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domenica 2 giugno 2019

L'esclusione esiste

Forse ho generato una certa antipatia e diffidenza intitolando questo sito-blog Lettere a nessuno (al femminile), con un calco evidente del titolo di un libro che suscitò discussioni. Quello era un libro; questo è un sito che finisce per contenere un po' di tutto, esposto a eventi, questioni di attualità, contaminazioni, incontri. Per la precisione sarebbe un blog, ma, per via dell'introversione dell'amministratrice, è vissuto quasi come un diario. Uno dei temi di fondo di questo diario pubblico resta l'esclusione, come anticipato appunto nel titolo preso in prestito.
Sappiamo che Antonio Moresco a un certo punto ha avuto fortuna e il suo isolamento dal mondo editoriale (che entra anche nella vicenda degli Esordi, non solamente nelle Lettere a nessuno) non è durato per sempre. Altri scriventi sono rimasti e continuano a restare ingiustamente nell'ombra. Colpa loro? Difficile dirlo.
Consideriamo gli scrittori Mariano Bargellini ed Ezio Sinigaglia, arrivati a un qualche riconoscimento dopo i sessant'anni.
Con Mus utopicus (Gallino, Milano 1999), La setta degli uccelli (Corbo, Ferrara 2010) e Giocare a mangiarsi (Effigie, Milano 2015) Bargellini (anno di nascita: 1936) ha elaborato una prosa densa (neobarocca, a suo dire) e trame fra l'onirico e il fantastico, restando uno scrittore di nicchia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma il barocco è un vicolo cieco in questa società frenetica dominata da notizie-flash, slogan, tweet, small talk. E poi il fantastico ha una tradizione esile in Italia, dove in genere ha prevalso il realismo con le sue varianti (per motivi anche politico-sociali, a ben vedere: diffusa criminalità organizzata, scandali, politica corrotta, in cui la realtà sociale chiede da più parti di essere guardata in faccia e descritta senza reticenze; da qui il successo del giornalismo d'inchiesta e dei reportages narrativi tipo Gomorra).
Tuttavia Bargellini sostiene: "La mia scelta ha una lunga tradizione nel Novecento, pensate a Kafka o al Manganelli della Palude definitiva". E aggiunge: "Andate a leggere o rileggere Caos e bellezza di Omar Calabrese: capirete quanto può essere moderno il neobarocco".
Ezio Sinigaglia (anno di nascita: 1948), dopo un esordio intorno ai trent'anni passato inosservato con un corposo romanzo-saggio che s'interroga sulle principali innovazioni stilistiche del Novecento (Il pantarèi, SPS-Sapiens, Milano 1985), trascorre decenni di vita appartata dedicandosi alla stesura di testi rimasti nel cassetto, tranne un breve romanzo di stampo più tradizionale, pubblicato da una casa editrice che comincia a dargli visibilità (Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016). Finalmente, con la ristampa di quel primo romanzo degli anni ottanta, ottiene molti apprezzamenti. Con questa nuova apparizione del Pantarèi nel 2019 (grazie alla coraggiosa casa editrice Terrarossa di Bari) è come appena nato nella società delle lettere.
Il suo caso è emblematico: più di trent'anni di sepoltura di un testo vivo e ricco che affronta un tema rimosso negli ultimi decenni, quello del confronto con la prosa più innovativa del Novecento. Nel cimentarsi con la sua opera d'esordio in un genere, quello del romanzo, considerato in crisi e da alcuni ormai dato per  morto, il protagonista Stern, alter-ego dell'autore, attraversa e testa su di sé (su diverse parti della vicenda) gli stili che hanno rivoluzionato il modo di narrare dei secoli precedenti.
Scrive Angelo Di Liberto in una recensione al Pantarèi: "Viviamo nell'epoca del godimento che è sempre a scapito della responsabilità. Ciò che importa è la fruizione spicciola, l'illusione emotiva, la crosta sulfurea di un'epidermide sottoposta ad agenti esterni ad alta virulenza d'insignificanza. La coscienza nana ha sostituito la natura morale e intellettuale e a seppellire ogni guizzo creativo ci pensa il mercato delle classifiche. Perché nella quantità si esperisce lo scopo aziendale, dato che la qualità è indigesta speculazione al rialzo di consapevolezza. Ad aggiungersi alla consunzione vi è l'idea, ormai radicata, che la lettura abbia perso autorevolezza e centralità (...) I dati statistici sono emblema di un settore in disfacimento, senza transustanziazione del caso (...) A fare i conti con la situazione letteraria della sua giovinezza, dato che la prima pubblicazione del libro è della metà degli anni ottanta del secolo scorso, è un autore che instilla nuova linfa vitale alla quercia centenaria della letteratura, cimentandosi in un florilegio stilistico degno dei grandi autori passati alla posterità (...) Come un moderno Zeno si aggira per casa, vaga per le stanze e invoca i suoi fantasmi, attribuendo alla letteratura una funzione terapeutica così da restituire senso e valore alla vita." (Morte (e resurrezione) del romanzo, la Repubblica, Palermo 4.4.2019).

lunedì 17 aprile 2017

Intervista a Christian Tito

Christian, tu hai dimostrato di essere una persona versatile e creativa in vari ambiti, dalla scrittura alla cinematografia alla musica. Com’è stata la tua formazione?

La mia formazione è stata esclusivamente legata alla soddisfazione della curiosità e dell'innata passione, da fruitore, per l'altrui arte. Non ho fatto nessun percorso accademico; posso dire che le mie espressioni artistiche sono state alimentate da continue e inesauribili fonti dirette assorbite e poi filtrate attraverso la strutturazione della mia identità e sensibilità.

E’ interessante notare che nonostante i molteplici interessi in campo letterario e artistico, tu svolga un lavoro di routine in una farmacia. Com’è avvenuta questa scelta lavorativa?

E’stata una scelta conseguente al mio percorso di studi scientifici di cui non sono pentito. Ho studiato Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’Università di Bologna, un percorso affascinante che può aprire e sollecitare molto la mente. Nello stesso tempo vivere Bologna negli anni novanta da studente amante anche dell’arte è stato un privilegio notevole, non solo per le occasioni che offriva di assistere a eventi, concerti, mostre ecc..., ma anche perché era ed è una città che emana un’energia creativa difficilmente riscontrabile in altri luoghi e favorisce incontri e scambi molto stimolanti. Una volta terminati gli studi ho scelto di lavorare in farmacia poiché, tra le varie possibilità che la mia laurea offriva, mi piaceva l’idea di restare a contatto con la gente, di lavorare col pubblico, fattori per i quali mi sentivo predisposto e che possono offrire occasioni di crescita umana. Non è pensabile in questo Paese e in questi anni di crisi economica, ma forse non è pensabile in assoluto poter sostenere se stessi e i propri figli (ne ho due) con le forme d'arti con cui mi esprimo io soprattutto perché, non per scelta, ma per vocazione, sono sempre espressioni poco commerciali o commerciabili. Come autore bisogna tenere conto con realismo che la poesia generalmente di soldi te ne fa perdere e mai guadagnare (ad eccezione di massimo una dozzina di nomi in Italia); la musica che suonavo (ho suonato in una rock band quando ero studente all'università), nella migliore delle ipotesi, assicurava divertimento, qualche birra gratis e tentativi più o meno falliti di risolvere le nostre nevrosi di ragazzi un po' problematici; venendo al cinema, se consideri che registi che per me sono fondamentali riferimenti quali Herzog, Kaurismaki, Kieslowski o, molto più di nicchia, come Vittorio De Seta, e che io ho solo girato cortometraggi con mezzi poveri da presentare al massimo in festival del settore, capisci bene perché finisco col fare tutt'altro lavoro. Però l’attività che svolgo, quella che mi consente di pagare le bollette, il mutuo ecc..., non è così di routine, dipende molto dal modo in cui la si interpreta e, se ho dato l'impressione che lo fosse, me ne dispiaccio, perché i problemi che ho avuto non sono stati con questo lavoro, ma proprio di rapporto col lavoro in generale e non certo per pigrizia. Nel tempo, attraverso un percorso di analisi, sono riuscito a modificare questo grumo che mi ha dato grande sofferenza e a trovare piacere nella mia attività trovandovi anche molte fonti d'ispirazione per l'arte.

domenica 24 aprile 2016

Perché Luigi Di Ruscio e Mariano Bargellini?

Perché ho intervistato e mi sono occupata in diverse occasioni di due autori arrivati fino a tarda età pressoché ignorati nelle vesti di prosatori, come Luigi Di Ruscio* e Mariano Bargellini*? Perché mi sono parsi subito degni di nota, fin da quando mi sono imbattuta nei loro testi. In quest'epoca di restaurazione mi è parso più interessante valorizzare autori estremisti, forse eccessivi nel loro anticonformismo, piuttosto che l'aurea mediocritas.
Luigi Di Ruscio per i suoi romanzi assai poco romanzeschi, secondo le sue stesse parole: per le sue iscrizioni o historiae del presente esposte in forma trasgressiva, volutamente sgrammaticata e portatrice della voce degli oppressi.

Mariano Bargellini per gli aspetti immaginativo e linguistico propri del suo stile. L’immaginazione è ricca e ampiamente sviluppata nei suoi romanzi e racconti, ritenendosi l’autore stesso erede del genere fantastico (o della fantascienza italiana alla Landolfi). L’aspetto linguistico è quello che meriterebbe maggiore attenzione poiché è complesso, dichiaratamente barocco o neobarocco che dir si voglia, tuttavia applicato a materiali persino ultramoderni a volte, comunque strettamente imparentati con la nostra vita ora e qui. Si crea dunque un contrasto interessante nell’accostamento fra la ricerca e la parziale riproduzione dell’italiano ricco e sonante della tradizione più illustre (fra i maestri: Leopardi, Manganelli, vari autori del Seicento) e alcuni caratteri della contemporaneità come la realtà virtuale, i media e così via.

venerdì 28 agosto 2015

Romanzi che dovresti conoscere

A dispetto dello spirito critico, a torto o a ragione fagocitante vari aspetti della mia vita, devo riconoscere che diversi romanzi e racconti italiani di autori contemporanei, e perfino coetanei, mi sono piaciuti, nonostante il fatto che dopo il 1995 probabilmente ci sia stato un peggioramento della qualità letteraria delle opere pubblicate. Sarà vero? A volte si sente dire ma probabilmente non ho letto abbastanza volumi per esprimere una mia opinione. E' possibile che la cesura sia costituita dalla comparsa culturaleditoriale dei Cannibali (l'antologia einaudiana Gioventù cannibale è del 1996), tuttavia...
Avendo più di una volta espresso la mia perplessità a proposito del contesto editoriale che ci circonda, mi pare giusto segnalare almeno alcuni testi a mio avviso riusciti, scusandomi per le dimenticanze o le mancate letture.

In ordine cronologico

Silvia Ballestra, Gli orsi, Feltrinelli 1996: per la comicità intelligente
Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente, Einaudi 1997: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Antonio Moresco, Gli esordi, Feltrinelli 1998: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e perché romanzo di formazione negato
Rosa Matteucci, Lourdes, Adelphi 1998: per il lavoro sulla lingua e la comicità intelligente
Elena Stancanelli, Benzina, Einaudi 1998: per la spregiudicatezza della trama
Antonio Rezza, Ti squamo, Bompiani 1999: per l'immaginazione
Marosia Castaldi, Per quante vite, Feltrinelli 1999: per la dimensione surreale
Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Fanucci 2000: per la dimensione surreale
Luca Doninelli, La mano, Garzanti 2001: per il procedere per libere associazioni
Christian Raimo, Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, minimum fax 2004: per l'intreccio fra discorso diretto e flusso di coscienza
Luca Rastello, Piove all'insù, Boringhieri 2006: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Ornela Vorpsi, Vetri rosa, nottetempo 2006: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Mariano Baino, L'uomo avanzato, Le Lettere 2008: per l'assenza di trama e il flusso mentale
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax 2008: per l'immaginazione
Luca Ricci, La persecuzione del rigorista, Einaudi 2008: per l'originalità della trama
Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri 2009: per il vago sperimentalismo
Giorgio Falco, L'ubicazione del bene, Einaudi 2009: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Lucio Klobas, Anni luce, Effigie 2010: per il vago sperimentalismo
Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere 2010: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e il lavoro sulla lingua 
Roberto Pusiol, Ritratto di Edi Tonon gerontolescente, Transeuropa 2010: per la comicità intelligente
Emmanuela Carbé, Mio salmone domestico, Laterza 2013: per il vago sperimentalismo e la dimensione surreale
Francesco Maino, Cartongesso, Einaudi, Torino 2014: per la verità sociale e la verve polemica
Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015: per il flusso di coscienza sincopato e la resa della situazione claustrofiliaca
Mariano Bargellini, Giocare a mangiarsi, Effigie 2015: per il lavoro sulla lingua e l'immaginazione

Nota
In diversi di questi romanzi e racconti ho apprezzato soprattutto la tensione stilistica.

venerdì 2 maggio 2014

L'ultimo romanzo di Luigi Di Ruscio

A tre anni dalla morte dell'autore, i romanzi di Luigi Di Ruscio approdano finalmente a un editore importante, Feltrinelli, che raccoglie in un'unica edizione i maggiori testi in prosa, Di Ruscio. Romanzi (Milano 2014).
Fin dal titolo, Neve nera (ancora più esplicito nella prima edizione, Ediesse 2010: La neve nera di Oslo),  il terzo romanzo contenuto nel volume si presenta come il libro in prosa che maggiormente dovrebbe essere incentrato sul tema del lavoro in fabbrica, luogo dove lo scrittore effettivamente fu occupato per trentasette anni dopo l'emigrazione in Norvegia. Lo è ma con scatti e puntualizzazioni anche ribelli, di chi capisce di non poter essere incasellato o inumato in una posizione troppo circoscritta, com'era già avvenuto in passato per le poesie neorealiste: "Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l'operaio più circondato da barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero." (p 400)

martedì 20 dicembre 2011

Intervista a Luigi Di Ruscio (seconda parte)

Ho trovato in un’edizione rarissima un altro suo libro in prosa, L’allucinazione (Cattedrale, Ancona 2007). Anche questo libro come gli altri romanzi viene da lontano, da molti anni addietro?

Ho preso in mano L'allucinazione,pubblicato solo due anni fa, e di questo libro non ricordavo nulla. Ricordo solo che diedi il manoscritto all’editore precisamente a Valentina Conti, che poi mi fece sapere che il libro voleva pubblicarlo ed io avevo cambiato idea, il libro non volevo più pubblicarlo. La Valentina Conti (molto bella e molto corteggiata), insisteva ed io alla fine dissi pubblicate anche questo, va bene, nel frattempo continuavo a scrivere corte prose immaginando che non si potesse scrivere poesia senza che la cattedrale dell’ultimo secolo abbia una sua centralità. La cattedrale dell'ultimo secolo è la fabbrica metallurgica. Il sottoscritto doveva diventare un chierico della grande cattedrale. Come comunista e come poeta dovevo diventare un operaio, questa è stata la mia "prospettiva” e la mia scelta operaia ha del comico, una specie di Chaplin di Tempi moderniche sventola la bandiera rossa per sbaglio e così mi presento come L'ULTIMO BUON POETA ITALIANO metto anche questa maschera e rimarrà impresso nella mia memoria quel convegno di poesie neorealiste nei primi mesi del 1953. Eravamo tutti giovanissimi, sui venti anni, con le tasche piene delle carte delle nostre prime poesie e poi tutte quelle polemiche contro il neorealismo, quello sparare contro un niente e quell'immagine di ragazzi con le camicette pulite, le prime cravatte, con le loro madri ancora giovani trepide per questi figli che volevano fare i poeti, ragazzi con la speranza intatta per un mondo migliore e all'immagine di questi ragazzi rimarrò fedele per tutta la vita.

Intervista a Luigi Di Ruscio

Dopo aver letto Cristi polverizzati sorge spontanea la curiosità di sapere com’è stata la seconda parte della sua vita, quella vissuta in Norvegia. Come avvenne che andò a lavorare proprio a Oslo? Fu facile ambientarsi in un Paese così diverso dal nostro?

Avevo ventitré anni nel 1953 e per puro caso trovo un editore che mi pubblica la mia prima raccolta Non possiamo abituarci a morire,prefazione Franco Fortini, questa raccolta mi procurò solo irrisioni e portate in giro, la raccolta peggiorò la mia situazione avrei potuto trovare da lavorare solo come facchino muratore sono alto 1,66 pesavo 56 chili, ero gracilissimo e il lavorare come facchino muratore mi distruggeva, una domenica mattina per puro caso nella piazza di Fermo vicini ad una rivendita di giornali conobbi un signore, parlando del più e del meno mi disse che era per pochi giorni a Fermo dove era nato e avendogli detto che ero disoccupato mi disse di un suo ristorante a Bruxelles dove mi avrebbe dato lavoro. Mi licenzio da facchino di muratore e parto. Arrivo a Bruxelles a notte tarda, dormo in una panchina della stazione e al mattino mi presento al ristorante, in verità era un ristorante albergo, mi danno da lavorare come lavapiatti e un posto per dormire. Tutto fila bene per un certo periodo poi scoppiò una cagnara con una che lavava i piatti come me. Faceva delle cose disgustose, i bicchieri che ritornavano per essere lavati spesso contenevano vino rimasto e il mio compagno se li scolava tutti sino ad ubriacarsi e il lavoro che dovevamo fare in due lo facevo io solo. Mi stancai di questa storia e mi misi a capovolgere il vino che rimaneva nei bicchieri velocemente.

domenica 18 dicembre 2011

Elogio della vecchiaia

Ricordiamo tutti l'acceso dibattito, nei primi mesi del 2009, intorno alle questioni di fine vita e al testamento biologico. Lo sfondo era, ed è, quello di un progresso scientifico che delinea sempre più nettamente la prospettiva di una vecchiaia straordinariamente prolungata con metodi artificiali anche contro la volontà personale..
Tuttavia, a dispetto delle più cupe prefigurazioni di una terza età debole e manipolabile, le persone non si sono ancora arrese e la realtà dei fatti ha mostrato in quest'ultimo periodo un mondo degli anziani più che mai vivo e creativo. L'anno della crisi economica infatti ha dato modo a moltissimi di fornire un'immagine di sé tutt'altro che spenta o insignificante. I pensionati si sono rivelati un prezioso aiuto per le famiglie in difficoltà, in cui giovani assunti freschi di laurea e adulti nel pieno della vita lavorativa si sono trovati improvvisamente licenziati o in cassa integrazione, mentre i nonni e le nonne hanno messo le loro pensioni anche minime a disposizione di figli e nipoti.
Una società che si predispone a trattare i vecchi come oggetti giacenti in un letto d'ospedale, su cui altri prendano le decisioni, è chiamata a rivalutare la figura del senex: saggio, equilibrato, risparmiatore e controcorrente.

sabato 17 dicembre 2011

La scrittura massimalista di Luigi Di Ruscio

Lo stile del capolavoro narrativo di Luigi Di Ruscio (Cristi polverizzati, Le lettere, Firenze 2009) è vorticoso e trascinante. Il suo periodare "massimalista" cattura in un turbine centripeto tutto quello che trova e rilancia al lettore con un'energia talvolta esilarante e sorprendente pezzi di passato, avvenimenti recenti, aneddoti autobiografici, frammenti di storia, libere associazioni, sentenze e riflessioni ricche di saggezza.
Si potrebbe parlare di flusso di coscienza sociale.

Luigi Di Ruscio, "sprigionatore" di parole

Massimo Rizzante, nel saggio Non siamo gli ultimi (Effigie, Milano 2009), commenta un racconto di Asar Eppel' (della raccolta Via d'erba, Einaudi, Torino 2002), in cui dei ragazzi, durante l'avanzata tedesca verso Mosca, in uno dei momenti più drammatici della storia, si divertono a lanciare vasetti di senape contro una fontana. "E' la bellezza del presente ordinario," commenta Rizzante, "incastonato come un diamante nelle nefandezze del passato e della guerra."
In modo analogo nel romanzo Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio (Le Lettere, Firenze 2009), in un periodo di grande povertà e di massimo pericolo quale fu il 1943, dei ragazzini piceni, liberi di scorrazzare per i campi e largamente inconsapevoli di quello che sta accadendo intorno a loro, vanno in giro per giornate intere a nutrirsi di erbe e fiori, adottati da una natura feconda, trascurata dagli uomini.  "Ai lati delle strade i cardi crescevano inesauribili, scoprivo sempre nuovi fiori mangerecci sfrondavo i rami più sottili e riempivo la bocca di fiori e foglie tenere, pascolavo su campi di sulla, solo le scorze degli alberi non facevano pasto… (…) Passava sui rami un'abbondanza esagerata: nelle case dei contadini c'erano solo donne e vecchi e quindi tutto era meno curato e sarà stato forse per queste mancanze di cure che tutto cresceva meglio… Godevo tutto…" (p. 38)
Passata la guerra, con la maturità, arriva la comprensione del proprio mondo, umile, emarginato e analfabeta, espropriato durante secoli duro lavoro, da una classe di ricchi proprietari fondiari e clericali.