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venerdì 27 gennaio 2012

Intervista a Effe di Self Publishing Lab

Ho scoperto il sito di Self Publishing Lab seguendo in rete alcune discussioni sul self publishing. Innanzitutto un chiarimento: che cosa offre questo “laboratorio” a un aspirante scrittore? 

Il sito del Self Publishing Lab (http://www.selfpublishinglab.com/un-laboratorio-per-autori-e-lettori/ ) NON è il sito di un’agenzia di servizi editoriali o di Print On Demand; noi non pubblichiamo assolutamente nulla, ma ci “riuniamo” in Rete per discutere ed approfondire le tematiche (e le pratiche) legate al self publishing. Si tratta di un “lab”, appunto, di un workshop permanente, di un luogo di formazione e diffusione culturale, che nelle nostre intenzioni vuole offrire delle conoscenze e delle competenze a quegli autori che volessero far da sé, cercando di coniugare l’autonomia operativa con una costante ricerca di qualità editoriale. 

L’editoria digitale è destinata a cambiare il volto dell’editoria tradizionale? Si può azzardare l’ipotesi che sottrarrà il monopolio della produzione libraria alle attuali case editrici? 

L’editoria digitale non cambia solo il volto dell’editoria, ma anche della stessa esperienza di lettura. Questo significa che la diffusione del sapere passa per nuovi canali ed esperisce nuove modalità: un processo a cui bisogna prestare grande attenzione. L’editoria italiana attuale - caratterizzata, alle sue estremità, dalla presenza deformante di pochi giganti che controllano tutta la filiera produttiva, e da una miriade di editori a pagamento - può sicuramente trovare nel digitale la possibilità per creare nuovi spazi a favore di tanti altri soggetti. Il digitale però ha una sua grammatica, richiede delle competenze e soprattutto un cambio di visione: non si può più vivere di rendite (materiali e simboliche) ma bisogna comprendere che sono mutati gli stessi concetti di qualità, di autorità, d’intermediazione. 

lunedì 9 gennaio 2012

Work-in-blogger

Intervista ad Alessandro Raveggi

Cominciamo dal tuo work-in-blogger, come tu stesso l’hai soprannominato, il blog Nella vasca dei terribili piranha, che avevi pensato potesse essere un piano di lavoro visibile e interattivo, un’area amplificata e socializzata dell’omonimo romanzo che stavi scrivendo. Che bilancio hai tratto da quel primo esperimento di “blog-spia” sul lavoro segreto e preparatorio di uno scrittore?

Mi sono divertito un sacco. Ho aperto la scrivania di materiali consultati per comporre il romanzo (musiche, immagini, testi, saggi, manoscritti antichi) nell’arco di due anni, dal 2008 al 2009. Ho finito di scrivere il romanzo nel luglio del 2009, dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, e ho praticamente interrotto il blog, lasciandolo come archivio aperto. In questo modo, condividendoli, li ho anche distanziati, quei materiali: li ho alleggeriti per permettermi di usarli all’interno della narrazione. Il blog ha avuto un discreto seguito, anche se ci tengo a precisare che sul blog difficilmente si trovavano pezzi del romanzo e lo considero un’elaborazione autonoma – non è un romanzo on-line, o un ipertesto, ma appunto un desktop aperto. Il romanzo omonimo è invece ancora in giro, molti editori importanti l’hanno letto con entusiasmo, ma l’hanno ahimè considerato troppo complesso per struttura e scrittura, per il loro pubblico. Gli editori medio-bassi in generale, salvo illuminazioni, hanno lettori troppo sottopagati per avere la pazienza di leggere un libro con molteplici storie incrociate. Vedremo, magari uscirà tra venti anni, anche se aumentano i suoi estimatori, e non si sa mai... Intanto, mi sto dedicando anima e corpo al nuovo romanzo, che credo sia anche una nuova fase della mia scrittura e si distanzia dal primo. E ho altre proposte che stanno girando per qualche editore, come un libro di memorie di viaggio messicane, apparse alcune su Alfabeta2, Carmilla e Il Reportage. 

mercoledì 4 gennaio 2012

Intervista a me stessa


Roberta, perché questo blog, dal momento che ami i libri, hai studiato sui libri, leggi e scrivi spesso e volentieri su carta, vivi circondata da libri eccetera eccetera…?

Una svolta nella mia vita di scrivente è avvenuta qualche anno fa (nel 2008), quando alcuni miei brani narrativi o interventi su letteratura e attualità iniziarono a essere pubblicati sul sito del Primo amore, mentre i primi articoli erano comparsi sui numeri cartacei come era avvenuto per tutte le altre collaborazioni con le riviste. Ho interpretato il passaggio dalle riviste cartacee al web come una maggiore possibilità di raggiungere gli altri. La prima parte di questo blog comprende tutti (o quasi) i pezzi apparsi su vari siti e riviste on-line e vuole essere un mio nuovo tentativo di rivolgermi al mondo saltando il tradizionale passaggio editoriale, con tutti i suoi filtri, limiti e tempi d’attesa.

Perché il titolo Lettere a nessuno, seppure un po’ modificato?

Queste lettere sono scritte al mondo da parte di una “nessuno” (dove “nessuno” è inteso nel senso di persona non riconosciuta). Mi ritengo una scrittrice non riconosciuta, che non può pubblicare. Gli articoli e i frammenti del blog sono inviati a tutti e a nessuno, a chiunque sarà curioso di leggere. Si tratta del classico messaggio in bottiglia o di sassi gettati nello stagno del web nella speranza che producano delle onde, come ho detto altrove.
Nel celebre libro di Moresco l’autore scriveva lettere non spedite ad interlocutori del mondo della cultura che sapeva non gli avrebbero mai risposto, poiché lo ignoravano, non l’avevano ancora riconosciuto loro pari. Erano lettere a nessuno perché immaginarie, impossibili sia da mandare che da ricevere proprio perché non esisteva il rapporto umano necessario alla corrispondenza. Un dialogo inesistente. Lettere a nessuno e, per riflesso, da nessuno, dal momento che il riconoscimento da parte di un ambiente sociale è necessario per esistere. Più in generale quel libro di Moresco è il diario dell’esclusione da una società letteraria chiusa e pressoché impenetrabile come un castello feudale (il libro di Moresco, soprattutto la prima parte, l’edizione del 1997, è anche più di questo, si colloca sulla scia dei romanzi del Novecento che parlano della solitudine dell’uomo contemporaneo all’interno di una società fondamentalmente indifferente e ostile, ma approfondire l’argomento ci porterebbe fuori tema). La sensazione di un’esclusione ingiusta e arbitraria da un ambiente ristretto, indifferente o addirittura geloso dei suoi privilegi, l’ho avuta anch’io in molti anni di tentativi vani di pubblicazione.

mercoledì 21 dicembre 2011

Dover essere riconosciuti ancor prima di nascere

Nell'articolo La lobby vaticana di Franco Buffoni, apparso su NI il 17-11-2010 (e contenuto in Alfabeta2, n° 3, novembre 2010) si trova una considerazione che non si può che condividere: "Esistono società meritocratiche (in genere quelle anglosassoni), società socialdemocratiche (con lo stato in funzione di nume tutelare dalla culla alla tomba: in genere quelle nord-europee) e società familistiche come quella italiana, per la quale il primato dei valori è nell'ambito famigliare."
Legami di sangue o parentela più o meno stretta si confermano come forza di coesione primaria nella familiocrazia. Si deve presumere che ciò valga anche per quella nicchia che è la casta letteraria. Amicizie o conoscenze radicate nel passato, inerenti alla famiglia o alla scuola, potranno essere decisive. La loro discreta importanza avranno in seguito le amicizie giovanili più solide, quelle degli anni formativi legate alla politica e all'ideologia, la condivisione di scelte analoghe fino alla vera e propria militanza negli stessi gruppi, schieramenti o chiese. Questi sodalizi intellettuali, a dire il vero, potrebbero rappresentare un significativo allargamento dell'orizzonte, ma va subito precisato che negli attuali movimenti e aggregazioni studentesche, meno estesi e duraturi rispetto a quelli degli anni sessanta e settanta, non può che esservi una minore partecipazione degli attanti sociali e un ridotto rimescolamento delle classi. Con l'ingresso nel mondo del lavoro (ma anche al di fuori di esso) determinanti si rivelano invece i rapporti di sudditanza, fascinazione o più semplice opportunismo, dettati dalla pulsione gregaria, così forte nella nostra specie.

lunedì 12 dicembre 2011

Peccato per la carta

Forse nel giro di qualche decennio non ci saranno più librerie. Ognuno si stamperà da internet gli e-book che lo incuriosiranno, magari previa consultazione delle riviste o dei siti di critica letteraria. Li leggerà e li rilegherà, se gli saranno piaciuti, con metodi casalinghi, altrimenti riciclerà la carta. Questa prefigurazione apre scenari lievemente inquietanti su una società più rarefatta, con individui che lavorano e vivono per molte ore in spazi chiusi, connessi al mondo in prevalenza grazie al proprio pc. Chissà, forse si tratterà di sopravvissuti a qualche catastrofe che avrà fortemente ridotto la densità di popolazione e risorse di uso comune come i carburanti, la carta…
Distogliamo il pensiero e facciamo subito quattro passi in libreria.
Che cos'è oggi una libreria? Molto spesso è diventata un bazar di oggetti vari come magliette, agendine, poster, borse, cd, dvd e molto di più, ma t'innalza comunque di fronte, all'entrata, delle torri di libri, volumi che fanno da scaffalatura, da sostegno a se stessi. Questi libri accatastati gli uni sugli altri che fanno da struttura portante di se stessi, e fanno quasi da bastioni architettonici a guardia dell'ingresso, il più delle volte non hanno bisogno di presentazione, si conoscono già, ne hanno già parlato tutti, sono i best seller del momento. Alte pile dello stesso romanzo, intere vetrine colonizzate dall'identico titolo, riproposto con l'ossessività della Marylin di Andy Warhol quando veniva riprodotta in serie. Fatto qualche passo oltre l'ingresso, se si spinge lo sguardo un po' più in là, è un occhieggiare di gialli e noir da tutti gli angoli, o, nella più spregiudicata alternativa, di titoli ironici comico-rosa che invitano le donne a farsi quattro risate sulle faccende di cuore o di letto andate storte. Le autrici, quasi tutte inglesi e americane (ragazze, ma siamo proprio sicure che noi italiane non abbiamo niente da dire in proposito…?).

sabato 10 dicembre 2011

Tra feudo e mercato

Nelle Illusioni perdute (1837-43) di Honoré de Balzac, che descrive gli intrighi, la vanità, la corruzione di letterati, teatranti e giornalisti della Parigi del primo Ottocento, si trovano frasi come queste: “Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti che si può attraversare uscendone puri solamente se protetti, come Dante, dal lauro divino di Virgilio” (Newton Compton, 2006, p. 161); “… quando vi sarete rovinato la salute e lo stomaco per dar vita a quella creazione, voi la vedrete calunniata, tradita, venduta, deportata nelle lagune dell’oblio dai giornalisti, seppellita dai vostri migliori amici”.
Con altrettanto disincanto e amarezza si può parlare oggi del nostro ambiente letterario. Accanto alla casta dei politici, mostrata in tutta la sua flagranza di privilegio da Sergio Rizzo e G. Antonio Stella nel celebre volume edito da Rizzoli nel 2007, accanto a quella dei professori universitari, denunciata da trasmissioni televisive come Annozero, accanto a quella dei giornalisti, nominata più volte da Beppe Grillo, non poteva mancare infatti la casta dei letterati, di cui ci ha raccontato qualcosa lo scrittore Antonio Moresco nell’autobiografico Lettere a nessuno, già edito da Bollati Boringhieri nel 1997, ora riedito in versione ampliata da Einaudi (2008).