otto jazz club
jazz - o la nota che non c'entra niente
con la nota di prima e quella di dopo.
fa un riff il gatto, arriffa pure il topo,
botta e risposta, permanentemente.
raddoppi cambi intoppi della mente,
il senso del silenzio il corpo il nodo
di note sottintese, il senza scopo
di quell'attacco uscito rilucente
dal nulla - ostico jazz, arcimagìa
dal pianoforte, a sprizzo, in una scia
assurda e blu di tromba, che perdura
- sa il sax una gentile scortesia,
respiro circolare e un'eresia
che vuole il mondo vivo a dismisura.
(dalla raccolta Prova d'inchiostro e altri sonetti, Aragno, Torino 2017)
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martedì 15 maggio 2018
mercoledì 5 luglio 2017
Intervista a Mariano Baino. Solo domande
Alcuni anni fa, in occasione dell'uscita del libro in (nessuna) Patagonia, rivolsi alcune domande all'autore, rimaste senza risposta per impegni sopraggiunti.
1 Mariano, nel
tuo ultimo libro dal titolo in (nessuna)
patagonia (Ad est dell'equatore, Napoli 2014) ti consideri in esilio, ma già nell'Uomo avanzato, che racconta un naufragio su un'isola deserta, ti
accosti al tema dell'esclusione dalla società… Si può dire molto genericamente
che là il discorso sia in chiave più esistenziale, qui più politica…
2 A livello
profondo probabilmente entrambi i testi sono dettati dall'amarezza derivante
dalla contemplazione del mondo contemporaneo. Pure nell'Uomo avanzato (Le Lettere, Firenze 2008) il contesto politico mondiale, lasciato sullo
sfondo, è inquietante, da incubo. Si allude a guerre nel passato e nel futuro,
a esperimenti nucleari, a catastrofi sospese, sebbene il presente abbia
l'aspetto di una confortevole crociera…
3 Credo che tu
sia uno scrittore della solitudine moderna e postmoderna, poiché questo tema
nei tuoi testi è ampiamente modulato. Perfino nel romanzo Dal rumore bianco (Ad est dell'equatore, Napoli 2012), che si presenta attraversato da varie storie e
personaggi, il protagonista commissario Ingravoglia è modellato sull'Ingravallo
del Pasticciaccio gaddiano, un
introverso, un solitario. Fra i personaggi del libro compare anche un bambino
autistico, un'altra metafora dell'incomunicabilità (non che il personaggio di
un romanzo sia semplicemente una metafora, è un abitante del libro, ma può
assumere per noi lettori quel significato).
venerdì 28 agosto 2015
Romanzi che dovresti conoscere
A
dispetto dello spirito critico, a torto o a ragione fagocitante vari aspetti
della mia vita, devo riconoscere che diversi romanzi e racconti italiani di
autori contemporanei, e perfino coetanei, mi sono piaciuti, nonostante il
fatto che dopo il 1995 probabilmente ci sia stato un peggioramento della
qualità letteraria delle opere pubblicate. Sarà vero? A volte si sente dire ma probabilmente non ho letto abbastanza volumi per esprimere una mia opinione. E' possibile che la cesura sia
costituita dalla comparsa culturaleditoriale dei Cannibali (l'antologia
einaudiana Gioventù cannibale è del 1996), tuttavia...
Avendo
più di una volta espresso la mia perplessità a proposito del contesto
editoriale che ci circonda, mi pare giusto segnalare almeno alcuni testi a mio
avviso riusciti, scusandomi per le dimenticanze o le mancate letture.
In
ordine cronologico
Silvia
Ballestra, Gli orsi, Feltrinelli
1996: per la comicità intelligente
Simona
Vinci, Dei bambini non si sa niente,
Einaudi 1997: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Antonio
Moresco, Gli esordi, Feltrinelli
1998: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e perché romanzo di
formazione negato
Rosa Matteucci,
Lourdes, Adelphi 1998: per il lavoro
sulla lingua e la comicità intelligente
Elena
Stancanelli, Benzina, Einaudi 1998:
per la spregiudicatezza della trama
Antonio
Rezza, Ti squamo, Bompiani 1999: per
l'immaginazione
Marosia
Castaldi, Per quante vite,
Feltrinelli 1999: per la dimensione surreale
Tommaso
Pincio, Lo spazio sfinito, Fanucci
2000: per la dimensione surreale
Luca
Doninelli, La mano, Garzanti 2001:
per il procedere per libere associazioni
Christian
Raimo, Dov'eri tu quando le stelle del
mattino gioivano in coro?, minimum fax 2004: per l'intreccio fra discorso
diretto e flusso di coscienza
Luca
Rastello, Piove all'insù,
Boringhieri 2006: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Ornela
Vorpsi, Vetri rosa, nottetempo 2006:
per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Mariano
Baino, L'uomo avanzato, Le Lettere
2008: per l'assenza di trama e il flusso mentale
Giorgio
Vasta, Il tempo materiale, minimum
fax 2008: per l'immaginazione
Luca
Ricci, La persecuzione del rigorista,
Einaudi 2008: per l'originalità della trama
Gherardo
Bortolotti, Tecniche di basso livello,
Lavieri 2009: per il vago sperimentalismo
Giorgio
Falco, L'ubicazione del bene,
Einaudi 2009: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Lucio
Klobas, Anni luce, Effigie 2010: per
il vago sperimentalismo
Luigi
Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le
Lettere 2010: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e il lavoro sulla lingua
Roberto Pusiol, Ritratto di Edi Tonon gerontolescente, Transeuropa 2010: per la comicità intelligente
Emmanuela Carbé, Mio salmone domestico, Laterza 2013: per il vago sperimentalismo e la dimensione surreale
Roberto Pusiol, Ritratto di Edi Tonon gerontolescente, Transeuropa 2010: per la comicità intelligente
Emmanuela Carbé, Mio salmone domestico, Laterza 2013: per il vago sperimentalismo e la dimensione surreale
Francesco Maino, Cartongesso, Einaudi, Torino 2014: per la verità sociale e la verve polemica
Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015: per il flusso di coscienza sincopato e la resa della situazione claustrofiliaca
Mariano Bargellini, Giocare a mangiarsi, Effigie 2015: per il lavoro sulla lingua e l'immaginazione
Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015: per il flusso di coscienza sincopato e la resa della situazione claustrofiliaca
Mariano Bargellini, Giocare a mangiarsi, Effigie 2015: per il lavoro sulla lingua e l'immaginazione
Nota
In diversi di questi romanzi e racconti ho apprezzato soprattutto la tensione stilistica.
In diversi di questi romanzi e racconti ho apprezzato soprattutto la tensione stilistica.
mercoledì 4 febbraio 2015
Abitare il romanzo
Abitare vs costruire
A me
pare che più che costruire un romanzo
sia bello abitare un romanzo, una
scrittura. Scrivere come abitare il tempo, racconto come un luogo da esplorare nelle
sue diverse possibilità. Il verbo costruire presuppone un progetto ben
definito, un procedere razionale, un tendere a qualcosa, perfino un elevarsi e
un compiersi, che non sempre nella dimensione reale si verificano.
Tende a
qualcosa il tempo? Fondamentalmente tende alla morte, quindi il racconto-tipo
potrebbe consistere in questo avvicinarsi o palesarsi della morte, in questo
rapportarsi con l'apparir del vero
leopardiano. Magari stare in un racconto come in un diario non personale, non
per forza autobiografico, preferibilmente di finzione. Oppure no. La questione
è da esplorare: non soltanto trame puntiformi ma anche complesse.
Anziché
costruire: abitare, esplorare, espandere.
Orizzontalità anziché verticalità del narrare. Perché continuo a usare,
nonostante tutto, la parola narrare?
Se nulla si muove il racconto non nasce neppure, forse resta, ne migliore dei
casi, un testo filosofico o saggistico. L'orizzontalità sarà mossa, almeno un
po' increspata, dal momento che inquietudini, tensioni e dinamismi interni non
possono mancare.
Non
vorrei qui elencare i primi titoli famosi che vengono in mente a proposito
degli spazi mentali esplorati nei romanzi (La
nausea di Sartre, La montagna
incantata di Thomas Mann, La palude
definitiva di Manganelli, Dissipatio
H. G. di Morselli, Il deserto dei
Tartari di Buzzati, L'uomo avanzato di
Mariano Baino) piuttosto che brani della Recherche
o dell'Ulisse. Mi piace supporre che
lo spazio per il dispiegamento di varie forme di pensiero, da quello
argomentativo/analitico a quello associativo/intuitivo, trovi il suo luogo
ideale proprio nella forma romanzo genericamente intesa: luogo dello stare,
appunto, del resistere o risiedere o insistere dentro un confine dato; e dunque
sia una possibilità offerta a chiunque si accinga a scrivere un romanzo.
Non
m'immagino un abitare particolarmente ricco di comfort. Come discreto comfort, raro
sollievo, immagino frequentazioni e dialoghi con amici o letture di scrittori e
filosofi.
Infatti,
che cosa rende una casa, anche povera, una splendida abitazione?, si domandava
Heidegger nello scritto intitolato Abitare,
costruire, pensare, che prende spunto dalla penuria di alloggi in Germania
nell'immediato dopoguerra. L'abitare,
modo specifico in cui i mortali stanno sulla terra secondo Heidegger, si
contrappone al puro e semplice costruire,
tipico anche degli animali per quanto riguarda le loro tane. Il costruire è
finalizzato all'abitare e lo coltiva già nel suo farsi. La questione è che cosa
vogliamo mettere dentro alle case una volta edificate. Che cosa distingue e
caratterizza l'abitare umano? Le relazioni, i legami con gli altri. L'abitare è
un prendersi cura all'interno delle pareti domestiche, ma anche per ciò che sta
fuori: Heidegger aggiungeva infatti i legami con la terra e con il cielo (il
tempo). Con questi legami s'intrattiene l'abitazione umana, che per Heidegger
significa soprattutto avere cura, prendersi cura. Esistono quindi un abitare
autentico e un abitare inautentico, a seconda che siano vive le relazioni o
meno. Per abitare il tempo s'intende vivere la pazienza, non avere fretta,
essere lontani da ritmi produttivi frenetici. E per rispetto della terra che
cosa s'intende? Rispetto e valorizzazione degli spazi circostanti, una variante
della relazione con gli altri, cura di ciò che sta intorno.
giovedì 4 settembre 2014
Mariano Baino, un autore che si considera in esilio
Mariano
Baino, più noto come poeta, ha pubblicato anche due romanzi da piccoli editori:
L’uomo avanzato (Le Lettere, Firenze
2008) e Dal rumore bianco (ad est
dell’equatore, 2012). Come scrittore non viene quasi mai citato, ricordato. E’
come se non esistesse, come se non avesse mai scritto nulla.
“Caro
Andrea, mi trovo da tempo, come sai, in Argentina meridionale, in una specie di
esilio volontario,” scrive in una lettera al critico Andrea Cortellessa, raccolta
nel volume La terra della prosa (L’orma
editore, Roma 2014). “La Disneyland culturale o il videogame in cui ci troviamo
ormai da tempo fanno sì che una prosa che cerchi un po’ di stabilità narrativa,
così come una prosa tutta scorci, ellissi, rimbalzi temporali, così come
ovviamente la poesia, sono inesorabilmente e parimenti cultura tipografica e
veteromassmediale (…) In ogni caso, io continuo a sperimentare, e i miei
romanzi pretendono di essere gli eredi anche dell’antiromanzo (…) Altro
discorso, direi, è la buona salute del romanzo
da supermercato. Ma se sono dove sono, in Patagonia, è anche per fuggire dagli editor e da certa fiction. Poesia, romanzo o forme di scrittura più scalene sono tutti insieme la mia
gioia-dolore del narrare. Un narrare anomalo, magari.”
Mariano Baino è uno scrittore notevole, quasi gaddiano per la ricchezza corposa della lingua. Non si capisce proprio perché non abbia potuto pubblicare da editori in grado di farlo conoscere maggiormente.
Mariano Baino è uno scrittore notevole, quasi gaddiano per la ricchezza corposa della lingua. Non si capisce proprio perché non abbia potuto pubblicare da editori in grado di farlo conoscere maggiormente.
martedì 3 giugno 2014
Il romanzo sperimentale col senno di poi
Se pensiamo ad alcune eminenti espressioni del
romanzo sperimentale anni sessanta, recentemente rievocato e riattraversato da letture critiche nel ricco volume Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi (L'orma editore, Roma 2013), per
esempio a Hilarotragoedia di
Manganelli, Partita di Antonio Porta o Tristano di Balestrini, osserviamo che tendevano a privilegiare,
per molti validi motivi in quel periodo storico, una posizione scissa,
schizoide, violentemente frammentata del narrare e dello scrivere.
L'esempio estremo di rottura è offerto dalle opere e dalle osservazioni di Giorgio Manganelli, che hanno l'aggressività e la virulenza in qualche caso di veri e propri attacchi al legame, o attacchi al seno (al seno-romanzo e al seno-fiaba*), se vogliamo usare una terminologia psicanalitica. Si legga quest'osservazione di Fausto Curi riportata a p 245: "... l'oltranza della scrittura in Manganelli ha una profonda radice psicologica e biologica, una violenza vitale e mortuaria. Manganelli scrive per vendicarsi, le impennate, gli attorcigliamenti, gli ingorghi del linguaggio hanno qualcosa di acre e di furente, la pagina è insaziatamente amara, cinicamente compiaciuta."
L'esempio estremo di rottura è offerto dalle opere e dalle osservazioni di Giorgio Manganelli, che hanno l'aggressività e la virulenza in qualche caso di veri e propri attacchi al legame, o attacchi al seno (al seno-romanzo e al seno-fiaba*), se vogliamo usare una terminologia psicanalitica. Si legga quest'osservazione di Fausto Curi riportata a p 245: "... l'oltranza della scrittura in Manganelli ha una profonda radice psicologica e biologica, una violenza vitale e mortuaria. Manganelli scrive per vendicarsi, le impennate, gli attorcigliamenti, gli ingorghi del linguaggio hanno qualcosa di acre e di furente, la pagina è insaziatamente amara, cinicamente compiaciuta."
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