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lunedì 7 dicembre 2020

Pensieri di una giovane antispecista: un altro estratto dalla "Trilogia"

Fogli sparsi scritti nella tana

Guardavo al di là della strada oltre la curva dove inizia il parco: quello era il punto di fuga verso il bosco, l'unico punto di fuga possibile, l'inizio di tutte le fughe, il passaggio per il bosco… tutte quelle nuvole frondose che quasi si potevano toccare… alberi nuvolosi perché stava per piovere… Erano pieni d'ombra che il vento spostava continuamente tra le foglie. Pieni di pioggia in arrivo e di cambiamenti.

Laggiù la vita sarebbe cambiata completamente: pensieri semplici, pratici: come sopravvivere, come trovare cose da mangiare… Una vita finalmente vera.

Mia madre è uno status. Mia madre è status. La madre è lo Stato. Madre-Stato. Lo status quo. Mai che si sia posta il problema di cosa mangia, di cosa mi dà da mangiare, di cosa usa per vestirsi, per vestirmi. Lo stato delle cose presenti. Senza presentimenti. Madre-single. Solo madre. O madre o niente. O ti mangi questa minestra o salti dalla finestra. Saltare, appunto.

Nella tana arriva il silenzio che piega le cose in due e in quattro come abiti ai piedi del letto. Il silenzio lentamente inizia a fare rumore perché scrive sulle pareti, intaglia graffiti profondi, incide sulla carne il non-ne-posso-più. Il silenzio è silenzio perché lo sto pensando, perché ci sto scrivendo sopra una lettera a mia madre in cui le dico che rinuncio volentieri a tutto quello di cui si circonda, mi circonda: ai cuscini del divano, al cielo stellato e infuocato in rotta di collisione nel suo scialle, agli alberi del giardino e alle urla degli animali. Questo silenzio fa rumore perché ci scrivo sopra, ci parlo dentro da sola, mi fa eco e ripercuote altro silenzio in queste caverne naturali nei boschi. Con esso rifiuto la vita che mi hai dato, mamma, la tua casa confortevole, la tua nonchalance che strappa grida all'universo. Desidero separarmi da tutto il mondo civile. Non voglio più vedere nessuno di voi. Voglio solamente stare in una grotta con dei cuccioli da allevare…

«Mi hanno sparato. Gli animali che sono in me si sono nascosti per non farsi trovare»: questa è una frase sibillina di mia zia (sussurratami un giorno con sorriso complice quand'ero bambina) che mi è rimasta impressa. Cara zia, come mi capiresti! Nemmeno io voglio essere trovata.

Pensieri di una volpe (cosa deve pensare una piccola volpe in cattività)

Essere in trappola, non avere scampo… C'è poco spazio e fa tanto freddo… Correnti fredde arruffano il pelo. La morte è in attesa. Non posso muovermi, scappare, vedere gli alberi, farmi una tana, essere una volpe… Sono nata volpe ma non posso essere una volpe! Non posso essere quella che sono! Mi hanno detto che posso soltanto aspettare la morte, nient'altro. Non cercarla, non inseguirla, non fuggirla: solo aspettarla in un angolo, dietro le sbarre, inascoltata, nel senza-urlo, nel solo-attesa.


Brano tratto da Trilogia della scomparsa di Roberta Salardi (Effigie 2020, pagg 130-131) 


domenica 20 gennaio 2019

Conversazione con alcuni antispecisti

Fra gli oppressi oggi rientrano a pieno titolo anche gli animali e le piante. Il conflitto tra uomo e uomo, che sembra meno cruento nell’Occidente benestante o limitato ad aree circoscritte del pianeta o tenuto in qualche maniera a bassa intensità, si è spostato col suo enorme potenziale tecnico sulla natura, gravemente e pericolosamente depauperata. Sono drammatici, per esempio, i numeri relativi alla riduzione della biodiversità o alle macellazioni di animali d’allevamento, la cui alimentazione richiede taglio di foreste ed enorme quantità d’acqua, con pesanti conseguenze sulla vita vegetale, animale e umana.


Roberta: E’ da poco trascorso il Natale, festa religiosa trasformata in festa dei grandi consumi. In rapporto all’equilibrio delle forme viventi e delle risorse sul pianeta, quali consumi secondo voi dovremmo soprattutto contenere?
  
Ornella: E' il consumismo in sé,  pratica promossa dal capitalismo e dal neoliberismo, che dovremmo abbattere, Natale o meno.

Gigia: E il natale ne è l'apoteosi... ma direi soprattutto consumi alimentari, visto che periodi come questo sono caratterizzati dalle grandi abbuffate, e i soliti ne fanno le spese... 

Aldo: La domanda stessa è regressiva rispetto a quanto già è acquisito. Ogni antispecista sa già come regolarsi individualmente, ma sa anche che "normativizzare" e dare indicazioni a altri è praticamente inutile.

Ale: si dovrebbe iniziare a fare il contrario di quel che si fa di solito. Se a natale, invece di regalar oggetti, ognuno facesse un NON regalo (si facesse dare dall'amico un oggetto inutile di cui sbarazzarsi) ci accorgeremmo di quanta inutilità siamo circondati.

Fabio: A livello dei singoli andrebbe adottato uno stile di vita più “parco” riducendo il più possibile le spese superflue come, ad esempio, il cambio del telefonino ogni 6 mesi, comprare dei vestiti quando veramente servono, convertire i regali di Natale con versamenti ad associazioni che operano nel sociale o meglio animaliste impegnate a diffondere l’antispecismo e la tutela degli animali salvati e da salvare. Per quanto riguarda l’aspetto sociale più ampio, penso che il sistema non arretrerà di neanche un millimetro sulla scia d’imporre alla popolazione elevati consumi. Forse, un amministratore comunale “illuminato” potrebbe adottare politiche locali all’insegna del risparmio e della riduzione degli sprechi (dal problema dei rifiuti a quello delle sacche d’inefficienza, ecc…).


Roberta  Il movimento antispecista è intrecciato alla questione ambientale e all’emergenza inquinamento?

Ornella: Il movimento antispecista si dovrebbe muovere, in maniera intersezionale, per evidenziare e quindi analizzare i livelli di forza e di oppressione che riguardano lo sfruttamento e la presa antropocentrica  sui viventi e sulla terra. E' l'antropocentrismo la causa principale della devastazione ambientale e di messa a morte dei corpi che non contano.  

Gigia: Si può parlare di corpi e non del loro spazio vitale? 

Aldo: Se si parla di corpi è d'obbligo parlare dello spazio vitale. Quindi, direi di sì, ma forse bisognerebbe ripensare anche la questione ambientale secondo una prospettiva che non sia quella oggi diffusa.

Ale: Dipende da che punto di vista si guarda alla faccenda. Se si considera l'inquinamento causato dagli allevamenti intensivi innanzitutto un danno per l'ambiente (e non si considera principalmente la inimmaginabile sofferenza animale) la questione ambientale e l'inquinamento hanno poco o nulla a che fare con il movimento antispecista. Viceversa, se si considera la tragedia che gli animali subiscono nella distruzione degli habitat, il tema è centrale anche per l'antispecismo. 

Fabio: Purtroppo no e a mio avviso lo dovrebbe essere con molta forza e determinazione. Sembra che il movimento antispecismo in generale non colga lo stretto collegamento tra presenza (numerica e tecnologica) dell’essere umano sul pianeta terra, insieme agli altri viventi. Vuol dire cercare di mettere la nostra specie al nostro posto calcolando la capacità portante e osservando la nostra impronta ecologica, per determinare e decidere quali e quanti spazi utilizzare per la nostra specie e rimettere in discussione la riproduzione della nostra società con tutto ciò che essa comporta. Pur essendo antispecisti, alcuni, non colgono il loro stesso atteggiamento antropocentrico (frutto di millenni di educazione e insito nel nostro DNA); non si rendono ancora conto che una società pacificata ed in armonia con gli altri viventi, può realizzarsi solo attraverso pesanti trasformazioni sociali e, parallelamente, attraverso un rivolgimento interiore che gran parte di noi ancora non vogliono accettare.

giovedì 22 marzo 2018

Una poesia di Mara Cantoni

Come un gatto immaginario

Vivo con un gatto immaginario
abbiamo un linguaggio singolare
e un modo di guardarci semiserio
che è insieme distratto e puntuale

Il nostro benessere felino
ha un che di relativo e d'infinito
si irradia da un piccolo cuscino
si installa nel centro di un tappeto

Passiamo del tempo alla finestra
guardando curiosi le persone
e tutto quel frou-frou che ci si mostra
nella sua disordinata confusione

Abbiamo un ritmo nostro differente
che molti non riescono a capire
e il senso fatalista ma presente
di un essere antico e in divenire

Al sole siamo grati enormemente
per quella sua carezza luminosa
che scalda e quasi ci addormenta
facendoci sapienti d'ogni cosa

Talvolta ci perdiamo in una zuffa
se è il caso ci lecchiamo le ferite
non è che un po' di pelo che si arruffa
(si dice che abbiamo molte vite)

Così filosofando lietamente
tra noi o tra di me (che poi è uguale)
diventa più fatato l'orizzonte
vivo come un gatto e non è male


Progetto artisti per la salute, a cura di Marco Maiocchi, Facoltà del Design, Politecnico di Milano, in collaborazione con l'Istituto dei Tumori, Milano 2010. Questa poesia scritta su tele di Mara Cantoni è esposta in una sala del Centro Tumori.

domenica 22 ottobre 2017

Necrologi di Nadia Agustoni

poi si deve vivere

1
uno entra col fucile nel reparto. il factotum del padrone viene dalla caccia. si dà arie con tutti quanti. a casa ha una pistola. sempre armato. domenica caccia al negro e lo dice forte. la razza è il sangue. bisogna pulirsela dentro. si fa bello con l’impiegata. le spiega che spara alle lepri e ai fagiani. non li raccoglie nemmeno. gli basta sparare. ai suoi la selvaggina non piace. parla dei negri. ne arrivano come le frotte degli insetti. pesci mezzi morti i negri e gli operai morti di fame. non si spiega niente agli operai. nascono fottuti. la povertà gli sta dentro. ci guarda come il suo cane. gli occhi sono due cani anche loro.
2
va a dire tutto al padrone. lo chiama per nome. gli mette la mano sulla spalla. passano nel reparto. dicono dov’è l’africano, dov’è quello lì. deve lavorare di fuori. spianare la ghiaia. chiama una ragazza grassoccia. prendi in mano la carriola. va a tirare su la carta nel cortile, lo sporco. pulisci insieme al nero. se ti tocca lui bene, tu misuralo. ridono.
3
vomitare, stancare le braccia a non portargliele contro. parlano parole di grandine. dei malati di mente. le cose così dure le impariamo un giorno e un altro giorno. le impariamo come nuove. lo stesso male delle prime volte è un male sempre. ci scoppiano i polsi, le vene. aumentiamo il ritmo a non rispondere. bisogna fingere di stare tranquilli. la morte a rate senza scadenze quando poi si deve vivere.

Tratto da I necrologi, La Camera Verde (Roma 2017)
Pubblicato su Nazione Indiana il 17.10.2017

sabato 15 luglio 2017

Altri versi

Frammento di un discorso antispecista di Gino Ditadi

"Il mondo è cominciato senza l'uomo e finirà senza di lui. Le farfalle multicolori vivono un solo giorno, ma sono sulla Terra da ottanta milioni di anni. Forse sono gli umani ad essere effimeri. Forse sono gli umani ad essere effimeri, ma se nel loro percorso potessero lasciare più bellezza e giustizia di quanto ne hanno trovata, tutto avrebbe senso, nell'oceano rivestito di stelle in cui siamo immersi."

(Gino Ditadi, in AAVV Altri versi. Sinfonia per animali a ventisei voci, Oltre la specie, Milano 2011) 

mercoledì 22 marzo 2017

Una poesia di Christian Tito

         Ho degli occhi strani in questo periodo, simili a quelli di
conigli appesi ai ganci di una macelleria di paese.
        Senza più viscere né pelle racchiudono tutta la forza della
 vita che li ha attraversati in quegli occhi gelidi e severi per chi
 li guarda. Non capisce l’animale eppure sa.


(Christian Tito, Tutti questi ossicini nel piatto, Zona, Arezzo 2010, pag 38).

mercoledì 21 gennaio 2015

Sparizione della specie umana e sopravvivenza degli animali

Frammento tratto da Dissipatio H.G. di Guido Morselli

"Non cercata, ho una prova che l'Evento non è una chimera, un'invenzione mia. In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d'uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio. Gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s'intende. L'istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell'aria, a terra non ci sono più puzzi o frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l'inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante). Può darsi che questo scorcio di primavera freddo, nebbioso, li incoraggi. Ieri a tramonto un duetto, più espressivo di quello di Lévy e Malinowski, fra civette. Una delle due, la femmina?, teneva il suo verso distinto dal verso del compagno, di un semitono, e non variava se non a intervalli piuttosto lunghi e press'a poco uguali. La melopea ha del primitivo, non del lugubre, come tutti dicevano. Ho interloquito, senza cercare di imitare, insistendo su una nota bassa, appena accordata alle loro, in bordone. Ho anche tentato una dissonanza. Pare che non gli dispiacessi. perché si sono avvicinate. Abbiamo gusti in comune, il bosco e la notte; sono nittalopo e nottivago quasi come loro, e anch'io, se canto, canto di notte. A parte che le mie corde vocali, a differenza delle loro, sono state trattate alla nicotina.
Così vado commentandomi, esorcizzandomi, la fine del mondo. O quel tanto di analogo che si svolge sotto i miei occhi." (Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano 1977, pagg 55-56)