Il capo è colui che elargisce favori, esaudisce desideri. Al super-capo, poi, si chiede pure l'impossibile, proprio lì sta il bello. Le sue prerogative hanno qualcosa d'inverosimile e in parte inspiegabile. Com'è possibile, per esempio, che sia così ricco? Eppure lo è. Da dove viene tutta quella ricchezza? Non si sa, la risposta fa parte della sua aura di mistero. Se gli manca l'immortalità, può contare tuttavia su una giovinezza intramontabile. Gli agi, il lusso, la mondanità, le occasioni, le cene ravvivano e allietano le sue giornate densissime d'impegni e d'imprese. Il super-capo non è mai stanco. Tiene a bada gli oppositori, espande la sua area d'influenza, accresce i tesori per sé e per i sudditi, soddisfa aspettative. Ed ecco che le donne si assiepano al suo passaggio… a decine, a centinaia lo circondano e corteggiano. Hanno una quantità di favori da chiedere per sé o per gli uomini che si celano dietro di loro in lunghe catene di aspettative. Se il capo riesce a soddisfare tutte quelle donne (simbolicamente tutte le donne), vuol dire che è certamente in grado di rendere felici tutti, no? Nei rapporti con il capo il desiderio circola in continuazione. Il capo mette in moto i desideri. A chi se non a lui si può chiedere di dirimere un'intricatissima storia di eredità e terreni contesi da generazioni, il permesso di edificare su spazi non edificabili oppure di sospendere un provvedimento già reso attuativo da varie sentenze? E' una fortuna che possieda in quantità smisurata tutto quello che tanti vorrebbero avere! Qualcuno con un bel po' di chance e con le entrature giuste seguirà le sue orme… il grande capo stimola fantasie di emulazione.
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lunedì 19 dicembre 2011
sabato 10 dicembre 2011
Il nome Nessuno
Rivendico per me il nome Nessuno come intrinseco alla specie umana nonché patrimonio dell'umanità. Se, per citare ancora una volta un classico, siamo polvere e ombra, ogni uomo è nessuno oltre che Tizio, Caio o Sempronio. E' nessuno nella sua natura mortale, nella profondità della sua psiche, nella sua mancanza a essere e in tutto quello che fa, mosso da una consapevolezza che lo spinge a fare qualcosa della propria vita effimera, a fare persino meraviglie. Resta piena di fascino la sentenza: "Anche se l'universo lo schiaccia l'uomo è più nobile di ciò che l'uccide, poiché egli sa di morire mentre l'universo non ne sa nulla".
Sento di essere Nessuno come Ulisse, l'inventore di se stesso, e come Polifemo il cieco, come Edipo che non sa quello che ha fatto e come la Sfinge che nessuno conoscerà mai.
lunedì 5 dicembre 2011
Post-Edipo e post-Filottete
I capolavori di Samuel Beckett, che ancora sorprendono per la loro carica innovativa, risalgono agli anni cinquanta. La grande trilogia narrativa di Molloy, Malone muore e dell’Innominabile fu pubblicata fra il 1951 e il 1953, Aspettando Godot è del 1952, Finale di partita del 1957. Agli anni trenta risale l’ideazione di un personaggio-uomo vagabondo e debosciato che ritroveremo anche in opere più tarde.
Come mai sentiamo oggi più che mai vicino questo personaggio?
Straccione, vagabondo, primitivo, disabile, sporco, coperto di parassiti eczemi dermatiti, parassita egli stesso, onanista, claudicante, malato, paralitico, afasico, schizofrenico, paranoico, un po’ persino perverso, assassino per futili motivi, agonizzante, mezzo morto (Malone, Innominabile): questi i tratti essenziali. Un essere che è nella sostanza un animale, scoperto in tutta la sua istintività più naturale e ineducata, e nell’apparenza un rottame, un sopravvissuto.
D’altra parte, quando Diogene il cinico lo cercava col lanternino ai margini della società ateniese, era proprio questa autenticità priva di sovrastrutture, non condizionata da usi e costumi, quella che riteneva fosse la sua vera essenza. Emblematica, in More pricks than kicks, la scena del vagabondo i cui stracci vengono innaffiati dalla pipì di un cane. Il clochard non si adira e stupisce il protagonista per la sua nobiltà: “L’istintiva nobiltà di questo splendido essere per cui la vita privata, con le sue gioie ed i suoi dolori la sera sotto il carro, non era una cosa da conquistare, come Belacqua avrebbe potuto conquistare la sua un giorno se fosse stato fortunato, ma antecedente, disarmava tutti gli svolazzi ed i ghirigori della civiltà. Belacqua tracciò nell’aria un disegno inarticolato col bastone e scese lungo la strada uscendo dalla vita di questo calderaio, questo vero uomo finalmente.” (Novelle, p. 115)*. Altrettanto significativo, per esempio, è come mangia Molloy nell’omonimo romanzo e come butta all’aria la tazza di tè offerta da una dama di carità. Molloy ingurgita due bocconi avidamente senza masticare e poi basta: “si sarebbe detto che mangiasse per nutrirsi”, esclama il narratore con ammirazione.
sullo scaffale
diogene,
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marcel proust,
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