Perché
ho voluto cimentarmi nella lettura delle oltre mille pagine degli Increati di Moresco (Mondadori, Milano
2015)? M'interessano gli scritti che parlano di altri regni: catabasi nel regno
dei morti, utopie, alcuni testi di fantascienza. Come spesso accade per i libri
di fantascienza, per le utopie o per le (rare) catabasi, vi si individuano
sottotraccia alcuni lineamenti della nostra società, mascherati, da decifrare.
Questo è uno dei motivi per cui non mi porrò di fronte all'ultimo libro di Moresco
nell'ottica di un inquadramento o di un'opinione estetico-letteraria; m'interessa
bensì considerarlo come segno dei
tempi (elaborazione simbolica del periodo storico in cui stiamo vivendo).
La
realtà infera coglie senza troppi preamboli il narratore protagonista così come
il lettore fin dalle prime pagine. Viene chiaramente esplicitato che il
protagonista è morto e la coltre caliginosa, nebbiosa, piovosa, nevosa che
avvolge tutto si colloca nella tradizione letteraria delle visioni degli
inferi.
Qui
però la veste cupa è double-face, dal
momento che a un certo punto si rivela fatta di sperma centrifugato da forze
cosmiche e, più precisamente, da un
coito collettivo ininterrotto e diffuso ovunque fra morti, risorti e immortali.
La realtà mortale/mortifera è subito contraddetta da numerosi contrappesi
erotici (pioggia e fiume di sperma, neve
seminale, amore imperituro fra i due personaggi principali del
narratore-protagonista e della Pesca, ripetuti ritorni a scene dell'infanzia e
così via) che accompagnano ogni passo della catabasi, quasi per un bisogno
molto intenso (emotivo, affettivo, mentale) di negare il brutto di ciò di cui
si sta parlando. Scheletro teorico del testo (almeno fino a un certo punto) è
l'idea antica, ma tuttora appartenente a diverse religioni orientali, del tempo
circolare: l'eterno ritorno, le reincarnazioni, l'inesistenza della morte. Tutte
le nostre preoccupazioni in materia sono ridicole (su tutto questo la cosa più
normale da farsi è infatti una bella risata: " 'I morti ridono?' 'Sì,
ridono. E' così che accolgono i nuovi morti.' 'Ma perché ridono?' 'Ridono
perché ormai sanno cosa succede dopo. Perché sanno che la morte non c'è, non
c'è mai stata...' " p 17). Nella
vita oltre la morte come nella vita di
prima, di prima della nascita, come durante la nostra vita vivente di corpi
materiali, tutto rimane uguale, pure la presenza dei corpi, la bellezza, la
giovinezza, i sentimenti, il sesso.
Lo stesso
stile dell'opera ricalca lo stile oracolare, oscuro, ambiguo di molti testi
sacri, il quale rimanda ripetutamente al concetto della coincidenza degli
opposti ed è qui come là impregnato di ossimori: la vitamorte, il primadopo,
luci nere, i morti dentro la vita, i vivi dentro la morte ecc. A mo' d'esempio
riporto una dichiarazione dello scrittore Antonio Moresco sulla sua stessa opera,
inserita a p 823, nello stile sapienziale di chi sa qualcosa che altri non
sanno e nello stesso tempo si esprime in modo oscuro (la lunga citazione è
riportata in nota *).