sabato 31 ottobre 2015

Lo strano caso dei romanzi scritti in forma ottocentesca

Potrebbe trattarsi di una mia ossessione, potrebbe darsi che la mia antipatia per la terza persona narrativa contenga qualche aspetto nevrotico. Me ne assumo la responsabilità o l'irresponsabilità, se preferite.
Il fatto ha dell'incredibile per me. Definirlo strano è un eufemismo (ma bisogna avere il riguardo di non urtare la suscettibilità dei conformisti: questa sarebbe la regola generale del quieto vivere da rispettare sempre). 
Non finisce di stupirmi che si continuino a leggere libri che paiono scritti nell'Ottocento con l'obiettivo del fotografo-scienziato-documentarista-sociologo puntato sulla scena da cui il narratore rimane asetticamente escluso, quasi si trovasse in un empireo astratto e irrelato. Questo è l'empireo dei conformisti incontestabili, cioè lo status quo in cui il potere esercita la sua tradizionale pacifica influenza. Determinismo-positivismo come cornice di un potere immodificabile.
I corsi e ricorsi della storia non dovrebbero costituire una novità per nessuno. Perché dunque meravigliarsi del fatto che viviamo in un'epoca di Restaurazione? Gli anni Sessanta e Settanta furono più sbilanciati nel movimento, nell'innovazione, nella contestazione, nel cambiamento, nella sperimentazione e ora ci tocca (ma già da troppo tempo) l'esatto contrario. Non è giunto il momento di cambiare?


Qual è il nocciolo della questione? Il narratore dell'Ottocento crede di sapere; il narratore del Novecento sa di non sapere ed entra nell'universo del racconto con tutta la sua inermità.
In un post precedente (L’orizzonte gnoseologico del positivismo) vedevo in questa scelta letteraria soprattutto ragioni di convenienza, logiche di mercato, il comandamento della semplificazione-omologazione.
Ma va aggiunto che l’orientamento politico retrostante non è di poco conto, non è un elemento così irrilevante!!!

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