso minimo della bellezza compare più di una volta, invano, l'esortazione a "trasformare la rabbia in energia pulita" (per es. a pag 119).
giovedì 19 settembre 2019
Un bel paio di scarpe letterarie
Qualcuno paragona i libri a una merce qualsiasi, tipo componenti d'arredo o accessori d'abbigliamento, per esempio un paio di scarpe.
Scarpe letterarie... che cosa ci fanno venire in mente? Se sono di buona fattura, possono aiutarci a camminare nella vita, penso io. Possono renderci agili nel passo o nella danza. Ma possono essere subito da buttare, vantare magari una marca d'eccellenza ma far male, essere importabili.
Oppure possono esibire un fastidioso cattivo gusto. Mi è capitato di leggere qualche pagina di un autore di successo, già premio Strega, dove una donna (il solito improbabile personaggio femminile pornografico, nato più dai desideri maschili che dalla realtà, a mio parere) faceva sesso con due uomini contemporaneamente, in modo acrobatico e difficile da mettere in pratica, credo, dicendosi follemente innamorata di uno solo di essi. Scarpe da collezione per voyeur queste? Ma un voyeur non fa prima a guardarsi un film porno che a leggere un romanzo?
Forse l'autore pensa che tutti noi in fondo siamo guardoni e ci faccia piacere trovare all'improvviso in un romanzo che parla di editoria o di precarietà pagine siffatte. Forse vuole solo épater les bourgeois come si faceva nelle avanguardie. Peccato che questi exploits avvengano tante volte sulla pelle delle donne (è vero che non si può fare violenza con immagini o parole ma si possono avallare e rinforzare luoghi comuni errati e pericolosi). E qui ancora una volta la figura della donna usata come esca per incentivo alla lettura. Strizzata d'occhio al lettore maschio: se arrivato fin qui, lettore? Ti faccio sollazzare con un po' di pornografia così procedi con più convinzione il faticoso percorso del romanzo, sperando di trovare ancora qualche sosta di questo tipo.
A me dispiace che la figura della donna venga presentata per l'ennesima volta così irrealistica e opposta a se stessa. Pare dunque che Me-too e il femminismo lascino poche tracce nella cultura dominante. Così parlava Wittig della pornografia negli anni novanta: "La pornografia è tale in quanto inscena la realtà dell'oppressione delle donne (e aggiungerei di chiunque al suo interno occupi 'il posto della donna'). Ciò significa sia che la pornografia è resa possibile dall'oppressione eterosessuale sia che essa contribuisce attivamente a riprodurla." (Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale, Ombre corte, Verona 2019).
sabato 29 giugno 2019
Diciottenni suicide
Nel
1963 Livia De Stefani dava voce all’angoscia di una servetta diciottenne
sedotta e abbandonata con le conseguenze del caso, cui la giovane fa fronte
maldestramente, nel panico, sopprimendo sul nascere il “frutto del peccato” e
avvicinandosi sempre più al suicidio nelle ore seguenti, narrate in Viaggio di una sconosciuta (Mondadori,
Milano 1963). Il lungo racconto, recentemente ristampato dalle edizioni Cliquot
(Roma 2018), è molto interessante per il flusso d’angoscia della protagonista
sullo sfondo di una Roma assolata e spietata; spietata a causa del quadro
sociale che lascia intravedere (ne parlo qui: https://voltandopagine.blogspot.com/search/label/livia%20de%20stefani ). A distanza di oltre quarant’anni Flavia
Piccinni col suo esordio Adesso tienimi
(Fandango 2007; Terrarossa, Bari 2019) accosta il tema analogo della seduzione
brutale di una ragazzina appena diciottenne o quasi, la quale, pur non avendo a
che fare con una gravidanza indesiderata, si trova a dover elaborare una dura
storia di amore malato, cui
inizialmente viene costretta da un suo insegnante, che a un certo punto
comincia a desiderare e che vede poi bruscamente interrotta dal suicidio di
lui, il quale non le lascia alcuna spiegazione (“Per me non avevi lasciato
niente, perché non ero niente.” Terrarossa ed., pag 161).
Che
cos’hanno in comune testi tanto lontani nel tempo? L’elemento macroscopico è
che entrambi sono segnati dalla presenza di un diffuso maschilismo e
patriarcato duro a morire. Il racconto di De Stefani, presessantottino ma già
femminista, dipinge il quadro di una società patriarcale, contadina, in cui le
donne portano sulle spalle il peso dei parti, degli aborti clandestini, delle
gravidanze indesiderate, di amori più
o meno imposti come un destino cui non si può sfuggire, violentate o rudemente
sedotte per brevi avventure ancora molto giovani e sprovvedute, specie se di
classe inferiore. Il romanzo dell’esordiente Piccinni, in chiave più moderna, rimanda
a una gioventù postsessantottina ma ancora e sempre bruciata, che si macera
nell’immobilismo e nella saudade di un
Suditalia abbandonato a se stesso, rassegnato ai suoi mali inguaribili: è
ambientato a Taranto, dove si dà per scontato che nulla possa cambiare nella
situazione industriale e ambientale così come nella vita privata dei singoli,
mentre permangono antiche cerimonie religiose di celebrazione collettiva del
dolore. Alle ragazze anche più trasgressive, poco sottomesse a scuola e in
famiglia, che fumano e bevono birra coi loro coetanei fin da adolescenti, viene
riservato comunque un ruolo passivo: “Hai voluto fare parte di tre vite. Le hai
volute distruggere tutte e tre. Prima prendendo due donne e consumandole, poi
uccidendo me. Mi hai preso, anche se non ti ho voluto. Sei entrato nella mia
vita e, dall’interno, hai iniziato a scardinarmi. Hai dilaniato la mia vita e
mi hai fatto impazzire. Mi hai costretta a essere tua.” (pag 130).
domenica 2 giugno 2019
L'esclusione esiste
Forse ho generato una certa antipatia e diffidenza intitolando questo sito-blog Lettere a nessuno (al femminile), con un calco evidente del titolo di un libro che suscitò discussioni. Quello era un libro; questo è un sito che finisce per contenere un po' di tutto, esposto a eventi, questioni di attualità, contaminazioni, incontri. Per la precisione sarebbe un blog, ma, per via dell'introversione dell'amministratrice, è vissuto quasi come un diario. Uno dei temi di fondo di questo diario pubblico resta l'esclusione, come anticipato appunto nel titolo preso in prestito.
Sappiamo che Antonio Moresco a un certo punto ha avuto fortuna e il suo isolamento dal mondo editoriale (che entra anche nella vicenda degli Esordi, non solamente nelle Lettere a nessuno) non è durato per sempre. Altri scriventi sono rimasti e continuano a restare ingiustamente nell'ombra. Colpa loro? Difficile dirlo.
Consideriamo gli scrittori Mariano Bargellini ed Ezio Sinigaglia, arrivati a un qualche riconoscimento dopo i sessant'anni.
Con Mus utopicus (Gallino, Milano 1999), La setta degli uccelli (Corbo, Ferrara 2010) e Giocare a mangiarsi (Effigie, Milano 2015) Bargellini (anno di nascita: 1936) ha elaborato una prosa densa (neobarocca, a suo dire) e trame fra l'onirico e il fantastico, restando uno scrittore di nicchia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma il barocco è un vicolo cieco in questa società frenetica dominata da notizie-flash, slogan, tweet, small talk. E poi il fantastico ha una tradizione esile in Italia, dove in genere ha prevalso il realismo con le sue varianti (per motivi anche politico-sociali, a ben vedere: diffusa criminalità organizzata, scandali, politica corrotta, in cui la realtà sociale chiede da più parti di essere guardata in faccia e descritta senza reticenze; da qui il successo del giornalismo d'inchiesta e dei reportages narrativi tipo Gomorra).
Tuttavia Bargellini sostiene: "La mia scelta ha una lunga tradizione nel Novecento, pensate a Kafka o al Manganelli della Palude definitiva". E aggiunge: "Andate a leggere o rileggere Caos e bellezza di Omar Calabrese: capirete quanto può essere moderno il neobarocco".
Ezio Sinigaglia (anno di nascita: 1948), dopo un esordio intorno ai trent'anni passato inosservato con un corposo romanzo-saggio che s'interroga sulle principali innovazioni stilistiche del Novecento (Il pantarèi, SPS-Sapiens, Milano 1985), trascorre decenni di vita appartata dedicandosi alla stesura di testi rimasti nel cassetto, tranne un breve romanzo di stampo più tradizionale, pubblicato da una casa editrice che comincia a dargli visibilità (Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016). Finalmente, con la ristampa di quel primo romanzo degli anni ottanta, ottiene molti apprezzamenti. Con questa nuova apparizione del Pantarèi nel 2019 (grazie alla coraggiosa casa editrice Terrarossa di Bari) è come appena nato nella società delle lettere.
Il suo caso è emblematico: più di trent'anni di sepoltura di un testo vivo e ricco che affronta un tema rimosso negli ultimi decenni, quello del confronto con la prosa più innovativa del Novecento. Nel cimentarsi con la sua opera d'esordio in un genere, quello del romanzo, considerato in crisi e da alcuni ormai dato per morto, il protagonista Stern, alter-ego dell'autore, attraversa e testa su di sé (su diverse parti della vicenda) gli stili che hanno rivoluzionato il modo di narrare dei secoli precedenti.
Scrive Angelo Di Liberto in una recensione al Pantarèi: "Viviamo nell'epoca del godimento che è sempre a scapito della responsabilità. Ciò che importa è la fruizione spicciola, l'illusione emotiva, la crosta sulfurea di un'epidermide sottoposta ad agenti esterni ad alta virulenza d'insignificanza. La coscienza nana ha sostituito la natura morale e intellettuale e a seppellire ogni guizzo creativo ci pensa il mercato delle classifiche. Perché nella quantità si esperisce lo scopo aziendale, dato che la qualità è indigesta speculazione al rialzo di consapevolezza. Ad aggiungersi alla consunzione vi è l'idea, ormai radicata, che la lettura abbia perso autorevolezza e centralità (...) I dati statistici sono emblema di un settore in disfacimento, senza transustanziazione del caso (...) A fare i conti con la situazione letteraria della sua giovinezza, dato che la prima pubblicazione del libro è della metà degli anni ottanta del secolo scorso, è un autore che instilla nuova linfa vitale alla quercia centenaria della letteratura, cimentandosi in un florilegio stilistico degno dei grandi autori passati alla posterità (...) Come un moderno Zeno si aggira per casa, vaga per le stanze e invoca i suoi fantasmi, attribuendo alla letteratura una funzione terapeutica così da restituire senso e valore alla vita." (Morte (e resurrezione) del romanzo, la Repubblica, Palermo 4.4.2019).
Sappiamo che Antonio Moresco a un certo punto ha avuto fortuna e il suo isolamento dal mondo editoriale (che entra anche nella vicenda degli Esordi, non solamente nelle Lettere a nessuno) non è durato per sempre. Altri scriventi sono rimasti e continuano a restare ingiustamente nell'ombra. Colpa loro? Difficile dirlo.
Consideriamo gli scrittori Mariano Bargellini ed Ezio Sinigaglia, arrivati a un qualche riconoscimento dopo i sessant'anni.
Con Mus utopicus (Gallino, Milano 1999), La setta degli uccelli (Corbo, Ferrara 2010) e Giocare a mangiarsi (Effigie, Milano 2015) Bargellini (anno di nascita: 1936) ha elaborato una prosa densa (neobarocca, a suo dire) e trame fra l'onirico e il fantastico, restando uno scrittore di nicchia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma il barocco è un vicolo cieco in questa società frenetica dominata da notizie-flash, slogan, tweet, small talk. E poi il fantastico ha una tradizione esile in Italia, dove in genere ha prevalso il realismo con le sue varianti (per motivi anche politico-sociali, a ben vedere: diffusa criminalità organizzata, scandali, politica corrotta, in cui la realtà sociale chiede da più parti di essere guardata in faccia e descritta senza reticenze; da qui il successo del giornalismo d'inchiesta e dei reportages narrativi tipo Gomorra).
Tuttavia Bargellini sostiene: "La mia scelta ha una lunga tradizione nel Novecento, pensate a Kafka o al Manganelli della Palude definitiva". E aggiunge: "Andate a leggere o rileggere Caos e bellezza di Omar Calabrese: capirete quanto può essere moderno il neobarocco".
Ezio Sinigaglia (anno di nascita: 1948), dopo un esordio intorno ai trent'anni passato inosservato con un corposo romanzo-saggio che s'interroga sulle principali innovazioni stilistiche del Novecento (Il pantarèi, SPS-Sapiens, Milano 1985), trascorre decenni di vita appartata dedicandosi alla stesura di testi rimasti nel cassetto, tranne un breve romanzo di stampo più tradizionale, pubblicato da una casa editrice che comincia a dargli visibilità (Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016). Finalmente, con la ristampa di quel primo romanzo degli anni ottanta, ottiene molti apprezzamenti. Con questa nuova apparizione del Pantarèi nel 2019 (grazie alla coraggiosa casa editrice Terrarossa di Bari) è come appena nato nella società delle lettere.
Il suo caso è emblematico: più di trent'anni di sepoltura di un testo vivo e ricco che affronta un tema rimosso negli ultimi decenni, quello del confronto con la prosa più innovativa del Novecento. Nel cimentarsi con la sua opera d'esordio in un genere, quello del romanzo, considerato in crisi e da alcuni ormai dato per morto, il protagonista Stern, alter-ego dell'autore, attraversa e testa su di sé (su diverse parti della vicenda) gli stili che hanno rivoluzionato il modo di narrare dei secoli precedenti.
Scrive Angelo Di Liberto in una recensione al Pantarèi: "Viviamo nell'epoca del godimento che è sempre a scapito della responsabilità. Ciò che importa è la fruizione spicciola, l'illusione emotiva, la crosta sulfurea di un'epidermide sottoposta ad agenti esterni ad alta virulenza d'insignificanza. La coscienza nana ha sostituito la natura morale e intellettuale e a seppellire ogni guizzo creativo ci pensa il mercato delle classifiche. Perché nella quantità si esperisce lo scopo aziendale, dato che la qualità è indigesta speculazione al rialzo di consapevolezza. Ad aggiungersi alla consunzione vi è l'idea, ormai radicata, che la lettura abbia perso autorevolezza e centralità (...) I dati statistici sono emblema di un settore in disfacimento, senza transustanziazione del caso (...) A fare i conti con la situazione letteraria della sua giovinezza, dato che la prima pubblicazione del libro è della metà degli anni ottanta del secolo scorso, è un autore che instilla nuova linfa vitale alla quercia centenaria della letteratura, cimentandosi in un florilegio stilistico degno dei grandi autori passati alla posterità (...) Come un moderno Zeno si aggira per casa, vaga per le stanze e invoca i suoi fantasmi, attribuendo alla letteratura una funzione terapeutica così da restituire senso e valore alla vita." (Morte (e resurrezione) del romanzo, la Repubblica, Palermo 4.4.2019).
giovedì 23 maggio 2019
Bruciare tutto tranne il Narratore onnisciente
Ho letto Bruciare tutto (Rizzoli, Milano 2017) di Walter Siti messa sulle sue tracce da un articolo di Matteo Marchesini, "Siti gnostico", a suo tempo pubblicato sul Foglio, adesso raccolto in Casa di carte (il Saggiatore, Milano 2019). Il romanzo ha molte frecce al suo arco, affrontando grandi temi come il senso della vita, il sentimento religioso, la perversione, il bene e il male. Non è permeato come altri romanzi di Siti dal mito dei culturisti, quindi l'ho letto con interesse.
Al centro si svolge il dramma di un giovane che scopre in sé fin da adolescente tendenze pedofile e fa grandi sforzi per dominarle, inizialmente da solo, senza riuscirvi. Cerca rifugio nel sacerdozio, suggestionato anche dalla convinzione (psicotica?) di sentire la voce di Dio: cerca di sublimare le sue pulsioni e scontare i suoi peccati con gesti di grande altruismo, che gli guadagnano la simpatia e l'ammirazione di tanti parrocchiani. Ma la sua vita mentale è torbida, il mondo esterno, che pur lo assedia da ogni parte con richieste continue d'aiuto, non riesce a soffocare fantasie devianti, cui il succube oppone una volontà ferrea e convinzioni talvolta fanatiche e allarmanti ("non esiste una religione moderata, se è moderata non è religione" pag 123). Date le premesse, questo romanzo sarebbe adatto all'introspezione: monologhi, sogni e persino esercizi spirituali degenerati (pagg 60-63) non mancano; ma la verità è fuori ("... la verità - se mai quaggiù può esserci verità - è più fuori che dentro di noi" pag 240): il personaggio Leo e lo scrittore Walter Siti ne sono convinti, quindi vi si buttano. A descriverci un ambiente straripante di segni è dunque un Narratore forte, che tutto coglie con una sensibilità iperesercitata, dal bisbiglio di una fontana, forse voce di Dio (pag 233) ai più vari parlati sociali. Ma le persone stanno nelle loro parole?
domenica 12 maggio 2019
Perché Dante
Il cammino ecologista e culturale di Repubblica nomade quest'anno (2019) mira a percorrere un cuore dell'Italia fatto dei valori di rettitudine,
sobrietà, solidarietà, lucidità di pensiero trasmessi nel tempo dalle
personalità fondatrici di Dante, Francesco d'Assisi e Leopardi.
Le celebrazioni di classici sempre a noi vicini sono più
che mai opportune. Pensiamo a Dante. Le sue parole, talvolta aspre e sferzanti,
continuano a risuonare cariche di significato in un Paese come il nostro
tutt'oggi ferito dalla piaga della corruzione, della trascuratezza e del
degrado (secondo le stime del 2018, l'Italia occupa tra i peggiori posti in
Europa e il 53° nel mondo per il problema della corruzione).
A distanza di secoli colpisce un senso della giustizia
che non fa sconti alla memoria di personaggi celebri e altolocati, d'arme e di
religione, spesso impegnati in terribili lotte per ricchezza e potere, aperte o
intestine, che insanguinarono l'Italia in un'epoca bassomedievale in cui l'egemonia
dell'Impero (rimpianto da Dante come la forza che favorì l'età d'oro della pax
romana e un'idealizzata età feudale-cavalleresca) era ormai fortemente
contrastata dal sorgere di ricchi feudi, signorie e comuni continuamente
impegnati nel fronteggiarsi a vicenda. Accanto alla feudalità agraria, si
andava sviluppando un ceto arricchito dalle vivaci attività commerciali e
artigianali fiorenti all'interno di numerose città: la situazione era instabile
e caratterizzata da sempre nuove alleanze e contrasti interni alle città-stato
o relativi ai rapporti con le maggiori dinastie europee. Lo stesso Dante pagò
con l'esilio la partecipazione alla vita politica della sua Firenze, "nido
di malizia tanta" (Inferno XV,
v 78). Ma se la violenza e l'inganno sono puniti nei gironi più bassi
dell'Inferno, il non parteggiare per nessuno, proprio degli ignavi, ottiene dal
poeta il massimo disprezzo alle porte degli inferi, là dove un folto numero di
anime indifferenti e vili, che mai non
fur vive, perché non furono animate da impegno e partecipazione, non
vengono considerate né da Dio né dagli uomini, che non serbano di loro alcuna
memoria (III, vv 22-69). La turba
degli indifferenti è uno sfondo che vale per tutti i tempi tuttavia l'età dei
comuni fu tutt'altro che amorfa e monotona. Nel breve frammento qui riportato
della celebre apostrofe all'Italia (Purgatorio
VI, vv 76-151) essa appare lacerata da insanabili discordie e da fazioni ferocemente
avverse persino all'interno delle stesse mura cittadine: "Ahi serva
Italia, di dolore ostello (…) ora in te non stanno sanza guerra/ li vivi tuoi,
e l'un l'altro si rode/ di quei ch'un muro e una fossa serra" (vv 76-84). L'inganno
e il tradimento, tramati senza sosta, possono tendere agguati mortali e
determinare la caduta d'intere città: i traditori sono puniti nel fondo
dell'Inferno, là dove pur brilla l'intelligenza di Ulisse (Inferno XXVI), capace di spingere lui e i compagni alla scoperta
dell'ignoto, di superare ogni limite, ma anche di divenire strumento per
ingannare e colpire l'avversario. Il canto di Ulisse non contiene solo una
verità ma più di una verità: le capacità umane destano in noi orgoglio e ammirazione
ma possono rapidamente portare alla rovina.
I mali degli uomini derivano nella maggior parte dei casi
dalla brama di ricchezze. Strali contro l'avidità attraversano tutto il poema.
Fin dal I canto dell'Inferno la lupa è la fiera che più
spaventa Dante e lo respingerebbe indietro nella selva oscura se non
intervenisse Virgilio; nel XXVII
canto del Paradiso (vv 19-67), non lontano
dall'Empireo, San Pietro tuona contro la corruzione del papato, tema anticipato
già nel canto XVII della stessa
cantica, ove si dice che Roma è il luogo "dove Cristo tutto dì si
merca" (v 51). Nello stesso canto XVII
(vv 124-142) l'antenato Cacciaguida esorta Dante a non tacere le iniquità né i
nomi dei malfattori altolocati e delle loro potenti famiglie, considerata la
funzione esemplare e altamente morale del suo ruolo di scrittore: "Ma
nondimen, rimossa ogne menzogna,/ tutta tua vision fa manifesta;/ e lascia pur
grattar dov'è la rogna" (vv 127-129). Nel canto XI del Paradiso viene esaltata,
per contrasto, l'unione tra San Francesco e Madonna Povertà (28-117) mentre gli
usurai (oggi li chiameremmo semplicemente banchieri), coloro che traggono denaro
da denaro, offendono la bontà divina poiché non vivono del prodotto del loro
lavoro o dei frutti della natura, secondo la legge biblica, bensì degli
interessi sul prestito. Nell'XI
canto dell'Inferno (vv 97-111) è ben
specificato che il lavoro non è da intendersi soltanto come condanna e fatica
ma anche come forma di avvicinamento all'opera di Dio: così come Dio ha creato
il mondo l'essere umano inventa continuamente le proprie attività e produce le
cose di cui ha bisogno. Voler guadagnare senza passare attraverso l'attività e
la creatività è un peccato.
giovedì 7 febbraio 2019
Conversazione con Ezio Sinigaglia
Ezio Sinigaglia è un altro autore che ha patito un'esclusione: il suo corposo esordio nel 1985 da un piccolo editore milanese, Il pantarèi, romanzo-saggio ricco di spunti e riflessioni che ruotano intorno alle grandi innovazioni stilistiche del Novecento, non ebbe nessuna eco in un panorama culturale che si stava decisamente ricompattando intorno a forme narrative ottocentesche: un postmoderno definito da Sinigaglia stesso un ritorno al premoderno.
Salardi: All’inizio si pone una questione di metodo. “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua.”: così l’incipit di Eclissi (Nutrimenti, Roma 2016, pag 7). Allo stesso modo si potrebbe ipotizzare che Il pantarèi (ora riproposto da TerraRossa edizioni, Bari 2019, a quasi trentacinque anni dalla prima edizione – SPS-Sapiens, Milano 1985) punti all’oscurità, alla complessità tipiche dei maggiori romanzi del Novecento, per cogliervi un’indicazione su come proseguire il lavoro in questo che diviene un genere completamente diverso nel secolo che ci precede: a pag 65 del Pantarèi si osserva che il romanzo era sempre stato nei secoli “il genere letterario ‘leggero’, nel quale tradizionalmente i valori del mythos (i fatti, l’azione, l’avventura, le fortune, le catastrofi) prevalgono su quelli dell’ethos (la sfera morale dell’uomo, e dunque il pensiero, il cuore, l’intelletto). Le innovazioni tecniche di cui si è parlato sono tali da ribaltare completamente questo rapporto: nei romanzi del ’900 i fatti sono generalmente ben poca cosa, ciò che conta è il libero serpeggiare della coscienza intorno ad essi. Il romanzo viene ad assumere quasi un aspetto ‘saggistico’ che gli era prima completamente estraneo. Diviene, insomma, un nuovo genere letterario”. L’excursus saggistico sulla prosa più innovativa del secolo breve mira a ricavare un orientamento addentrandosi nell’analisi e talora nel calco degli stili più densi e ricchi che ci siano stati lasciati in eredità. Si fa tesoro qui della scoperta proustiana (o freudiana o sveviana) secondo la quale è inutile affrontare direttamente il vero poiché ci sfugge, viene rimosso e misconosciuto. Occorre aspettare che la memoria involontaria ci venga in aiuto, aspettare l’attimo rivelatore. Allontanarsi dalle abitudini, dai doveri, dalle frequentazioni quotidiane per permettere che emergano verità profonde su noi stessi altrimenti offuscate, nascoste dalle urgenze e dai condizionamenti che inghiottono la nostra vita togliendole senso, per quanto riguarda il personaggio di Akron nell’Eclissi; allontanarsi dalle convenzioni e immergersi negli stili che hanno senso per noi, aspettando che la propria voce emerga, pungolata dalle emozioni e dagli accadimenti, per quanto riguarda l’aspirante scrittore…
Salardi: All’inizio si pone una questione di metodo. “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua.”: così l’incipit di Eclissi (Nutrimenti, Roma 2016, pag 7). Allo stesso modo si potrebbe ipotizzare che Il pantarèi (ora riproposto da TerraRossa edizioni, Bari 2019, a quasi trentacinque anni dalla prima edizione – SPS-Sapiens, Milano 1985) punti all’oscurità, alla complessità tipiche dei maggiori romanzi del Novecento, per cogliervi un’indicazione su come proseguire il lavoro in questo che diviene un genere completamente diverso nel secolo che ci precede: a pag 65 del Pantarèi si osserva che il romanzo era sempre stato nei secoli “il genere letterario ‘leggero’, nel quale tradizionalmente i valori del mythos (i fatti, l’azione, l’avventura, le fortune, le catastrofi) prevalgono su quelli dell’ethos (la sfera morale dell’uomo, e dunque il pensiero, il cuore, l’intelletto). Le innovazioni tecniche di cui si è parlato sono tali da ribaltare completamente questo rapporto: nei romanzi del ’900 i fatti sono generalmente ben poca cosa, ciò che conta è il libero serpeggiare della coscienza intorno ad essi. Il romanzo viene ad assumere quasi un aspetto ‘saggistico’ che gli era prima completamente estraneo. Diviene, insomma, un nuovo genere letterario”. L’excursus saggistico sulla prosa più innovativa del secolo breve mira a ricavare un orientamento addentrandosi nell’analisi e talora nel calco degli stili più densi e ricchi che ci siano stati lasciati in eredità. Si fa tesoro qui della scoperta proustiana (o freudiana o sveviana) secondo la quale è inutile affrontare direttamente il vero poiché ci sfugge, viene rimosso e misconosciuto. Occorre aspettare che la memoria involontaria ci venga in aiuto, aspettare l’attimo rivelatore. Allontanarsi dalle abitudini, dai doveri, dalle frequentazioni quotidiane per permettere che emergano verità profonde su noi stessi altrimenti offuscate, nascoste dalle urgenze e dai condizionamenti che inghiottono la nostra vita togliendole senso, per quanto riguarda il personaggio di Akron nell’Eclissi; allontanarsi dalle convenzioni e immergersi negli stili che hanno senso per noi, aspettando che la propria voce emerga, pungolata dalle emozioni e dagli accadimenti, per quanto riguarda l’aspirante scrittore…
Sinigaglia: Non
è certo arbitrario questo parallelo metodologico o, se vogliamo, progettuale
fra i miei due soli romanzi finora pubblicati. In più di un’occasione ho
lasciato capire che l’incipit di Eclissi,
“Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce”, appeso
lassù in cima alla prima pagina come un esergo, è anche una dichiarazione
d’intenti, una promessa fatta al lettore più attento, o viceversa un monito
rivolto a quello più frettoloso e meno disposto all’avventura. In questo senso,
dunque, il progetto di Akron, il protagonista, coincide con il progetto
dell’autore, ed è quindi lecito ipotizzare che non si tratti di un progetto
isolato, ma che per l’autore scrivere voglia dire proprio questo: tuffarsi
nelle tenebre per sfruttare la sorprendente potenza che una flebile luce può
assumere quando è circondata dall’oscurità più totale. Perché naturalmente la
luce che noi (intendo noi poveri artigiani della scrittura, che non osiamo più
nemmeno chiamarci artisti), la luce che noi, dicevo, nella migliore delle
ipotesi, riusciamo ad accendere è una fiammella davvero minuscola, come quella
di un cerino, e dunque può essere di qualche utilità soltanto nelle tenebre assolute.
Ma non credo che questo principio, nel quale adesso – a settant’anni – mi
sembra condensarsi il segreto stesso della letteratura, mi fosse così chiaro a
ventott’anni, quando concepii il progetto del Pantarèi e mi accinsi a realizzarlo. Il mio movente di allora era
piuttosto, come ho cercato di chiarire nella Prefazione a questa seconda
edizione, l’ambizione di dimostrare che il romanzo non era affatto morto.
Certo, per realizzare un simile progetto era necessario calarsi a fondo dentro
la vicenda del romanzo del Novecento e aprirsi una strada fra i cespugli dei
suoi apparenti paradossi fino a trovare un filo di coerenza da seguire. Il che
equivale forse a dire che occorreva inabissarsi nell’oscurità fino a cogliervi
una piccola luce. Di questo però non ero consapevole a quei tempi: credo di
essermi lasciato guidare dall’istinto o, se preferisce, dalla mia passione di
lettore, che era già forte e consolidata, e dalla mia vocazione di scrittore,
che cominciava ormai a palpitarmi sottopelle. In fondo il progetto del Pantarèi è nato nella mente di un
ragazzo che, fino ad allora, aveva avuto della letteratura un’esperienza
esclusivamente passiva: una mente ingenua e avventata, anche se
provvidenzialmente armata di senso critico e ironia. Eppure questo romanzo si
colloca così armoniosamente all’inizio del mio percorso, lungo e accidentato,
di scrittore, che si direbbe un esordio studiato a posteriori.
Salardi: A pagina 98 del Pantarèi in
un momento di esaltazione il narratore protagonista leva una preghiera a padre
Joyce: “Lode a te, organismo uno e trino. Gloria al padre intelletto, al cuore
figlio e alla santa spiritualità del corpaccio nostro gaudente e dolente. Padre
Joyce che sei nei cieli, posa i tuoi occhi sofferenti su di noi, proteggi il
tuo umile servo Stern, che elevando oggi a te l’ammirato canto della sua
devozione ha guadagnato il pane suo quotidiano con il sudore benedetto della
fronte sua. Proteggilo, e tieni lontana da lui ogni tentazione, ma sopra tutte
quella rovinosa della letteratura, che Satana con le sue arti malefiche tenta
già di insinuargli nel petto. Scrolla via dal capo del tuo umile servo, o padre
James, il peccato orribile della superbia. Ricordagli che, come tu hai
stabilito, non vi sarà altro romanzo dopo di te. Amen.” Se non bastasse questa
dichiarazione di poetica, Il pantarèi si dimostra nel
complesso joyciano: molte sono le parti di flusso di coscienza, le variazioni
stilistiche di capitolo in capitolo, i giochi di parole, i termini-macedonia
sintesi di più vocaboli, la radicale opposizione al linguaggio semplificato in
auge dell’attuale industria editoriale. Nel romanzo successivo, Eclissi,
è
stata invece rintracciata da vari commentatori soprattutto l’influenza di
Proust. Verso quali Maestri si sente in particolare debitore?
sullo scaffale
ezio sinigaglia,
giuseppe berto,
italo svevo,
james joyce,
luciano bianciardi,
marcel proust
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