Che cosa è diventato il cavaliere in cerca
d'avventure nella narrativa contemporanea? Il vagabondo beckettiano, il relitto
umano che si sposta con le stampelle o
vive simbioticamente con i bidoni della spazzatura, l'alcolizzato disperato, lo
scarto sociale.
Caduti i miti e le possibilità stesse del grande
viaggio, in un pianeta diventato villaggio globale, della meravigliosa
avventura, della quete più o meno mistica, della ricerca del Graal; divenuto
sempre più raro l'atteggiamento non meno affascinante del flaneur, il
passeggiatore rilassato e solitario, scopritore di piccole epifanie nella
realtà quotidiana; resistono gli inquieti divoratori di strade cittadine vuote
e notturne, gli emarginati dormienti sulle panchine dei giardinetti, le mosche
da bar (mi scuso per flaneur senz'accento circonflesso).
L'uomo che dorme
di Georges Perec (Un uomo che dorme, 1967,
Quodlibet, Macerata 2009) si autoesclude dai rapporti sociali perché non li
regge più. Sono troppo pesanti da sopportare: "Se solo l'appartenenza alla
specie umana non fosse accompagnata da quest'insopportabile frastuono, se solo
i pochi, ridicoli, passi avanti compiuti nel regno animale non si dovessero
pagare con questa perpetua indigestione di parole, progetti, grandi partenze.
Ma il prezzo è troppo salato per due pollici opponibili, una stazione eretta e
una non completa rotazione della testa sulle spalle, questo gran calderone,
questa fornace, questa graticola che chiamiamo vita, questi miliardi di
intimazioni, incitamenti, moniti, esaltazioni e disperazioni, questo mare di
obblighi a non finire, quest'eterna macchina per produrre, macinare,
scialacquare, trionfare su ogni insidia e ricominciare da capo, questo dolce
terrore che vuole regolare ogni giorno e ogni ora della tua esile
esistenza!" (pp 44-45).