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lunedì 9 marzo 2026

"Tango a Porto", la sfida di un romanzo sul nulla (o quasi)

 Intervista all’autore, Antonio Danise

RS Perché mettere al centro di un romanzo l’io narrante mentre scrive, non, beninteso, l’autobiografia dell’autore, bensì l’interrogarsi del narratore intorno alla scrittura, alla necessità di romanzare la vita? Una citazione: “Sto parlando da anni a me stesso, e solo a me stesso. La testa in ebollizione e, a volte, non mi comprendo nemmeno, non ricordo chi sono stato. Il passato un vuoto in cui rischio di perdermi, di sprofondare…” (Antonio Danise, Tango a Porto, Qed 2025, pp 18-19): da questo frammento sarebbe il desiderio di conoscersi che spinge a prendere la penna… Altra citazione, questa volta collocata a fine romanzo, che batte sullo stesso tasto con una lieve variazione: “La persona che oggi sta scrivendo non è la stessa di quella che ho conosciuto, o pensavo di conoscere, in altri momenti.” (pag 100). La difficoltà a conoscere un io sempre mutevole viene confermata in più punti e toglie la terra sotto i piedi alla scrittura, sembrerebbe…

AD La metanarrativa è un tema che mi affascina. L’interrogarsi di un narratore sul senso della scrittura, l’antitesi tra verità e finzione, la consapevolezza che la realtà si manifesta in tanti modi per quanti sono i soggetti che la percepiscono, la considerazione che non è mai univoca, bensì plurisfaccettata.

Il tentativo di rappresentare la realtà non genera risultati esaurienti, né soddisfacenti. Non è produttivo di una verità oggettiva o in qualche modo attendibile, dal momento che si presenta ogni volta sotto aspetti cangianti. In definitiva, per quanti sforzi un autore possa compiere, la scrittura non può mai dar conto della realtà nel suo complesso.

Sono tematiche che da sempre mi piace esplorare e che ho provato a narrativizzare in Tango a Porto.

Il professore, protagonista del romanzo, scrive per cercare una via di fuga dalla realtà problematica, per scappare da un oceano di solitudine. Allo stesso tempo, la scrittura è uno strumento di conservazione della memoria, che serve a fissare dei momenti che altrimenti rischierebbero di scomparire per sempre. È un modo per ricostruire un passato, partendo da avvenimenti realmente accaduti, e da altri solo sognati, da speranze, da illusioni e altri eventi che non necessariamente hanno fatto parte della vita vissuta.

Tango a Porto è un lavoro sull’importanza della scrittura, uno strumento che fa prendere coscienza dei cambiamenti che avvengono, delle varie personalità che si assumono nel corso di un’esistenza.

La lettura di un libro di Lobo Antunes fa sprofondare il narratore nel caos del passato, nel labirinto della memoria, nel caleidoscopio dei ricordi, alla ricerca di un’identità che sembra non si sia mai palesata, che non è mai stata chiara, netta, inequivoca.

Nel romanzo dell’autore portoghese tutto avviene contemporaneamente, in un eterno presente, senza distinzioni temporali.

Le descrizioni degli eventi si sovrappongono, i ricordi si accavallano, le voci generano una polifonia intricata. Mi sono cimentato anch’io in questo azzardo. Ho provato, cioè, a rendere una simultaneità che cercasse di prescindere dall’avvicendamento degli avvenimenti narrati, senza tenere in considerazione la sequenza cronologica dei fatti.

La narrazione si sviluppa o, piuttosto, si avviluppa, in un’atmosfera onirica, tanto che c’è poca chiarezza quanto alla cronologia degli eventi narrati e allo svolgimento dei fatti, essenzialmente perché non ci sono azioni nel romanzo, se non minime e per lo più nella mente dell’io narrante, come è naturale che sia quando a prevalere sono i sogni o i ricordi.

Qual è il tempo della scrittura? In che momento è avvenuto l’arrivo, la prima volta, a Porto? Quando la malattia della moglie?

Prima di cosa?

domenica 9 febbraio 2014

Splendidi tessuti sintattici

Antonio Lobo Antunes, Che farò quando tutto brucia? (2001, Feltrinelli, Milano 2004)

"- Tuo nipote nonnina 
mia nonna nel salotto buio coronata di immaginette e di candele mi allungava le orecchie e mi aumentava i denti, avrebbe finito per divorarmi e per sparpagliarmi a terra come fanno i maiali, le dita smettevano di colpo intrecciandosi in grembo, una domanda polverosa si faceva strada tra i fazzoletti neri
vestita a lutto fino all'anima
- quale nipote figliola? 
rivolgendosi non a mia madre, a un pollo che si frugava sotto le ali con una frenesia di calcinaccio, le palme delle mani separavano tenebre, desistevano
- quale nipote figliola?
mentre mi ricomponeva il profilo con gesti affrettati, se abitassi a Bico da Areia correrei più veloce degli infermieri, dei cavalli, mia nonna cercava mia madre, le misurava il volto con i pollici 
- sei dimagrita Judite
un giorno o l'altro vado a trovarla al paese fra gli olmi, sfuggendo alle ortiche, ai topi, i suoi occhi mi indovinano i passi senza udirli, le dita impastavano il vuoto incuriosite, si diceva che il mio defunto nonno apparisse di notte con la zappa in resta
- Camélia 
alzando il coperchio delle padelle con la fame dei morti e l'alito ammuffito, desideravamo vivere, non riuscivamo a fuggire e tutto tranquillo intorno, la maestra passeggiava sulla strada del cimitero dopo scuola, api e ancora api nei tronchi dei pioppi, mia nonna alla zappa
- Non verrai mica a rubare, vero?
non vengo a derubarti nonna…" (pagg 18-19).
Ampio esempio di flusso di coscienza (ininterrotto per tutto il romanzo) intarsiato da frammenti di dialoghi ricordati, riportati frammezzo ai pensieri; stream of consciousness intagliato, arabescato, nuovo.