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lunedì 25 maggio 2020

Se l'io è una proliferazione immaginaria


Se l'io è una proliferazione immaginaria, come sostiene per esempio Lacan, non si capisce fino a che punto siano giustificati tutti quei romanzi così solidamente strutturati, dalle trame così compatte, che si presentano come granitici monoliti. «Con questo libro,» vorrebbe dire un editore o un libraio all’acquirente, porgendo il maneggevole blocco di cemento armato, «puoi star sicuro che ti vendo un buon prodotto, tenuto insieme dal rigore sintattico e da una logica ferrea. Sei sicuro che non ti si sfascerà fra le mani privo di senso.» Il modello del cemento armato è probabilmente il modello con cui sono costruiti questi parallelepipedi romanzeschi che promettono la tenuta realistica di matrice ottocentesca, senza infiltrazioni o bolle d'aria, cioè senza nulla che minacci la coesione interna, neanche un piccolo dubbio. Blocchi pieni di parole tenute insieme con griglie d’acciaio, forse per far fronte all'elevata competizione: si sa, un vaso di coccio non viaggia bene in mezzo a vasi di ferro. Ecco, queste narrazioni in cui ogni personaggio ha un suo carattere definito, un suo destino inscritto nel carattere, o in cui entrano in relazione soltanto delle maschere sociali più o meno stereotipate, ci dicono qualcosa di appena un po’ diverso da un saggio sociologico. Un saggio di sociologia o di economia ha il vantaggio che può entrare maggiormente nei dettagli, può fornire risposte più precise e argomentate sul contesto sociale in cui viviamo. Ma perché anche nella prosa d'immaginazione vengono proposti schemi rigidi, assertivi, convenzionali simili a fortini inattaccabili? Come a dire: «Non ti vendo un libro, ti vendo un piccolo fortino in cui trincerarti contro tutte le tue paure».

mercoledì 27 agosto 2014

Lotta di classe sul palcoscenico

Conversazione con Lidia Cirillo sui teatri occupati 

R   Lidia, mi rivolgo a te non solo perché hai scritto questo libro sui teatri occupati (Lotta di classe sul palcoscenico, Alegre, Roma 2014), ma anche perché hai conosciuto e vissuto molte storie appartenenti al popolo della sinistra… In questo libro infatti parti da lontano, fai una doverosa premessa storica nel capitolo intitolato "C'era una volta il Novecento" con una digressione sul movimento operaio: "Si è chiamato movimento operaio l'insieme sinergico che in Europa e nel mondo aveva costretto il capitalismo a cambiare per non morire e quell'insieme aveva solo in parte a che fare con una classe. Certo la classe operaia, soprattutto quella dei grandi complessi industriali, era stata il nucleo intorno al quale si era aggregato tutto il resto. Ma il prodotto finale era stata una costruzione storica, socio-politica e culturale molto più ampia e complessa, dai contorni incerti, fortemente differenziata e conflittuale al proprio interno ma appunto sinergica. Essa era composta da una classe di notevole forza strutturale e capace di farsi centro del conflitto sociale; da strutture burocratiche e clientelari, che concedevano agi e poteri ai settori della piccola borghesia più ambiziosi e dinamici; da entità statali con il loro potere economico e militare, da movimenti di liberazione di Paesi colonizzati, interessati a mettersi sotto l'ala protettrice dell'URSS e che talvolta si avventuravano nella creazione di socialismi nazionali più o meno credibili; da intellettuali creativi attratti dai miti progressivi costruiti sulle vicende rivoluzionarie del secolo; da socialdemocrazie che mantenevano aperti gli spazi in cui i rivoluzionari potevano continuare ad agire e da rivoluzionari che punzecchiavano ai fianchi le socialdemocrazie e gli apparati politici, costringendoli a scatti per recuperare i rapporti con la propria base sociale; da mobilitazioni occasionali e da spessi sedimenti organizzativi, da basi elettorali, da compagni di strada e da alleati… Ora gran parte delle componenti di questo insieme o non esiste più o ha mantenuto nomi a cui non corrispondono le stesse realtà del passato oppure ha subìto dinamiche di disaggregazione, che hanno isolato ciascuno dei pezzi residui dell'insieme demolito negli ultimi trenta ingloriosi anni." (p 20-21).
Parti dunque dalla presa d'atto di una profonda disgregazione del tessuto sociale che in passato aveva consentito l'ottenimento d'importanti risultati, conquiste sempre più soggette a erosione in tutti i campi, dal lavoro alla qualità della vita, dai diritti ai beni collettivi. Tuttavia osservi che "un'inedita capacità di autorganizzazione è l'altra faccia della frammentazione e delle sconnessioni del corpo sociale. Si tratta di una capacità non universale e che riguarda alcuni settori e non altri, ma innegabile e conseguenza logica dell'impoverimento dell'ex-piccola borghesia intellettualizzata, delle maggiori quantità di conoscenze di cui si serve il profitto e dell'ampliarsi delle possibilità di comunicazione." (p 23). Con la crisi è il caso di dire che siano iniziati più decisi momenti di risveglio?

lunedì 19 dicembre 2011

Re mago o re maschera?

Il capo è colui che elargisce favori, esaudisce desideri. Al super-capo, poi, si chiede pure l'impossibile, proprio lì sta il bello. Le sue prerogative hanno qualcosa d'inverosimile e in parte inspiegabile. Com'è possibile, per esempio, che sia così ricco? Eppure lo è. Da dove viene tutta quella ricchezza? Non si sa, la risposta fa parte della sua aura di mistero. Se gli manca l'immortalità, può contare tuttavia su una giovinezza intramontabile. Gli agi, il lusso, la mondanità, le occasioni, le cene ravvivano e allietano le sue giornate densissime d'impegni e d'imprese. Il super-capo non è mai stanco. Tiene a bada gli oppositori, espande la sua area d'influenza, accresce i tesori per sé e per i sudditi, soddisfa aspettative. Ed ecco che le donne si assiepano al suo passaggio… a decine, a centinaia lo circondano e corteggiano. Hanno una quantità di favori da chiedere per sé o per gli uomini che si celano dietro di loro in lunghe catene di aspettative. Se il capo riesce a soddisfare tutte quelle donne (simbolicamente tutte le donne), vuol dire che è certamente in grado di rendere felici tutti, no? Nei rapporti con il capo il desiderio circola in continuazione. Il capo mette in moto i desideri. A chi se non a lui si può chiedere di dirimere un'intricatissima storia di eredità e terreni contesi da generazioni, il permesso di edificare su spazi non edificabili oppure di sospendere un provvedimento già reso attuativo da varie sentenze? E' una fortuna che possieda in quantità smisurata tutto quello che tanti vorrebbero avere! Qualcuno con un bel po' di chance e con le entrature giuste seguirà le sue orme… il grande capo stimola fantasie di emulazione.

domenica 18 dicembre 2011

Zizek blues

Odia il prossimo tuo è certamente un titolo che attira l'attenzione: si tratta dell'ultimo libro apparso in Italia firmato da Slavoj Zizek (Transeuropa, Massa settembre 2009), che con Eric L. Santner s'interroga e interroga grandi pensatori del passato sul tema dell'altro. Il pensiero di Zizek è una festa dell'intelligenza e per l'intelligenza: le sue molte associazioni mentali e le citazioni di filosofi, psicanalisti, registi, scrittori, fenomeni vari di cultura di massa, rendono il ragionamento molto coinvolgente.
Chi è il nostro prossimo? Il prossimo, già nella tradizione giudaico-cristiana, non è il simile, il vicino, ma l'altro, il portatore di un nucleo traumatico estraneo, il sempre-diverso-anche-se-ci-sta-vicino. E' un soggetto diviso esattamente come noi, secondo la psicanalisi, quindi sostanzialmente estraneo anche a se stesso, segnato dall'impossibilità di capirsi totalmente. La conseguenza migliore di questo stato di cose potrebbe essere la solidarietà nell'umiltà: "questa presa di coscienza implica la dimensione di base del perdono e del tollerante vivi e lascia vivere: mai sarò in grado di spiegare me stesso all'Altro, perché io per primo non sono trasparente a me stesso e non otterrò mai dall'Altro una risposta completa alla domanda 'Chi sei tu?', perché anche l'Altro è per se stesso un mistero (…) Il riconoscimento reciproco di questo limite allora apre lo spazio alla socialità che è solidarietà nella vulnerabilità" (p. 94). Questo, nella migliore delle ipotesi.