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lunedì 26 dicembre 2016

Rapporto con gli intellettuali

In uno dei diari di Tommaso Landolfi pubblicato recentemente da Adelphi col titolo Des mois (Milano 2016) si evince l'estraneità dello stesso a qualsiasi conventicola letteraria perché, viene esplicitato, la cultura è "storia di rifiuti, di sdegni e di insoffribili tedi" e ancora: "non son più in grado di parlare con intellettuali". Condivido quasi interamente. Può accadere che due scriventi si riconoscano simili o che uno sia affascinato dal lavoro di un altro, che piccoli o grandi gruppi di persone seguano questo o quello, ma resta il fatto che l'innovatore, l'originale, l'anticonformista il più delle volte è solo.

venerdì 30 maggio 2014

Dialogo su un romanzo puzzle game e altri esperimenti

Intervista a Mariano Bargellini

- So che stai lavorando a un nuovo romanzo. Vuoi dire qualcosa su questo testo che definisci puzzle game?
L’oggetto infinito è un romanzo puzzle game. In senso metaforico e letterale. Anche alla lettera, in quanto che il fabulatore e personaggio della storia, a seguito di un escamotage si direbbe onirico, e dell’annuncio recatogli da Antony Charon, lo scimpanzé sapiente della televisione, il teledivo dell’aperitivo, quasi stesse sognando cade nella trappola di un puzzle game, di cui ignora le regole i meccanismi le leggi. Si trova di colpo, forse prigioniero, in una casa del Sonno e del Silenzio, che lui riconosce: è la casa-labirinto della fanciullezza, arredata come allora e con vestigia recenti degli antichi inquilini, ma deserta e semibuia. L’intero palazzo, oggi assediato da una nebbia fittissima, parrebbe disabitato. E la città stessa, deserta: una Milano-fantasma. Egli s’aggira, ombra di sogno, anzi persona di puntini elettronici, ente digitale, avatar del giocatore sconosciuto alla console per corridoi e stanze di un Labirinto senza uscita, e senza Minotauro. Salvo che il Minotauro, cioè l’avversario computerizzato di questo videogioco, non sia lo scimpanzé parlante, il testimonial dell’aperitivo: Toni Caronte, il suo contubernale di reclusorio-incantesimo. Il quale, sorta di Frégoli, cambia d’abito e di ruolo per tre volte. Di teologo e in veste talare, per esempio, si cambia in predicatore della rivoluzione neofuturista, vestito alla futurBalla. Oltre a questi due personaggi, e ai loro dialoghi subito declamati e voltatisi in controversia, dialoghi da teatro della sorpresa del grottesco e dell’assurdo, risuona talvolta nel teatro vuoto e quasi buio la voce del giocatore e fabulatore invisibile seduto alla console. Continui i colpi di scena. L’ultimo, a suo modo risolutivo, conclude brutalmente L’oggetto infinito, romanzo labirintico neo-novecentista.

martedì 7 febbraio 2012

Uomini perduti nello spazio


Tommaso Landolfi, Cancroregina (Adelphi, Milano 1993)
Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito (Fanucci, Roma 2000)
Enrique Vila-Matas, Esploratori dell'abisso (Feltrinelli, Milano 2011)

E' stato osservato di recente da Alfonso Berardinelli che precursore dello Spazio sfinito di Tommaso Pincio avrebbe potuto essere il Landolfi di Cancroregina, se solo fosse stato conosciuto allora dall'autore, che invece non l'aveva letto. Avrebbe potuto trattarsi in effetti di una proficua influenza. Sia in quella che è considerata una delle prime opere di fantascienza italiana sia nel romanzo uscito per Fanucci nel 2000 cogliamo la medesima sventura dello smarrimento nello spazio. In entrambi l'aspetto propriamente fantascientifico è irrilevante: l'interesse per le innovazioni tecnologiche o per l'incontro con altre forme di vita nell'universo, nullo. L'astronave che va alla deriva e si perde è più che altro un pretesto per parlare della condizione umana. Con una sostanziale differenza.
Nel lungo racconto di Landolfi prevale un interesse psicologico. Lo spazio più sconosciuto e inquietante si rivela quello della mente.
Riprendo qui osservazioni già presenti su questo blog in un articolo dal titolo “Primo Novecento dimenticato”. Scritto da Tommaso Landolfi nel 1949, dapprima pubblicato su rivista, poi in volume da Vallecchi nel 1950, Canrcroregina pare tragga interesse e nutrimento più che altro dai risvolti surreali che il genere fantascientifico consente.

venerdì 2 dicembre 2011

Primo Novecento dimenticato

La scorsa estate (agosto 2007) sul “Corriere della sera” si è svolta una polemica fra il critico letterario Giorgio Ficara e lo scrittore Alessandro Piperno circa il romanzo italiano di questi anni, che sta purtroppo voltando le spalle, a detta del critico, alla coraggiosa ricerca formale dell’intero Novecento. I narratori di oggi pare non si confrontino più con il senso della crisi: le strutture narrative paiono insomma persino troppo sicure di sé, tanto da adeguarsi senza alcun dubbio alle convenzioni. Senza che sia necessario estrapolare dal lavoro di Ficara, non è fuor di proposito ricordare alcune opere del primo Novecento, così ricco di proposte e spunti di riflessione. Senza che vi sia fra loro un particolare legame, ho scelto un romanzo incompiuto di Federigo Tozzi, un anti-romanzo di Massimo Bontempelli e un lungo racconto fantastico di Tommaso Landolfi.
Secondo Tozzi, per esempio, “gli effetti sicuri sono all’opposto della forza lirica (…) Ai più interessa un omicidio o un suicidio, ma è egualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe essere quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della strada si sofferma per raccogliere un sasso…” (“Come leggo io”, articolo pubblicato nel 1918, poi in Realtà di ieri e di oggi, Alpes, Milano 1928). A suo avviso può servire una pausa di riflessione e l’occasione di questa sosta gli si presenta nei bozzetti, nei frammenti: “i così detti frammenti lirici (…) sarebbero un segno miserevole se appunto non servissero a una sosta; di cui non si poteva fare a meno.” (“L’acqua fa l’orto”, in Realtà di ieri e di oggi).

Voltando le spalle agli artifici letterari, quel che si cerca è un rapporto più immediato, quasi elementare con la realtà. Di qui la scelta del diario come struttura narrativa, per esempio. Il vecchio narratore onnisciente ha già fatto il suo capitombolo ed è diventato, da dio unico dell’opera, un personaggio in mezzo agli altri, catturato anch’egli dal caos del mondo.