La scorsa estate (agosto 2007) sul “Corriere della sera” si è svolta una polemica fra il critico letterario Giorgio Ficara e lo scrittore Alessandro Piperno circa il romanzo italiano di questi anni, che sta purtroppo voltando le spalle, a detta del critico, alla coraggiosa ricerca formale dell’intero Novecento. I narratori di oggi pare non si confrontino più con il senso della crisi: le strutture narrative paiono insomma persino troppo sicure di sé, tanto da adeguarsi senza alcun dubbio alle convenzioni. Senza che sia necessario estrapolare dal lavoro di Ficara, non è fuor di proposito ricordare alcune opere del primo Novecento, così ricco di proposte e spunti di riflessione. Senza che vi sia fra loro un particolare legame, ho scelto un romanzo incompiuto di Federigo Tozzi, un anti-romanzo di Massimo Bontempelli e un lungo racconto fantastico di Tommaso Landolfi.
Secondo Tozzi, per esempio, “gli effetti sicuri sono all’opposto della forza lirica (…) Ai più interessa un omicidio o un suicidio, ma è egualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe essere quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della strada si sofferma per raccogliere un sasso…” (“Come leggo io”, articolo pubblicato nel 1918, poi in Realtà di ieri e di oggi, Alpes, Milano 1928). A suo avviso può servire una pausa di riflessione e l’occasione di questa sosta gli si presenta nei bozzetti, nei frammenti: “i così detti frammenti lirici (…) sarebbero un segno miserevole se appunto non servissero a una sosta; di cui non si poteva fare a meno.” (“L’acqua fa l’orto”, in Realtà di ieri e di oggi).
Voltando le spalle agli artifici letterari, quel che si cerca è un rapporto più immediato, quasi elementare con la realtà. Di qui la scelta del diario come struttura narrativa, per esempio. Il vecchio narratore onnisciente ha già fatto il suo capitombolo ed è diventato, da dio unico dell’opera, un personaggio in mezzo agli altri, catturato anch’egli dal caos del mondo.