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lunedì 26 dicembre 2011

Inventio

Singolari invenzioni narrative di Giuseppe Bonaviri, Marosia Castaldi e Antonio Rezza


Da quando la scrittura è diventata una professione borghese, aspirante come tutte le professioni a una retribuzione regolare e possibilmente elevata, la serialità di molta produzione narrativa, segnata dai ritmi incalzanti (e al contempo impiegatizi) dell'industria libraria, ha quasi cancellato la parte più fantasiosa e brillante delle opere: l'inventio, l'inventività, l'idea da cui scaturisce tutto. Un'idea originale è più facile che sorga da qualcosa d'inaspettato anziché su commissione o in obbedienza ai cliché commerciali.
Tuttavia si trovano ancora libri ricchi d'invenzione.
Era il 1969 quando uscì La divina foresta di Giuseppe Bonaviri, favola scritta fra il 1965 e il 1967 e recentemente ristampata da Sellerio (Palermo 2008)
Molti scrittori l'accolsero con entusiasmo, da Caproni a Manganelli a Calvino, che parlò di un'insolita storia naturale.
L'incipit rievoca la nascita della vita e la metamorfosi degli esseri: il protagonista da organismo unicellulare si evolve in pianta di borragine quindi in avvoltoio. Il problema, fin dalle forme più primitive, è il rapporto col mondo, dal momento che egli si pone in atteggiamento interrogativo e dialogante con le altre forme di vita; tutti gli esseri viventi, per parte loro, si rivelano parlanti e filosofanti. Un gruppo eterogeneo di volatili, che fanno amicizia, fonda addirittura una scuola di pensiero su un carrubo in una mitica Sicilia incontaminata. Così scelgono il luogo: "Attratti da certi sparsi riccioli di gravitazione, senza nessuno sforzo ci trovammo in una terra (che poi diventò la mia dimora) coperta di un vasto mare e di foreste infinite in una mutevolezza di scogliere e montagne.