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domenica 3 dicembre 2023

Bookcity

Olio di gomito per pulire gli elementi della cucina, poi di corsa a un evento pomeridiano di Bookcity. Quest'anno forse riesco a seguirne due o tre, anche se me ne ero prefissa cinque o sei.

Nel grande teatro del centro la sala principale è dedicata alla presentazione di un romanzo storico-rosa che sta spopolando. È difficile entrare per la ressa: una moltitudine di ragazze in coda per farsi firmare le copie dall'autrice ostacola non poco l'accesso alle altre sale che ospitano diversi eventi. Il mio è al primo piano: Mappe nel caos della poesia contemporanea. I relatori cercano di dire qualcosa su un mondo corporativo e autoreferenziale (sic! qualcuno così sussurra e persino afferma a voce un po' più alta), quello della poesia contemporanea che cita e ordina sé stessa, consegnandosi alla posterità già confezionata in alcune antologie e mappe orientative.

La saletta non è proprio vuota, anzi più piena del solito, perché, a differenza dei tre-quattro ascoltatori che abitualmente costituiscono il fedelissimo pubblico dei reading, qui si stanno concentrando una decina di persone, forse qualcuna in più, delle quali soltanto alcune si salutano, altre è la prima volta che si vedono: e questa sì che è una gran differenza rispetto alle solite letture pubbliche di poesia, dove i pochi convenuti si conoscono, si sono già letti e ascoltati (se la cantano e se la suonerebbero pure se trovassero una cetra da qualche parte), comunque contenti di ascoltarsi e auscultarsi vicendevolmente. I lettori di poesia sono i poeti stessi, si diceva qualche tempo fa; ora si può aggiungere che i poeti stessi sono anche i critici della poesia. Un relatore osa di più: per un certo periodo i veri e propri critici (quelli non poetanti?) hanno avuto paura a pronunciarsi sulla poesia attuale.

domenica 18 aprile 2021

Una trilogia scombinante

di Claudia Zaggia

Penso a una frase di Nabokov: “La realtà non è né il soggetto né l’oggetto della vera arte, la quale si crea una realtà sua propria”.

Quasi tutto ciò che si trova in libreria oggi viene definito “romanzo”, sarà anche per questo che i più intendono solo un certo tipo di cosa, ci si aspetta una trama, un inizio e una fine e dei personaggi ai quali poter comodamente girare intorno. E una storia ben comprensibile che non lasci molte incertezze soprattutto quando si arriva alla parola fine.

Capita di incontrare opere di un altro tipo e la parola “romanzo” sembra non andar più bene, altri nomi o etichette non ne abbiamo, diciamo questo è un libro e fa parte di quel gran mondo della narrativa, vario e non sempre così rotondo.

Capita che i romanzi uno dopo l’altro si assomiglino tutti, qualcuno è un poco meglio ma dopo un certo tempo tutti si dimenticano. Scritti anche bene, insomma corretti, non molto di più. A volte scritti e basta ed è veramente troppo poco.

L’ottimismo che si trova poi in tanta letteratura, messo in bella mostra, è un prodotto commerciale. Dopo lo scaffale dei cibi in scatola per umani e animali, c’è quello dei libri, ma mi raccomando che non sia triste, che altrimenti non lo digerisco.

Roberta Salardi ha osato molto, fiduciosa di trovare dopo lettori adatti, non so se li ha trovati, non so se io qui sono un lettore adatto, so che mi piace incontrare l’inconsueto, l’azzardo, l’opera che osa senza mai tralasciare quella che si chiama qualità, quella della scrittura prima di tutto, altrimenti potremmo decidere di lasciare, di non continuare a leggere e invece si arriva inquieti e soddisfatti a pag. 352, l’ultima.

Credo che più di tanto non si debba spiegare o cercare di chiarire. In un libro come questo, in questa intrigante Trilogia della scomparsa (che bel titolo, e anche quelli che troviamo dopo promettono bene), sarebbe cosa ben superficiale credere di poter comprendere tutto o addirittura di aver compreso tutto.

C’è molta destrezza intellettuale in quest’opera e incontrarla così spesso fa parte del piacere di leggerla, un piacere pieno di sfumature.

Era da parecchio tempo che non leggevo un libro di narrativa così complesso, ricco, intenso e problematico. Con gli aggettivi potrei continuare ma mi fermo qui. L’abitudine a tanti romanzetti anche di buona qualità ma infine sempre quelli, ci impigrisce, come se la narrativa fosse questo e non altro. Poi un bel giorno l’assolutamente altro arriva e restiamo stregati ma anche un poco travolti. E adesso di quest’opera cosa diciamo? L’opera peraltro è di felicissima lettura, la scrittura è molto bella, non affatica il lettore che procede e procede ma vive anche continui stati di smarrimento.

Di cosa parla questa trilogia, cosa racconta? E chi sono i personaggi? Perché qualcosa racconterà e ci saranno dei personaggi di un qualche tipo. Certamente, anche.

Se si racconta si presuppone un certo ordine e anche un certo realismo. Questo sarebbe fuorviante per un’opera che è affascinante perché accidentata, succede e non succede, è e non è. La trilogia non teme di allontanarsi dal realismo, di giocargli brutti scherzi, di far riapparire quello che è imprevedibile, riapre gli orizzonti, non vuole che il lettore stia comodamente seduto in poltrona.

La forma scelta è quella del diario o dei diari, ma nessuno pensi a qualcosa che già è conosciuto e se poi anche qualcuno di voi tiene un diario: ebbene questa è un’altra cosa, anzi parecchie altre cose.

domenica 27 dicembre 2020

Dialogo con Kirillov

Questo dialogo con il personaggio dostoevskijano e il frammento successivo, allora inediti, furono pubblicati tramite Francesca Matteoni su Nazione Indiana. Ora si trovano nel terzo romanzo della mia Trilogia della scomparsa (Roberta Salardi, Effigie 2020)

Kirillov

Kirillov non si uccide perché “ha deciso”. Si uccide perché viene trasportato verso la morte da un desiderio profondo. Proclama ai quattro venti la sua teoria del suicidio gratuito finché non trova qualcuno che gliela fa attuare per una propria convenienza. Non si uccide perché lo vuole (o, meglio, lo vuole ma temporeggia): altri, a un certo punto, esigono la dimostrazione della sua teoria (ed è lui stesso a esigerla). Se non ci fosse la stretta finale di Petr Stepànovic, forse rimanderebbe continuamente la decisione, sentendosi in ogni attimo della propria vita libero di scegliere. L’uomo della libertà assoluta fa la fine della pedina…
Non è lui che “ha divorato l’idea”, si legge nei Demoni; “è l’idea che ha divorato lui”.
Non è l’uomo che divora il pensiero, è il pensiero che lo divora.

Kirillov è qui che va su e giù per la mia stanza. Gli dico: “Rilassati, c’è sempre tempo…”
“Ma io voglio affermare la mia libertà! Io non ho paura di niente! Se non lo faccio, non sono dio; sono un uomo qualunque…”
“Che t’importa di essere dio?”
“Ce l’ho con l’idea di dio, quella che hanno inventato e proiettato al di sopra di noi. Quella vile menzogna ci tiene aggiogati. Mi ha rovinato la vita… La voglio tirare giù!”
“Fa’ pure, ma dopo non succederà niente di speciale. Sarai dimenticato come uno qualsiasi. Sarai dimenticato e il mondo non cambierà.”
“Perché non fai qualcosa anche tu? Ognuno dovrebbe fare qualcosa… Inventati qualcosa anche tu…”
“Ti ho invitato da me perché sai pensare… e hai del coraggio… Quasi nessuno ne ha. Molti non si azzardano a pensare per paura, per paura del vero, della tomba ignuda mostrata di lontano, come direbbe il caro Giacomo. Altri, pur essendo esercitati e capaci d’un avvio di ragionamento, non hanno voglia di portarlo avanti, lasciano perdere… si domandano: ma che cosa sto a rimuginare in questa piccola stanza claustrofobica mentre fuori c’è il mondo da godere? E scappano come topi da una nave che affonda…”
“Vili!”
“Tu sei migliore di loro perché, se la logica ti conduce a restare sulla nave che affonda, ci resti. Sei all’altezza del tuo pensiero. Non dirò che tu sia un dio ma per me sei un uomo, e questo è tutto.”
“Credi quello che vuoi. Starò un po’ qui a passeggiare nella tua cameretta, se ti fa piacere, tanto per me è lo stesso passeggiare qui o altrove.”
“Se fossi stato uno dei tuoi amici, ti avrei impedito di ucciderti. Nessuno ha fatto niente per te. Nessuno ha sollevato un’obiezione… Anzi un criminale ha approfittato di te per i suoi piani. Alla fine sei stato usato, un personaggio della tua grandezza…”
“Io e Satov abbiamo fatto discorsi interminabili durante il nostro viaggio in America, notte e giorno, sdraiati sulla nuda terra, lui fervido credente, uomo buono, io ateo convinto… Abbiamo voluto metterci alla prova nelle condizioni peggiori, siamo stati amici poi nemici poi di nuovo amici…”
“Ti avrei detto che il tuo modo di pensare era prezioso, è prezioso. Perché sprecarlo? Per la tua decisione ci sarebbe stato tempo…”
“Non c’è niente di prezioso e io non ho nulla che tu non abbia. Nulla è importante per me tranne uccidere dio. Ho bisogno di liberarmi della sua oppressione.”
“Io non sento questa oppressione, non sento neanche l’idea di dio, a essere sinceri. Capisco che a te dia fastidio la sua falsità, è quella che ti pesa: la sensazione di dover sottostare a un giogo assurdo. Sorge il dubbio tuttavia che la tua vera intenzione sia quella di liberarti dall’oppressione di un’intera società gerarchica e ingiusta e che tu stia sbagliando mira… Non è te stesso che devi colpire.”

lunedì 7 dicembre 2020

Pensieri di una giovane antispecista: un altro estratto dalla "Trilogia"

Fogli sparsi scritti nella tana

Guardavo al di là della strada oltre la curva dove inizia il parco: quello era il punto di fuga verso il bosco, l'unico punto di fuga possibile, l'inizio di tutte le fughe, il passaggio per il bosco… tutte quelle nuvole frondose che quasi si potevano toccare… alberi nuvolosi perché stava per piovere… Erano pieni d'ombra che il vento spostava continuamente tra le foglie. Pieni di pioggia in arrivo e di cambiamenti.

Laggiù la vita sarebbe cambiata completamente: pensieri semplici, pratici: come sopravvivere, come trovare cose da mangiare… Una vita finalmente vera.

Mia madre è uno status. Mia madre è status. La madre è lo Stato. Madre-Stato. Lo status quo. Mai che si sia posta il problema di cosa mangia, di cosa mi dà da mangiare, di cosa usa per vestirsi, per vestirmi. Lo stato delle cose presenti. Senza presentimenti. Madre-single. Solo madre. O madre o niente. O ti mangi questa minestra o salti dalla finestra. Saltare, appunto.

Nella tana arriva il silenzio che piega le cose in due e in quattro come abiti ai piedi del letto. Il silenzio lentamente inizia a fare rumore perché scrive sulle pareti, intaglia graffiti profondi, incide sulla carne il non-ne-posso-più. Il silenzio è silenzio perché lo sto pensando, perché ci sto scrivendo sopra una lettera a mia madre in cui le dico che rinuncio volentieri a tutto quello di cui si circonda, mi circonda: ai cuscini del divano, al cielo stellato e infuocato in rotta di collisione nel suo scialle, agli alberi del giardino e alle urla degli animali. Questo silenzio fa rumore perché ci scrivo sopra, ci parlo dentro da sola, mi fa eco e ripercuote altro silenzio in queste caverne naturali nei boschi. Con esso rifiuto la vita che mi hai dato, mamma, la tua casa confortevole, la tua nonchalance che strappa grida all'universo. Desidero separarmi da tutto il mondo civile. Non voglio più vedere nessuno di voi. Voglio solamente stare in una grotta con dei cuccioli da allevare…

«Mi hanno sparato. Gli animali che sono in me si sono nascosti per non farsi trovare»: questa è una frase sibillina di mia zia (sussurratami un giorno con sorriso complice quand'ero bambina) che mi è rimasta impressa. Cara zia, come mi capiresti! Nemmeno io voglio essere trovata.

Pensieri di una volpe (cosa deve pensare una piccola volpe in cattività)

Essere in trappola, non avere scampo… C'è poco spazio e fa tanto freddo… Correnti fredde arruffano il pelo. La morte è in attesa. Non posso muovermi, scappare, vedere gli alberi, farmi una tana, essere una volpe… Sono nata volpe ma non posso essere una volpe! Non posso essere quella che sono! Mi hanno detto che posso soltanto aspettare la morte, nient'altro. Non cercarla, non inseguirla, non fuggirla: solo aspettarla in un angolo, dietro le sbarre, inascoltata, nel senza-urlo, nel solo-attesa.


Brano tratto da Trilogia della scomparsa di Roberta Salardi (Effigie 2020, pagg 130-131) 


lunedì 23 novembre 2020

Un brano della "Trilogia" letto da un attore

Qui l'audio di parte del brano estratto da "Trilogia della scomparsa" e pubblicato nel post precedente, letto ad alta voce da Federico Nobili, attore e scrittore. 




sabato 21 novembre 2020

Brano tratto dalla "Trilogia della scomparsa"

T'è mai capitato di mangiarti le mani? Io ho continuamente voglia di masticare qualcosa, qualunque cosa. Finito il pane e le sigarette, mi mangio le unghie, i capelli, le pellicine... Finiti i miei, vorrei passare ai tuoi. Ma dopotutto non credo affatto che staresti meglio senza tua madre. Nonostante tutto, ti sono necessaria. Qualcuno deve pur piangere sul latte versato! Tu saresti capace di sprecare persino l'olio senza fare una piega.

«Senti quello che dico?»

Mi fai blaterare e blaterare al vento. Dov'è quel disgraziato di tuo fratello? Non è colpa sua se non risponde. Sei tu che l'hai ridotto così.

È difficile per te immaginare una corsa per portare a qualcuno, da qualche parte, a qualcuno, un corpo freddo, bagnato, ferito, esanime, svenuto, trascinato correndo, prendendo in braccio un corpo morto, incespicando, sollevato ansimando, pesantissimo, caduto, cadendo a corpo morto, rialzandosi, facendosi aiutare da qualcuno sulla strada, forse dietro l'angolo, fuori dalla boscaglia, credendo che fosse un tuffo non un scivolata, mettendo male il piede, raddrizzandosi, il corpo di qualcuno respirante, gorgogliante però muto, assente, snodato, annegato, il corpo di un fiume, di un mare scivolato per sbaglio in una bocca, in una gola aperta, con i pesci che vogliono nuotare, saltare, respirare, il naso che vuole respirare, uscire tra le foglie, gli occhi chiusi che anelano alla luce oltre i rami, oltre la superficie delle foglie, ma la testa riversa, un braccio pesantissimo, il corpo molle, sciolto, libero di nuotare sbracciato, con la testa indietro, in giù, crollata, scrollando l'acqua, vomitando i pesci, la sabbia, le mie collane, nuotando, affogando, sbagliando strada, rifacendola a testa in giù, sott'acqua, ma respirando ancora, soffiando, senza dimenticare di saltare le onde, mangiare i pesci, passare sotto i rami, dandomi la spinta, ancora un colpo di reni, incrociando qualcuno, chiamando a gran voce, a grandi bracciate... È difficile immaginare le fatiche inutili, le corse controvento, il tempo perso per salvare qualcuno: per qualcuno che era già morto tanto tempo fa, a sedici anni: felice di esserlo, di sedici anni e morto per sempre.

martedì 17 marzo 2020

Relazioni coi fantasmi

Brano tratto da un mio romanzo inedito

Senza parere, avevo confessato una grande, disdicevole verità. Per certi versi trattavo Aguidi come una bella preda e la sfruttavo anche più di quanto avessero fatto probabilmente le sorelle. Le avevo trovato un'occupazione meno pesante e meglio remunerata di quella nella stireria dove la conobbi (e dove qualche volta andava ancora per arrotondare lo stipendio), ma nello stesso tempo mi facevo mantenere da lei. Io non avevo più voglia di lavorare. Avevo annullato quasi tutte le visite coi miei soliti pazienti, che trascinavano la terapia da anni senza risultato. Non avevo più la forza di portarne il peso e li avevo dirottati presso colleghi più in gamba di me. Anche le mie finanze ne avevano risentito. Ora era Aguidi che si occupava quasi di tutto, in casa e fuori.
Trascorrevo le ore della mattina in un lungo, confuso dormiveglia in cui si alternavano le immagini della mia amante viva e di quella morta. Mi ritrovai a stringere fra le braccia lenzuola sfatte che credevo fanciulle addormentate o a piangere sui cuscini come un bambino in castigo. Non ero più un uomo e, pur vergognandomi in qualche parte recondita di me stesso della mia situazione, non riuscivo a modificarla. Anzi, lasciavo che quella che era diventata per forza di cose la mia convivente, lavorasse anche per me, che avevo molto ridotto il numero dei miei pazienti.
A questo ero arrivato quasi senza rimorsi.
Ma una mattina di quelle in cui più a lungo mi ero trattenuto sotto le coperte, al punto da decidere di non alzarmi fino a che non fosse scesa la sera, le ombre furono tagliate dalla chiara apparizione del più insolito dei miei fantasmi.
Supplice, pensai di cingerle le ginocchia come fosse un personaggio dell'Odissea (in questo probabilmente suggestionato dai miei studi classici), uno di quei personaggi che hanno il potere di gettare Ulisse nelle peggiori tempeste. Le mie dee, tuttavia, non mi parlavano facilmente, non nutrivano più una predilezione o una particolare antipatia per me. Benché fossi ai suoi piedi, lei superò agilmente l'ostacolo del mio corpo, mi carezzò la fronte e si allontanò.

venerdì 20 aprile 2018

Chi balla sul tetto con le infermiere?

Brano tratto da Ventriloquio della crisi pubblicato su Nazione Indiana


"Ragazzi, volete sapere l'ultima?"
"Be'… ragazzi… adesso non esageriamo…."
"La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto! Stanno protestando contro le minacce di licenziamento!"
"Stai scherzando? Qualcuno ha parlato di licenziamenti?"
"Sì. Girava voce di prossimi tagli del personale."
"Non si sapeva quando però… Era un'ipotesi…"
"Recentemente è diventata più chiara, è stata formalmente espressa dall'azienda."
"Aspetta aspetta… Sono salite sul tetto con gli zoccoli e tutto, proprio con la divisa e le scarpe da infermiere?"
"Ma perché t'interessa?"
"Così… mi sembra piuttosto scomodo…"
"Sono salite con giacca a vento, sciarpe, cappelli per il freddo e addirittura delle piccole tende da campeggio perché hanno intenzione di dormire lì…"
"Che forza!"
"Una di loro è Graziella, la conosco. E' sola con due figli da mantenere. Ancora adolescenti. L'unico stipendio è il suo; sarebbe un grosso problema per lei restare improvvisamente senza lavoro…"
"Un'altra è Margherita, la conoscete? Ha quattro figli e un marito in cassintegrazione."
"Il coraggio ti viene per forza in certi casi."
"Sapete che vi dico? Dobbiamo aiutarle!"
"Dobbiamo armarci di forza e coraggio e andare anche noi sul tetto a portare la nostra solidarietà!"
"Forse è la volta buona che si torna giovani…"
"Mi sento già scorrere altro sangue nelle vene…"
"Saliamo, saliamo!"
"Andiamo a vedere!"
"Uniamoci alla lotta!"
"Andiamo a vedere chi c'è!"

Le donne salivano sui tetti, i quasi-pensionati e i cassintegrati restavano sospesi a mezz'aria, in spaccata, da una situazione all'altra… Tutta quell'aria fresca aveva schiarito le idee. Le idee erano molto più chiare adesso, e anche i progetti.
"Ma che dici? Questo è solo un chiacchiericcio, cicaleccio, ventriloquio collettivo, scilinguagnolo, scioglilingua… blablabla… parole vuote… tutto fumo e niente arrosto… Qua non si combina niente…"
"Ma che vuoi combinare?"
"Questo lo dici tu, che non si combina niente… Ragazzi, andiamo!"
"Andiamo a portare la nostra solidarietà!"
"Il nostro aiuto!"
"Siamo qui! Ci siamo anche noi!"
Qualcuno si era portato anche la bandiera, ma quella coi pesci, con tanti pesci piccoli che mangiano il pesce grosso.

lunedì 30 ottobre 2017

La studentessa bambina

Un mio racconto degli anni novanta in relazione al tema delle baronie universitarie


Invece, di fatto, sono sola come un cane nella facoltà di lettere e filosofia senza le porte per entrare e senza neanche le porte per uscire. Con qualche strada che va a qualche ora nella facoltà murata, cammino verso la facoltà, si direbbe vita, invece non lo è perché gli appunti tirati giù sono monumenti alla ripetizione e penne di pappagallo. Alessandra Saugo

... In una città straniera, estranea a tutto... avvolta nei pochi stracci dei miei lutti... quasi una mendicante: notte, dammi la tua moneta di silenzio...
Perché sono sempre in viaggio? Qual è il mio nome? Esiste un nome al quale io possa rispondere? Esiste qualcosa per cui valga la pena essere chiamati? Io non sono nulla... Non ho neanche ricordi, neanche un luogo da cui provenire... Ah sì, c'è qualcuno che abita con me questo angolo sporco: è uno dei miei amanti. Sta ancora qui perché non sa dove andare. Intanto io non li distinguo, per me può restare. Può anche invecchiare qui, se vuole, e diventare infelice proprio dove lo sono io. Tanto non me n'accorgo, e neanche lui si accorge di me. Neanche gli amanti m'appartengono più.
Eppure qualcosa sono venuta a fare in questa città straniera. Sì, a prendere appunti. Seguo il corso di un professore all'università. E di che cosa si occupa? Di una teoria tutta sbagliata. Perché lo sto seguendo? Mi piace, a volte, ascoltare la voce delle persone. Al mattino vado in facoltà ad ascoltare voci: faccio la spesa di voci... La spesa? E chi mi mantiene? Parenti in pensione. Loro hanno lavorato tanto tempo fa, e hanno anche vissuto. Io non ho lavoro né casa. Sono una studentessa, un'eterna bambina-che-impara. E' strano: sono una bambina pur non essendo figlia di nessuno. Non sono quasi mai stata figlia. I miei non li ricordo: sono morti prima che li potessi ricordare. Gli amanti non li ho mai guardati in volto. D'altronde, non sono neanche una donna: uomo a me stessa, donna a me stessa, quando è il caso.

giovedì 20 aprile 2017

Elementi carnevaleschi in Ventriloquio della crisi

La prima volta che nel Ventriloquio, narrazione umoristico-satirica dell'Italia dagli anni novanta a oggi, si accenna al tema dei parchi di divertimento è in riferimento a quel periodo di euforia che succedette al crollo del muro di Berlino, accolto con grandi festeggiamenti nella Germania riunificata: "Andavano in gruppo in Germania a festeggiare e quella si era trasformata in un grande lunaparc, dicevano, con discoteche che andavano di giorno e di notte e le belle donne che lavoravano senza quel coso... come si chiama? mi avete capito. Nello stesso tempo in Germania si davano tantissimo daffare e le discoteche erano anche fabbriche e viceversa, perché si faticava cantando e ballando per la felicità di essere nella Germania unita. E tutti appunto correvano là a lavorare, oltre che a divertirsi, da tutti i Paesi intorno. E c'era andato pure il marito di mia nipote Maruccia a vedere di persona, ché il mondo stava cambiando e non si poteva perdersi lo spettacolo.
Era proprio così come raccontavano: gli uomini facevano le acrobazie per guadagnare di più e le donne camminavano sul filo per spendere di meno. E poi tutti si spostavano, nessuno stava fermo, ognuno voleva cambiare la sua vita.
Nell'euforia generale qualcuno diceva che tutto stava andando per il meglio pure in Italia, le ricchezze aumentavano  e potevamo pure permetterci di non pagare le tasse." (pagg 16-17).
E' la festa del capitalismo trionfante e il suo mito che il lavoro sia un grande divertimento collettivo. Ritroviamo l'associazione fabbrica-discoteca là dove si parla del Billionaire di Briatore:"In Sardegna c'era un altro importante imprenditore e uomo di mondo che andava forte e aveva aperto una discoteca più grande di tutte le discoteche. Lì dentro ballavano le ragazze con gli uomini più ricchi d'Italia, d'Europa e addirittura del pianeta! Si occupavano tutti di macchine o di motori o di iòct o di vestiti di lusso, e ballando facevano anche gli affari: scherzando allegramente le producevano pure, le fuoriserie e i pezzi unici. A passarci lì una serata qualcuno poteva anche pensare che l'Italia era tutta una discoteca danzante di produzione…" (pag 63).
Finito l'idillio degli anni novanta, in un passaggio sulla Cina, si accenna a piscine inserite dentro la fabbrica per favorire la ricreazione dei lavoratori chiusi dentro: "Non sapeva che invece in Cina morivano addirittura per il troppo lavoro, altroché paradiso terrestre… Non riuscivano più a uscire dalla fabbrica (gli avevano fatto pure la piscina dentro per farli svagare fra un turno e l'altro, come premio per lo straordinario), avevano eretto reti metalliche intorno ai reparti per non farli gettare nel vuoto o fuggire, ché fuggire era come suicidarsi. Dovevano imprigionarli e legarli alle macchine perché tutto il lavoro era migrato in Cina, da tutti i Paesi del mondo, e qui non ce n'era più, nemmeno a cercarlo nei buchi dei tombini o sui tetti dei palazzi. Là si suicidavano per la fatica, qua per la noia di non avere niente da fare… Era tutto un suicidio collettivo." (pag 75).

domenica 2 aprile 2017

Note a margine di "Ventriloquio della crisi"

La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni.
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.
Così, la quarta di copertina del libro.

Nel frullatore della voce narrante che appartiene alla vecchietta arterioscheletrica, come si definisce lei, vengono assorbiti pezzi del linguaggio mediatico di televisione, pubblicità, talk show (qui chiamati talc sciò, dove talc rimanda alla parola 'talco', come a dire trasmissioni senza talco, senza profumi, dove i discorsi sono più nudi e crudi che altrove), notiziari che continuamente riferiscono le vicende del parlamento, trasmissioni molto popolari come Grande fratello, Isola dei famosi, ma anche Isola dei cassintegrati, Vieni via con me, Ballarò, Annozero. Perché la vecchietta narratrice e protagonista, pur essendo circondata perlopiù dai pensionati della casa di riposo, durante le lunghe ore della giornata, cerca anche di sintonizzarsi sui programmi seguiti dalla figlia che più la va a trovare, la figlia ribelle e meno conformista, quella rimasta senza famiglia e senza lavoro regolare, Oxavia, la quale spesso commenta con lei i fatti d'attualità. La vecchietta, pur nel suo distacco di anziana un po' svanita in casa di riposo, è continuamente in relazione-dialogo con gli altri abitanti del pensionato così come coi figli e con la realtà in cui i figli sono completamente immersi: problemi di lavoro, di casa, di figli adolescenti e così via.
A una prima parte, primo capitolo, in cui le questioni familiari sono maggiormente assillanti, poiché i giovani sono ancora in cerca di una sistemazione e realizzazione lavorativa e affettiva, segue una parte in cui i discorsi si dilatano e acquistano complessità, sempre nel dialogo e nel continuo rimando delle parole della figlia e di coloro che la circondano (a pag 148, per esempio, si trova scritto: " 'Sono stufa del mondo al contrario,' fa eco mia figlia (o io sono la sua eco, viceversa)").
Ma la voce narrante è solo un ripetitore di frammenti, seppure talvolta deformati, di discorsi altrui o corrisponde a una personalità definita?

domenica 26 marzo 2017

I fatti di Genova del 2001, guerra in Iraq e Grande fratello nella centrifuga di Ventriloquio della crisi



"Alla fine avevano spazzato via anche l'ultimo dei moicani, sapete quelli con la cresta e con i cani dietro. Non ricordo bene com'era successo: se gli avevano sparato mentre manifestava o l'avevano bruciato vivo su una panchina. So solo che in quel periodo c'era un grande infuriare di telegiornali e si vedeva che li pestavano tutti quanti a più non posso: gli strani e gli stranieri, i moicani con la zazzera e quelli con la testa rasata, i manifestanti tutti colorati e quelli tutti vestiti di nero, i mascherati, gli smascherati e compagnia cantante. Li inseguivano perfino con le camionette su per i marciapiedi per riuscire a bloccarli e a calpestarli in tutte le direzioni.
Più c'erano i pestaggi e gli squartamenti, più aumentava l'audio e la mondovisione. La mondovisione era a tutto campo e ci spiazzava da ogni parte. Il mondo era uno sconquasso e una visione continua di bombardamenti, di strazi e di sculettamenti perpetui, ché gli sculettamenti in special modo si dimenavano sopra tutto, anche nei giochi che trasmettevano all'ora di cena e anche nelle letterine dell'alfabeto. Quelle che erano più di moda erano le veline, donne molto vellutate e leggere, sempre danzanti e svolazzanti come dei veli appunto; ma erano anche le notizie del telegiornale, che arrivavano sempre all'improvviso, quando meno te l'aspettavi, ed erano disgrazie che volavano sempre dappertutto, come la disgrazia di quell'onda gigantesca che ha cancellato un pezzo della Terra, o la disgrazia di sempre nuovi uragani, o il terremoto che è arrivato pure da noi, in mezzo ai paesi nel cuore della notte.
I bombardamenti, poi, erano sparsi qua e là. Ogni tanto qualcuno veniva bombardato in qualche villaggio lontanissimo o in qualche casa poverissima che non avevano neppure da mangiare (e se ce l'avevano, sta' tranquillo che gliel'andavano a strappare). I più sfortunati erano i palestinesi, che si trovavano sempre nel posto sbagliato. Loro in realtà stavano fermi sempre nello stesso punto, per farli stare più fermi li rinchiudevano pure dentro dei muri e nelle prigioni; le bombe li centravano con facilità, anzi forse le bombe continuavano a cadere lì proprio perché erano i più facili da colpire. Gli altri colpiti erano gli iracheni, quasi sempre incappucciati: o erano incappucciati perché avevano rapito qualcuno, o erano incappucciati perché erano loro i catturati e dovevano stare sotto le torture. Sempre un cappuccio avevano in testa, dimodoché non si capiva chi era iracheno e chi no. Poi sono arrivati i pericoli sui treni e nella metropolitana, che sembrava che anche lì sotto doveva arrivare qualche bomba. Ma non è arrivata, almeno da noi. Il tempo di tirare un respiro di sollievo e i treni hanno cominciato a correre in fiamme da soli all'altissima velocità, senza bisogno di una bomba… e ci è arrivato addosso il crollo delle banche e l'inquinamento tossico che non si riesce più a respirare... Dicono che fra poco non avremo più aria e nemmeno acqua, tant'è vero che la conserviamo chiusa nelle bottigliette. (...) 

martedì 7 marzo 2017

Liberamente tratto da un caso di femminicidio

Dal mio racconto "Flash", liberamente tratto da uno dei molti casi di femminicidio (pubblicato nella raccolta Regressioni per la casa editrice Effigie nel 2009) è stato tratto un video con la regia di Giacomo Guidetti e la voce recitante di Francesco Orlando. Lo pubblico qui in occasione di questo 8 marzo che vede la mobilitazione mondiale per uno sciopero molto sentito contro la violenza e l'oppressione esercitata sulla donna.


giovedì 19 gennaio 2017

E' in libreria Ventriloquio della crisi

"C'era un gran parlare di un transatlantico sballottato dai venti e dalle tempeste. Questo transatlantico navigava in cattive acque e l'altezza delle onde, come montagne russe, la si poteva constatare e apprezzare (a seconda dei punti di vista) nel grafico dell'andamento delle borse, grafico che era sempre in prima pagina quando scendeva ai minimi storici e come prima notizia nei telegiornali di tutta quella burrascosa estate. Con la paura degli uragani o dei fuochi nella stiva, si facevano grandi manovre per mettere al sicuro i tesori che su quel transatlantico da qualche parte dovevano essere stipati e nascosti. Si manovrava molto e si buttavano giù pesi per alleggerire il carico stracarico, mentre non si poneva limite al crescere delle ricchezze stivate, anzi si doveva far loro sempre più posto nella stiva e buttare a mare un sacco di pesi inutili. 
Dovevamo rimboccarci le maniche e darci un gran daffare per tenere a galla casinò e piste da ballo, piscine, auto di lusso e aperitivi di ogni tipo. E, nonostante quel gran lavorare, stavamo ogni giorno col fiato sospeso per la sorte del transatlantico carico di tesori, di campi da golf e da tennis, di banche e locali notturni e rulètt russe che facevano girare la testa… dove ogni tanto qualcuno, per la gran noia di stare in mezzo a troppi divertimenti, prendeva l'accendino e così, per gioco, dava fuoco ai miliardi: "Oggi bruciati 200 miliardi sul transatlantico Eurozona," scrivevano i giornali, oppure "Oggi bruciati 100 miliardi più di ieri"!
Ogni tanto qualcuno scendeva nella stiva a guardare: ma c'erano ancora le ricchezze?
Oltre che a un grosso animale col naso schiacciato per essersi buttato a capofitto nel mare, l'Europa somigliava ogni giorno di più a un luogo pieno di divertimenti paurosi e pazzeschi." (pag 116)


Quarta di copertina

La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni (l’I-taglia che ti taglia). 
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.


(Roberta Salardi, Effigie, Pavia 2017)

giovedì 25 giugno 2015

Il sonno dei giusti

la gatta imprigionata nell'armadio, la gatta furiosa nell'angolo dell'armadio, la gatta occhio stravolto, verde tagliato di giallo, limoncina, pantera gialloverde rotante impazzita imbizzarrita
biglie lanciate nel vuoto: dal settimo cielo… planava un po' con la pelle… la pelle che diventava ali, ali di un animale brutto e sgraziato come un pipistrello… l'animale che quasi si trasformava in un altro animale per salvarsi…
l'occhio ansimante furtivo cercava nel vuoto, mi cercava, la cagnagatta furiosa, mi spiava. E io la capivo: in fondo sapevo già di...
di dormire non c'è verso… tanto vale cercare di buttare giù quel pezzo che devo scrivere…
quello che si deve superare… è quasi impossibile la sfida della crescita umana: il divincolarsi e l'emanciparsi completo dallo psichismo infantile, così carico di sadismo… l'imprescindibile attaccamento alla madre, l'odiosamata… il doloroso sviluppo di una cosa così abnorme come il cervello umano (con le sue stupefacenti capacità di consapevolezza, immaginazione e compassione in un universo fatto di pietre)… Con un cervello così sviluppato, verrebbe da chiedersi come fanno a cessare le cure parentali…

martedì 21 gennaio 2014

Mannequins: commenti suscitati

Mariano Bargellini, in una nota speditami il 16-1-2014:
"Il lettore intendente di letteratura, letto 'Top model d'oltretomba', racconto d'apertura di Mannequins di Roberta Salardi, si interroga su un mistero o enigma la cui soluzione è alla sua portata, essendo letterario, non da detective e lasciato irrisolto, tale enigma o mistero. Che cosa ti fa dire: questo racconto è bello e levigato come Enora e Nell e le altre ragazze-statue? Su quali virtù dello stile e dell'immaginazione si fonda la tua sentenza? Allora, per le spicce: la pipistrella Salardi, grazie al suo radar, ha evitato tutti gli ostacoli mortiferi contro i quali, viceversa, va a sbattere il romanzo italiano d'oggi, postmoderno. Ossia? Beh, la Roberta ha evitato le puerilità del plot, i personaggi stancati (loffi), industria idiota di figurinai e figurinaie, il ricalco (la stracca mimesi) di nient'altro se non la buccia della realtà, i luoghi comuni gli stereotipi le convenzioni dettate dagli editori, e poi tutto quello scrivere così maledettamente male ecc. O anche, detto altrimenti, grazie al suo radar ha imbroccato fenestram evasionis. E' evasa dalla casa del Sonno. Cioè dalle angustie e dal soffoco del romanzo italiano d'oggi, postmoderno e postletterario. Qui, in 'Top model d'oltretomba', circola l'intelligenza (in ogni frase), un pensiero immaginativo articolato e sottile, e il senso del testo è complesso, naturalmente ambiguo, starei quasi per dire multivoco (non mica univoco e piatto, come sapete spremerlo voi dalle vostre storie, voi che non nomino). E sempre qui in 'Top model', per una scrittura così precisa nitida evidente, com'è questa di Roberta Salardi, volevo dire, la parola stilista, per l'autrice, può essere usata, tranquilli. Ritolta ai griffatori e restituita a certi scrittori e a certe scrittrici."

Giorgio Mascitelli, in un messaggio inviatomi il 3-6-2013:
"Mi sembra che sotto lo scintillante mondo delle modelle e l'altrettanto fastoso, ma in senso diverso, universo pulp si nascondono le meditazioni sulla vita offesa e su quanto ci passa il convento in questi tempi di speciosa abbondanza, ormai forse anch'essa superata. In questo senso mi restano impressi più facilmente quei personaggi come la commessa del negozio alla stazione Centrale ('La cubista prigioniera del cubo'), il triangolista desideroso di entrare nella coppia lesbo e disposto, in nome della realizzazione del proprio sogno proibito, ad accettare anche in camera da letto la propria minorità sociale e lavorativa ('Centottanta secondi'), o la fidanzata mancata del racconto finale col suo disperato e disperante razionalismo a fronte della marea montante della solitudine ('Passeggiata al cimitero'), insomma l'umanità dolente che risuona del proprio dolore senza enfasi."


Il commento di Luigi Grazioli, reperibile sul blog A spasso nella caverna (http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/01/libri-di-amici-1-4-marco-ercolani.html), era già stato riportato su questo sito nel post del 25-8-2013 "Una recensione apparsa su Facebook".

Silvio Bernelli, in uno scambio di messaggi su Facebook del 25-9-2013 suggerisce, per un'eventuale prossima raccolta, di calarla in una cornice, al fine di darle più omogeneità e più forza. Consiglia anche di ponderare bene l'uso degli aggettivi e degli avverbi, che, se troppo precisi, rischiano di dare l'impressione di essere usati come scorciatoie per dire tutto velocemente, lasciando magari fuori qualcosa.

domenica 25 agosto 2013

Una recensione apparsa su Facebook: Luigi Grazioli su "Mannequins"


Dopo "Camera fissa" di MARCO ERCOLANI e "Saggi inventati" di ENRICO DE VIVO, il terzo di cui vorrei parlare è un libro di racconti di ROBERTA SALARDI: “Mannequins. Dieci fiabe sulla donna-oggetto e altri racconti”, Ed ZONA Contemporanea, Arezzo, 2013, pp. 131, E. 13,00. Avevo letto e apprezzato il precedente libro della scrittrice, “Regressioni” (Effigie, 2010), e devo dire che questo mi sembra anche migliore. Ci sono alcune cose che non mi convincono, a cominciare dal titolo a mio parere troppo esplicito, che indice sospetti di storie a tesi e di denuncia sociologica, da una parte e ambiguo dall'altra (se si pensa alla copertina con una modella che sta sfilando e al fatto che modelle non ce ne sono quasi, se si esclude quelle inconsuete del notevole racconto di apertura dove giovani donne imbalsamate vengono usate come manichini nei negozi, donne di compagnia di miti psicopatici e oggetti di collezione di un critico d'arte che le ha acquistate da un fornitore parente stretto di compari che procuravano i cadaveri in Il dottore e i diavoli di Dylan Thomas), ma non mi adeguerò al giochetto dei recensori che “sì, insomma, il libro è bello, ma discontinuo...” e altre scemenze: è ovvio che in un libro di racconti alcuni piacciano di più e altri di meno. La lettura dei racconti dipende da molti fattori, anche quelli materiali, di orario e umore, e più facili i giudizi, essendo la forma e la lettura brevi, e quindi variabili con quelle condizioni. 
Dunque Mannequins è un bel libro senza ma. Chiuso. 
Dirò allora le cose che mi piacciono. In alcune il gioco rischia di essere troppo scoperto, ma in genere l'autonomia della narrazione tiene benissimo e la trappola simbolica resta solo come efficace e non esplicito né univoco sottofondo, al pari del rischio del “voler dire”, della subordinazione magari involontaria al messaggio e al riferimento diretto alla “società” e altre simili ubbie. L'ironia è quella delle situazioni, che poi le proiettano su molti personaggi (specie quelli maschili o, se femminili, di donne legate a immagini, aspettative e ruoli dettati dall'ottica maschilista, magari volontariamente assunti per trarne vantaggio), evitando quella diretta, che diventerebbe schematica: anzi, a volte su di essi lo sguardo non manca di tenerezza. Giova all'ironia il fatto che molte storie siano narrate in prima persona dagli stessi protagonisti, che non vi vedono nulla di straordinario e anzi le riferiscono con il tono discreto e quasi sussurrato di persone timide e miti, o in quello oggettivo degli standard cronachistici, che sono autoparodici già nella realtà, come in “Zapping fatato”. Il distacco, l'astensione dal giudizio o da qualsiasi intervento di una voce autoriale, si traduce automaticamente in perfidia; lo squallore di certe situazioni, come la condivisione di valori e cliché da cui pensavamo di andare esenti, diventano i nostri, per quanto paradossali siano; la riduzione dell'empatia, che qui è metodo, si trasmette anche al lettore, che accetta lui pure come “normali”, o guarda come al resoconto di un'osservazione scientifica, anche le figure e le storie che sconfinano nel patologico o nel fantastico: come il nostro ordito quotidiano, quali difatti sono. Inquietanti ma tranquillamente plausibili, al massimo sfumate di tenue meraviglia.

venerdì 6 aprile 2012

Il corpo di nessuno

Un mio racconto inedito della raccolta Mannequins

Il mio neropensare… me lo trascino dietro come un cane fedele (il mio Smorfia morto due anni fa, caro, caro vecchio Smorfia)… Eccoci finalmente dove volevamo arrivare: qui sul ciglio.
Ce ne stiamo così per ore e ore a guardare giù, eh, vecchio mio… Quel fondo che non è più il fondo di niente tanto è lontano... Un'impressione… laggiù dove non si vede. Proprio vero che non è poi così facile toccarlo… Quando si dice toccare il fondo… Qui va già meglio comunque, vero, caro? Questo è un momento bellissimo in realtà, un attimo di respiro per noi due vecchi stanchi. Mi trovo addirittura sopra il mio ponte preferito, la mia autostrada preferita; qui si sta bene. Potrei quasi campeggiare da queste parti in attesa… La caduta libera in sé e per sé dev'essere strepitosa. Perdere quota rapidamente fino a ridursi a un punto, cosa c'è di più leggiadro, di più magico? Un gesto d'umiltà dopotutto. Meglio sarebbe, certo, venir colpita in volo, trafitta come un uccello da un pallino da caccia, nel becco un insetto, il cibo per… Ma che ne sarà di Susan? Che idea! Se l'è sempre cavata egregiamente senza di me, anzi meglio… Il corpo non lo troveranno neanche. Sì, nei paraggi c'è l'auto, ma chi si calerà fin là sotto, in mezzo a quei rovi, a quelle spine? Magari nel frattempo riuscirà a mangiarselo qualche animale. Preferirei. Meglio di un funerale in piena regola con tutte quelle frasi fatte. Soprattutto quel "sentite condoglianze" mi irrita all'inverosimile... Altroché cordoglio, le mie amiche giurerei che saranno contente. Quel senso di sollievo al pensiero riposto: non è toccato a me. "Eppure era ancora giovane… più giovane di me…" Subito i calcoli sull'età, una rapida associazione all'aspettativa di vita… Vediamo… Cosa posso riuscire ancora a fare? E' fuor di dubbio che non ho combinato gran che… La previsione di mia madre: "Meno male che ho tuo fratello, lui non mi deluderà." Lo sconcerto quand'è nata Susan: "… ti rendi conto che non hai neanche finito il liceo? Non riesco neppure a immaginare che ti è saltato in mente… Possibile che ti abbia fatta senza cervello?" Mio fratello è stato più fortunato, grazie… Lui ha avuto l'intelligenza, troppo facile… Facile per lui dire "sei una stupida"… Se una è stupida, cosa deve fare? Se una è stupida, cosa può…? La cosa mi dà persino allegria, se ci penso. Un po' di euforia ci voleva. Cadere mentre andavo in vacanza, durante quel volo a Rio con Bob, per esempio, non sarebbe stato male… Quello sarebbe stato addirittura il momento perfetto…

domenica 15 gennaio 2012

Preferirei di no

Era già la quinta che vedevamo, ma era prevedibile che non trovassimo subito. Troppo cupa, angusta... Si sarebbe potuto cambiare il colore delle pareti ma, si sa, la prima impressione è quella che conta. Il cliente mi disse che, entrando, era riuscito solo a immaginare candele accese, letture a lume di candela, lugubri veglie notturne. Certo quel soppalco, un senso di claustrofobia, lo dava… All'esterno tirammo entrambi un sospiro di sollievo. 
Se la prima visita gli avesse fatto una buona impressione, mi avrebbe proposto di fare un secondo sopralluogo insieme con la ragazza. Dovemmo aspettare l'ottava visita per avere l'onore della sua compagnia, che in effetti ravvivò notevolmente l'entusiasmo della ricerca. 
Nel corso della perlustrazione dei vani di quell'immobile sito in un quartiere residenziale, lei ebbe addirittura una folgorazione: "Ho visto i bambini! Caro, credimi, questa è la nostra casa!", non fece mistero di esclamare abbracciando il mio cliente per la gioia. Mi spiegò che nel vano cucina, stretto ma luminoso, aveva visto chiaramente loro quattro seduti al tavolo centrale, cioè loro due con i figli futuri: la grande finestra allargava notevolmente il senso dello spazio. Si provò a parlare di compromesso, ma la proposta non fu accettata dai proprietari. La ragazza restò così delusa che non comparve per un po'. Lui invece, flemmatico, sistematico, proseguì con una o due visite la settimana. 
Gli piacque un appartamento che trovai anch'io molto grazioso. Le piastrelle dietro l'acquaio ricordavano gli azulejos portoghesi; inoltre la cucina dava su un'ampia veranda straripante di piante e di utensili da giardinaggio. In un angolo così curato persino lavare i piatti avrebbe potuto riservare occasioni contemplative, occasioni che il mio cliente era ansioso di cogliere, a quanto pareva. Da parte sua la ragazza, ancora "in lutto" per la visita precedente, non volle venire a vedere lo stabile. In attesa che si riprendesse, passammo ad altri appartamenti.

mercoledì 28 dicembre 2011

Che più azzurro non si può

Romanzo inedito
Dal capitolo "Verso l'Explò"

Un uomo della Provvidenza era chiamato a salvarci da un altro uomo della Provvidenza. Andando avanti di questo passo dove si voleva arrivare?
La paura cresceva di giorno in giorno. P come paura, P come pensioni. Qui si aspettava il taglio più grosso, la vera mannaia.
"Dobbiamo rimettere in moto Crescita…" diceva il governo tecnico di esperti. Era diventato un nome proprio Crescita, ne parlavano come di una persona, la signora Crescita in sedia a rotelle da rimettere in movimento. Lazzaro, al confronto, non aveva goduto di così tante attenzioni…
Il Patron de' Paperoni, dietro le quinte, dava utili consigli, faceva ora il grande suggeritore e soprattutto ripeteva: "Guai a toccare i grandi patrimoni! Fine! Rovina! Fulmini e saette!"
Ragazzi, non ci crederà nessuno, ma nel 2012 altroché fine del mondo… dovevamo vedere il mondo ringiovanire: i vecchietti in rivolta con i giovani e tutti a rifare un'altra società, molto più bella e giusta.