lunedì 6 giugno 2022

Gli uomini rischiano più spesso, le donne soffrono di più: riflessione di Bruna Tadolini

"È difficile, dopo migliaia di anni durante i quali ci siamo convinti che siamo "semidei" e che i nostri sentimenti sono "divini", riportare l'Homo sapiens nella sfera animale a cui appartiene. In questa sfera l'AMORE è un semplice strumento che si è evoluto per costringere gli individui ad avere comportamenti vantaggiosi per la trasmissione della specie. Poiché questi comportamenti sono svantaggiosi per l'individuo (i maschi rischiano la morte nella competizione per le femmine e le femmine si sottopongono a condizioni, fra gravidanze ed allattamenti, durissime di vita) i meccanismi biologici che si sono evoluti per farli "accettare" hanno dovuto essere estremamente potenti ed allettanti. Sono stati messi in campo una lunga serie di artifici (dal far sentire un partner come parte di sé al provare dolore se non si raggiunge l'obbiettivo ma piacere se lo si fa ecc...). Alcuni di questi sono dei veri circuiti di dipendenza. Forse una maggiore conoscenza della nostra biologia (scoperta la causa... ) potrebbe aiutare ad essere più consapevoli di ciò che ci succede ed a gestire meglio, per quanto possibile, le nostre scelte." (Bruna Tadolini)


mercoledì 1 giugno 2022

Lettere a nessuno (al femminile) non esiste più

"Non son chi fui. Perì di noi gran parte". 

Il titolo di questo blog è stato modificato e da oggi sarà: Cacciatrice di stili.


giovedì 28 aprile 2022

Depressi o maniacali

Una posizione puramente depressiva non favorisce il racconto. Deve accadere (o essere accaduto) qualcosa che generi un meccanismo perlomeno emotivo, se non di azioni concatenate. Come sottolinea Leopardi in diversi punti dello Zibaldone, chi non conserva un minimo di amor proprio non riesce ad amare neppure qualsiasi attività esterna, non riesce più ad applicarsi a niente. Che dire del Verbale di Le Clézio? Lì il protagonista si appassiona a piccoli eventi quotidiani, come uccidere un topo, ed è affascinato da microepifanie... ma il terremoto interiore, il crollo psichico, è già avvenuto nel passato, è dato per scontato: qui il personaggio si presenta fin da subito molto anomalo, deragliato ai margini della società. E comunque la sua posizione è piuttosto maniacale che depressiva. Prima di venire ricoverato in un reparto psichiatrico, verso la fine del romanzo, si asserraglia in una scuola in un accesso paranoico, determinando l'intervento della polizia. Forse è un personaggio al confine fra i due stadi. 

Che dire di alcuni esseri postumani di Beckett, quasi del tutto interrati in giare in quell'opera estrema che rimane L'innominabile (per esempio)? Lì siamo ai limiti del narrabile e del dicibile: limiti difficilmente superabili.

Vi sono personaggi, creati pure in epoche precedenti, che rasentano la morte psichica, come il celebre protagonista del racconto melvilliano Preferirei di no, edito nel 1853 (che spicca per estremismo rispetto al più mite-moderato Oblomov, il cui omonimo libro fu edito nel 1859): appunto si tratta di personaggi che si sono molto distinti nell'ambito romanzesco e sono rimasti casi unici, poco imitati. Una variante più recente di quel tipo umano possiamo rintracciarla nell'Uomo che dorme di Perec (1867), tuttavia più mobile, vagabondo, meno bloccato del celebre renitente di Melville.

Se desideriamo conservare nell'invenzione marcati riferimenti umanistici, sebbene ritenuti superati nel tipo di società tecnoscientifica in cui ci è toccato di vivere, ci troviamo ancora immersi nel brodo degli affetti. E quindi scintille affettive e un motore a scoppio emotivo mi paiono insopprimibili per movimenti o, almeno, increspature narrative.

domenica 27 febbraio 2022

Libri-rifugio

Libri come beni-rifugio, come l'oro dopo il crollo dei mercati... Durante gli anni della pandemia ho trovato un rifugio nei libri sulla Resistenza. Un grande tesoro nella Casa in collina di Pavese, in Una questione privata, nel Libro di Johnny di Fenoglio, nei Piccoli maestri di Meneghello, nei Partigiani della montagna di Bocca, nella Guerra dei poveri di Nuto Revelli. Il libro di Johnny, di grande intensità narrativa ed epica, ha un piccolo grande difetto, nonostante i molti pregi: di essere molto ideologico e poco teorico. Questo lo scalfisce solo in parte. Il rischio di rispecchiarsi nei nemici, magari negli ufficiali italiani rimasti con la Repubblica di Salò dopo l'8 settembre per semplici ragioni di onore militare, affiora più volte, sia nell'incontro e tentativo di trattativa prima della battaglia in difesa di Alba, sia nell'ammirazione per alcune divise o personalità di soldati come il fratello del partigiano Kyra. Senonché l'appoggio della popolazione contro i tedeschi marca decisamente una differenza e illumina di una luce moralmente migliore, rispetto agli ufficiali rimasti alleati dei tedeschi, quei partigiani badogliani che, pur conservando un'etica legata alle antiche gerarchie dell'esercito, compresero le esigenze di riscatto e di rivolta contro l'invasore propria della popolazione locale e scelsero appunto di salire in montagna o in collina coi partigiani. Infine, il lavoro sullo stile e la contaminazione anglofona, quelle costruzioni contratte con sostantivi composti similmente alla maniera inglese (per es. un termine come nuvola-tempesta), la quantità dei personaggi, l'eroismo delle loro brevi vite rendono Il libro di Johnny, che pur sarebbe fra i più esposti a critiche ideologiche fra i romanzi partigiani, un'opera di valore che varca senza ombra di dubbio i limiti del periodo postbellico.

I piccoli maestri, in una forma tutta virtuosa e contraria alla retorica, si sforzano a più riprese di argomentare, di giustificare; molto più di altri libri dell'epoca sono dominati dall'ansia di giustificare ogni singola azione, anche le uccisioni e le condanne a morte dei nemici dopo tentativi di processo, come a sottolineare il più possibile la propria distinzione dalla brutalità e ingiustizia degli altri. 

Al Pavese della Casa in collina va invece riconosciuta la grande maestria nell'amalgamare l'italiano al dialetto senza che esso venga nettamente pronunciato ma resti sottoterra, accanto alle radici, mescolato a tutto il discorso.

Opere potenti, autori lodevoli e serissimi che si accinsero al lavoro della penna sollecitati da grande senso di responsabilità e di umanità. E per questo li sentiamo ancora così vicini.

venerdì 18 febbraio 2022

Riflessioni su Manganelli del 2013 rivedute e corrette

Ho un po' modificato la parte di questo post dedicato all'atmosfera asfittica, da morte intrauterina, di alcuni brani manganelliani.

La forte intensità del racconto intradiegetico "Storia del non nato", reperibile nella parte finale dell'Hilarotragoedia manganelliana, frammento straordinariamente tragico in quel contesto (che riporta frasi di "asciutta disperazione" come questa: "Non più donna era costei, ma esempio estremo, unità di misura del male, della sofferenza…", p 118 nell'edizione adelphiana del 1987) si può intendere come spia del fatto che l'autore sta parlando di se stesso: è lui, Giorgio Manganelli, che lamenta il suo non essere nato all'esperienza (in questo caso esperienza affettiva di figlio poi fidanzato, marito…) fino a desiderare la morte pur non essendo mai nato, morte al quadrato, morte elevata a potenza (evidentemente qui lo scrittore si riferisce a una condizione psichica non a una realtà autobiografica; fu infatti partigiano, ebbe storie d'amore tormentate). Ma perché parlare di non-nascita se ebbe una vita, a periodi, intensamente vissuta? Quell'atmosfera asfittica da morte intrauterina deve corrispondere probabilmente a un desiderio punitivo. Un grembo materno che soffoca, che rende impossibile la nascita e che evoca quindi un desiderio inconscio, castigato, di regredire a una pre-vita? Oppure semplicemente senso di colpa per aver vissuto? Oppure senso di colpa per non aver vissuto abbastanza? Resta nell'indefinito letterario la motivazione ultima delle ambientazioni inquietanti di quegli pseudoromanzi.
La messa in forma narrativa di un'angosciosa solitudine esistenziale ("Non ho nome, né luogo, né sangue, non mi è dato né nascere né morire…") pare di tutt'altro segno per gli autori italiani più recenti, testimoni di una storia contemporanea eccezionalmente risparmiata nell'Europa occidentale dalle guerre, dai massacri di massa, dalle grandi carestie e altri flagelli, un fatto ascritto in particolare all'ultima generazione scrutata dall'occhio critico e autocritico di Antonio Scurati (La letteratura dell'inesperienza, Bompiani, Milano 2006) e Daniele Giglioli (Senza trauma, Quodlibet, Macerata 2011). Gli autori considerati nei suddetti studi soffrono per non aver vissuto abbastanza.

giovedì 3 febbraio 2022

Fucilazione di racconti

Associo a Giorgio Manganelli un aggettivo irriverente: frustrante. Trovo frustrante e demotivante l'idea di Manganelli di scorciare le sue idee ispiratrici di possibili romanzi nel celebre Centuria. Cento piccoli romanzi fiume (1979). Il libro si sarebbe anche potuto intitolare Cento piccoli romanzi uccisi oppure Fucilazione di racconti. E perché questo atto sadico, che non ha la stessa natura teorica e ideologica delle prove antiromanzesche degli anni Sessanta? Quello di Manganelli ha tutta l'aria di un rifiuto del romanzo umorale, piccato e risentito, da persona quasi offesa, 

Il piacere del romanzo o del racconto è dato in special modo da un rapporto affettivo tra lettore e personaggio. Se nessun tipo di affettività entra in gioco, la lettura risulta incespicata e difficile per tutta la lunghezza dei testi in prosa. Un attacco al seno, forse, in termini analitici. Un attacco alla dimensione relazionale.

P.S. - Tutt'altra sensazione danno invece i fascinosi La palude definitiva e Dall'inferno.

domenica 27 giugno 2021

"Leggendaria" maggio 2021: trafiletto dedicato a Trilogia della scomparsa

Giocare con il realismo

Roberta Salardi

Trilogia della scomparsa:

Il corpo della casa -

Doppio diario – Nell’altra stanza

Effigie, Pavia 2020

352 pagine, euro 25

 

Eccoci di fronte a

un’opera inattesa,

una fortuna che

capita di rado. Di co-

sa tratta, cosa racconta

Trilogia della scomparsa?

Opera complessa, intensa

e problematica questa di

Roberta Salardi. La forma

scelta è quella del diario o

dei diari, attenzione però

alle differenze. L’opera

è affascinante perché

accidentata, succede e non

succede, è e non è. Non

teme di allontanarsi dalle

forme del realismo e con

il realismo però sempre

giocare; fa apparire quello

che è imprevedibile, porta

su strade sconosciute, non

lascia mai il lettore troppo

comodamente sprofonda-

to nelle sue certezze, gli

chiede di mettersi in gioco,

anche se giocare ha un

costo.

giovedì 20 maggio 2021

Editor come signori della guerra

Una società letteraria dominata dagli editor, definiti da Giulio Milani in un video degli Imperdonabili (26.2.2021), i signori della guerra del mondo letterario contemporaneo; un mondo molto competitivo in cui s'immaginano alleanze, rivalità, calcoli su come muoversi e come occupare spazi su riviste e nelle giurie dei premi. E dove soprattutto il potere decisionale relativo alle pubblicazioni spetta ai decisori interni alle case editrici, attenti a un tipo di produzione industriale. Signore della guerra, dunque, chi occupa redazioni di riviste e case editrici, giurie di premi e pagine dei giornali*, ma anche semplice impiegato nell'industria dell'editoria, semplice esecutore delle direttive della società dei consumi, come osserva ancora da Giulio Milani nei video su Facebook degli Imperdonabili. Una volta c'era un principe, un signore che poteva essere più o meno illuminato, che s'investiva del ruolo di protettore delle arti e che soprattutto utilizzava gli artisti e i cantori per dare risalto alla propria politica, alla propria dinastia o persona. Adesso a imporre le sue esigenze è un mercato con le sue dure leggi, spesso sorde alla crescita scomposta, ribelle, imprevedibile della creatività. La guerra dunque è al servizio dello status quo, del potere, salvo eccezioni (qualche eccezione c'è sempre, la rondine che non fa primavera). Anche il fenomeno dei cosiddetti "cannibali" degli anni novanta, dall'apparenza così spontaneo, trasgressivo, dirompente, fu un'invenzione di "turbo-marketing" editoriale. La stessa chiave di lettura troviamo nel saggio sulla Letteratura circostante di Gianluigi Simonetti: "E' in uno spazio culturale intermedio tra Einaudi e Mondadori, come lo definiva a Segrate Gian Arturo Ferrari, che si forma l'humus ideale per Gioventù cannibale (1996), e per altri frutti simili". Simonetti così ricostruisce: "A partire dai primi anni Ottanta una buona parte dell'editoria italiana decide di investire in modo sistematico sui giovani narratori, e di programmare sinergie specifiche fra romanzo, esperienze vissute e adolescenza: il processo può dirsi compiuto quando Repetti e Cesari, in uscita da Theoria, varano  Stile libero, immaginando un target giovanile che rinfreschi il marchio Einaudi, ormai nelle mani di Berlusconi" (pag 340).** 

sabato 24 aprile 2021

Il critico col turbo

Racconto

Il critico mi telefona nel cuore della notte per dirmi che non ne può più, mi denuncerà in quanto stalker.

- Vuoi smetterla di mandarmi libri da leggere? Lo sai che per me questa è una tortura!

- Ciao, sei davvero…? Non credevo…

- Vuoi capirlo che mi opprimi? e pure mi deprimi? Solo vedere una tua copertina da lontano mi fa venire l’ansia di prestazione (sai cos’è?). Riesci a immaginare quanti libri devo leggere, sfogliare, agucchiare, tastare anche solo per la consistenza della carta, per la qualità della rilegatura, per non parlare delle copertine, che sono già metà del significato del libro, e io, modestamente, con la mia competenza anche artistica, rischio di restare per giorni bloccato così, incantato a fissare l’immagine riprodotta, specialmente se di un qualche valore, specialmente se copia di un capolavoro ineffabile! Per non parlare dei risvolti… a seconda dei titoli elencati nella bioblio, dei commenti di una qualche risonanza che si leggono di sotto o di sopra rivoltando il volume fra le mani, intanto per soppesarlo, per valutare la mole da affrontare, il numero di giorni da dedicare… Riesci a immaginare il grado di stress cui mi sottoponi ogni volta che mi spedisci quello che tu chiami “un piccolo dono”?

- Ma ho pubblicato poco… solamente due libri in vent’anni… Posso avertene spediti due al massimo e dilazionati nel tempo!

- Sì, ma si aggiungono a tutti gli altri che già mi si accumulano sulla scrivania e sulle sedie e sulla panca dell’ingresso e sul tappeto e sotto il tappeto! Poi, scusa, ma dell’ultimo libro mi hai mandato almeno dieci versioni diverse prima di pubblicarlo! Basta! Non lo voglio più vedere! Le dieci versioni dattilo le ho subito buttate ovviamente. Gioisci: nella carta da riciclare. Purtroppo, nel dividere la carta dalla plastica della rilegatura, ho perso anche alcuni preziosi minuti…

- Ma tu a quel tempo eri editor di una collana, per questo ti avevo mandato degli inediti!

- Cerca di avere un minimo di senso della realtà… so che per te è difficile, ma sforzati: già mi escono dagli occhi i libri stampati!

- Va bene, ma eri pure editor. Vabbè, continua.

Trasformatosi in narratore nel cuore della notte (di giorno critico illuminato, di notte storyteller per sceneggiature televisive), il celebre critico mi mette a parte di una sua fantasia romanzesca: io sarei una paranoica convinta che il mondo… no, non il mondo, più che altro i custodi del sapere, specie di divinità egizie che presiedono un’inquietante società segreta…

- Senti senti cosa ti sei inventata, cosa frulla in quella tua testolina… C’è addirittura una figura mitologica con la testa di cane che soppesa su un suo bilancino i cuori di scrittori e scrittrici d’insuccesso, imploranti di varcare la soglia della visibilità: chi sarebbe questo Anubi, eh? Io? Il Simo? Il Marchi? Nella tua testolina questa setta di sapienti sacerdoti (alla luce del giorno, critici e recensori) si riunirebbe a scadenza periodica e, con riti arcaici, deciderebbero le sorti delle patrie lettere: pochi i salvati e molti gli esclusi. Tu naturalmente sei fra gli esclusi, ça va sans dire.

- Ma perché fra gli esclusi? Mi leggete forse?

- Certo che no. Quante copie venderai? Appena venticinque?

- E dunque? Sarebbe più meritevole essere riuscita a vendere migliaia di racconti polizieschi? Vi guarderò dall’alto del mio fallimento... *

- Ho sognato che volevi uccidermi! Attirato in uno scantinato milanese con la scusa di una retrospettiva arricchita da nuove scoperte, qualche lacerto di diario ancora inedito, su De Chirico e Savinio, che avevo presunto ambientata in un bell'esempio di archeologia industriale à la page… mi smarrivo, non trovavo i quadri e nemmeno l’uscita… doveva trattarsi di un garage, di un sotterraneo spettrale senz’auto e senza invitati, pure senza buffet ahimè, di che brutto vernissage si trattava? Una trappola! E chissà quale speciale pena avevi in mente di infliggermi? Sulle soglie dell’egizio regno dei morti qualcuno pesava il cuore… Ti rappresentavi così la scena, no? Io, il Simo e il Marchi che incidevamo il costato di malinconici autori dalle vendite a un solo zero, massimo a due zeri, e soppesavamo le loro pene di scrittura… Questo è debole, qui non scorre, questo proprio non sta in piedi… Tu ti vedevi fra gli esclusi e non sopportavi il responso, anche se meritato! Volevi eliminarci uno per uno... mi avevi teso un tranello in quel sottosuolo postindustriale… Povero me, ti avventavi con un’accetta!

domenica 18 aprile 2021

Una trilogia scombinante

di Claudia Zaggia

Penso a una frase di Nabokov: “La realtà non è né il soggetto né l’oggetto della vera arte, la quale si crea una realtà sua propria”.

Quasi tutto ciò che si trova in libreria oggi viene definito “romanzo”, sarà anche per questo che i più intendono solo un certo tipo di cosa, ci si aspetta una trama, un inizio e una fine e dei personaggi ai quali poter comodamente girare intorno. E una storia ben comprensibile che non lasci molte incertezze soprattutto quando si arriva alla parola fine.

Capita di incontrare opere di un altro tipo e la parola “romanzo” sembra non andar più bene, altri nomi o etichette non ne abbiamo, diciamo questo è un libro e fa parte di quel gran mondo della narrativa, vario e non sempre così rotondo.

Capita che i romanzi uno dopo l’altro si assomiglino tutti, qualcuno è un poco meglio ma dopo un certo tempo tutti si dimenticano. Scritti anche bene, insomma corretti, non molto di più. A volte scritti e basta ed è veramente troppo poco.

L’ottimismo che si trova poi in tanta letteratura, messo in bella mostra, è un prodotto commerciale. Dopo lo scaffale dei cibi in scatola per umani e animali, c’è quello dei libri, ma mi raccomando che non sia triste, che altrimenti non lo digerisco.

Roberta Salardi ha osato molto, fiduciosa di trovare dopo lettori adatti, non so se li ha trovati, non so se io qui sono un lettore adatto, so che mi piace incontrare l’inconsueto, l’azzardo, l’opera che osa senza mai tralasciare quella che si chiama qualità, quella della scrittura prima di tutto, altrimenti potremmo decidere di lasciare, di non continuare a leggere e invece si arriva inquieti e soddisfatti a pag. 352, l’ultima.

Credo che più di tanto non si debba spiegare o cercare di chiarire. In un libro come questo, in questa intrigante Trilogia della scomparsa (che bel titolo, e anche quelli che troviamo dopo promettono bene), sarebbe cosa ben superficiale credere di poter comprendere tutto o addirittura di aver compreso tutto.

C’è molta destrezza intellettuale in quest’opera e incontrarla così spesso fa parte del piacere di leggerla, un piacere pieno di sfumature.

Era da parecchio tempo che non leggevo un libro di narrativa così complesso, ricco, intenso e problematico. Con gli aggettivi potrei continuare ma mi fermo qui. L’abitudine a tanti romanzetti anche di buona qualità ma infine sempre quelli, ci impigrisce, come se la narrativa fosse questo e non altro. Poi un bel giorno l’assolutamente altro arriva e restiamo stregati ma anche un poco travolti. E adesso di quest’opera cosa diciamo? L’opera peraltro è di felicissima lettura, la scrittura è molto bella, non affatica il lettore che procede e procede ma vive anche continui stati di smarrimento.

Di cosa parla questa trilogia, cosa racconta? E chi sono i personaggi? Perché qualcosa racconterà e ci saranno dei personaggi di un qualche tipo. Certamente, anche.

Se si racconta si presuppone un certo ordine e anche un certo realismo. Questo sarebbe fuorviante per un’opera che è affascinante perché accidentata, succede e non succede, è e non è. La trilogia non teme di allontanarsi dal realismo, di giocargli brutti scherzi, di far riapparire quello che è imprevedibile, riapre gli orizzonti, non vuole che il lettore stia comodamente seduto in poltrona.

La forma scelta è quella del diario o dei diari, ma nessuno pensi a qualcosa che già è conosciuto e se poi anche qualcuno di voi tiene un diario: ebbene questa è un’altra cosa, anzi parecchie altre cose.

lunedì 5 aprile 2021

Livia e Lalla più interessanti di Elsa

C'era troppa enfasi intorno alla donna del capo. Dovrebbero essere altrettanto valorizzate, se non di più, scrittrici che non siano Elsa Morante, per esempio Livia De Stefani e Lalla Romano, che si sentono poco nominare e hanno scritto almeno due cose davvero interessanti. Mi riferisco al racconto Viaggio di una sconosciuta, del 1963, per fortuna recentemente ristampato da Cliquot, di cui ho parlato (qui http://voltandopagine.blogspot.com/2018/11/una-scrittrice-ingiustamente.html o qui http://voltandopagine.blogspot.com/2019/06/diciottenni-suicide.html), e a Nei mari estremi (Einaudi, Torino 1996). Ma si è parlato anche di loro, soprattutto a suo tempo, direte. Se n'è parlato, ma su di loro è caduto quasi l'oblio, forse perché erano un po' sperimentali, autrici che hanno rischiato qualcosa sulla pagina. Voglio pensare questo piuttosto che sia così perché non hanno sposato Alberto Moravia... Una battuta? Forse. Ma Elsa Morante è una scrittrice decisamente sopravvalutata, vogliamo ammetterlo? Un'autrice che, in un secolo così innovativo come il Novecento, ha riproposto gli schemi tradizionali del romanzo ottocentesco, intrecci melodrammatici e quell'idea, alquanto discutibile, che esistano isole incantate dell'infanzia. Il tema dell'infanzia è molto più convincente in Meneghello, che pubblica Libera nos a Malo negli stessi anni (1963, mentre L'isola di Arturo è del 1957). Se poi vogliamo parlare di dopoguerra e di vittime della Storia, è più profondo La pelle di Malaparte che La Storia di Morante; eppure accanto a Moravia, Pasolini e pochi altri si vede spesso citata Morante, mentre Malaparte, messo ingiustamente all'indice, non viene ricordato. Ma in sostanza Elsa Morante è ancora una scrittrice ottocentesca in pieno Novecento, la quale fa operazioni di retroguardia, mentre per esempio Livia De Stefani e Lalla Romano si portano all'altezza dei tempi.