Si è parlato recentemente di una vivace ripresa della poesia, in controtendenza rispetto a quello che succede alla prosa, prosa soprattutto di romanzi, in progressiva svalutazione per via dello strapotere del mercato che li condiziona e degrada profondamente (Andrea Cortellessa, "I poeti sono un bene comune", Corriere della sera, 11-7-11)
Mi vengono in mente tuttavia esempi di stimati autori di poesia che si sono convertiti alla prosa o che coltivano entrambe le forme.
I mondi di Guido Mazzoni (Donzelli, Roma 2010) sono un componimento misto di versi e prosa con andamento meditativo.
Spunti tratti dall'arredo di una strada urbana, da un parcheggio, da squarci di periferia sono occasioni per perimetrare i propri limiti, le proprie reali possibilità e aspettative, e fare pacati, controllati bilanci esistenziali, nonostante l'inquietudine di fondo. Come in questo Parcheggio: "Per non posteggiare la propria auto davanti a un palazzo come questo, per non perseguire avanzamenti di carriera fra i quadri intermedi di una gerarchia aziendale, dovrà attraversare dei conflitti invisibili e feroci con gli esseri che oggi formano il suo mondo, con le persone che ama." (p 28). O nei seguenti passi: "Si protegge prolungando abitudini, costruendo un territorio. Il tuo comincia oltre la porta che hai aperto, fra i passanti sotto i cartelloni, mentre il paesaggio che conosci ti riporta in te stesso, un cielo teso oltre i palazzi, la luce del mattino sopra i tuoi luoghi comuni." (Territori, p 48). "Intanto lottavo, come tutti, perché il mio posto nel mondo corrispondesse ai miei desideri: per rimanere in vita, per non cedere un pezzo troppo grande di me al meccanismo che ci tiene in vita, per occupare posizioni, per catturare lo sguardo degli altri, per compiacere lo sguardo degli altri, per emergere; e tutto intorno, nel movimento delle strade che si aprivano sotto la finestra, nei rumori delle cinquanta stanze che davano sul mio stesso corridoio, migliaia di esseri pullulavano nello stesso spazio: pensionati, immigrati pachistani, segretarie venute da qualche frazione della periferie a consumare il proprio presente in un monolocale mansardato.