venerdì 30 dicembre 2011

Perché scrivo anch'io delle "lettere a nessuno"?

Perché mi sento inascoltata, i miei inediti ignorati o trattati con indifferenza.
Con i miei articoli e frammenti, gettati come sassi nello stagno del web, spero che si formino delle onde, degli echi che trasmettano messaggi dove non posso arrivare.

Un puma

Racconto inedito di Vincenzo Pardini

Le stagioni hanno rinnegato le antiche consuetudini. Il loro equilibrio si è rotto, spezzato come gli arti di un gigante che non riesce più a percorrere monti, valli e pianure. Prigioniero della sua disgrazia. Pioggia, vento o neve, può così accadere che si riversino su di noi nel momento più inaspettato. Addirittura di primavera. Una notte, il vento, si è abbattuto nella mia contrada divellendo castagni e querce secolari. Il mondo sembrava in bilico. Tornavo a casa il mattino presto, ancora a buio, allorché i fari della macchina illuminarono qualcosa sul ciglio della via; un qualcosa simile, per forma e mole, a un cane Corso. Ma dal ciglio in cui si trovava, balzò su quello opposto, scomparendo tra gli alberi. Volli credere fosse un’illusione creata dal vento, un alternarsi di ombre. Tra le nubi, la Luna andava e veniva come i sussulti di un dolore. A casa trovai la tettoia del loggiato divelta.
M’ero dimenticato del balzo della bestia in mezzo al vento quando, giorni dopo, un uomo del paese mi disse d’aver intravisto un grosso felino, colore rossiccio, nei pressi dei cassonetti dell’immondizia. Ma, in men che non si dica, era schizzato via, la lunga coda inarcata, scomparendo al di là del parapetto. Ricordai, allora, le teste di volpe, gatto e istrice che, durante l’inverno, i miei cani trovavano nelle piane degli oliveti, ancora insanguinate. Nel periodo della neve, lungo la via che scende nel bosco, avevo veduto delle impronte di forma rotonda più larghe di un tacco di scarpone di montagna, inoltrarsi nel folto. Pensavo fossero della lince. Erano invece del grosso felide. Dovetti, quindi, dare credito a ciò che m’aveva detto, d’estate, un amico: d’aver scorto, mentre in macchina risaliva la strada, le zampe posteriori d’un insolito animale dileguarsi nei cespugli. Conversando con un orologiaio, che sapevo essere anche cacciatore, gli dissi che, dalle mie parti, era stato avvistato un grosso felino. Toltosi il monocolo, e smesso di lavorare tra molle e rubini, narrò: “Due anni fa, una notte di maggio, nei pressi della rotonda delle Tre strade, mi sono trovato davanti i fanali della macchina, quello che americani e pellerossa chiamano leone di montagna, ossia il puma. Non credevo ai miei occhi. Se ne andava tranquillo lungo il margine della via maestra, finchè non svoltò nel sentiero dei campi e dei prati. Non ne parlai con nessuno. Chi m’avrebbe creduto?”. Gli raccontai, allora, della mattina del vento e il resto. Tirato un sospiro di sollievo, aggiunse: “Bene, non sono più il solo ad averlo visto”.

Il lazzaretto dei piccioni

Di Mariano Bargellini

Una mattina (era domenica) Isidoro si fermò a guardare i piccioni malati raccoltisi malinconicamente, di loro spontanea volontà, abuliche e rassegnate creature, come d'abitudine, nel loro lazzaretto di largo Cordusio. Tornava a piedi dall'ospedale ortopedico Gaetano Pini; la meta della sua passeggiata era il capolinea del tram di Musocco: in piazza Castello, di faccia alla torre del Filarete. La visita a sua madre chissà perché stamattina aveva avuto il potere di commuoverlo e angosciarlo, tanto che le sue filiali istrionerie, per consolarla e per farsi notare dalle infermiere, in specie da quella giovanissima romena, a un tratto gli erano divenute insostenibili e s'era congedato di furia, senza né ai né bai, con una gran pressa ingiustificata. In piazza del Duomo Isidoro, ricordandosi dell'avventura disgustosa capitatagli quella tale notte, circa una settimana fa, attraversò il sagrato, da portici a portici, imprecando e parandosi la faccia dietro il giornale, tra voli a stormo d'ali pestifere incuranti di sbattere contro l'ostacolo d'una testa, gli sembrava, e corserelle da aia affollata, tra i piedi, al richiamo di un fotografo e verso un gruppo di turisti prontamente individuati dai loro occhietti furbi e vitrei di ghiaccio marrone. Raggiunto l'ingresso della Galleria, invece di percorrerla fino all'arco opposto, cioè l'ingresso da piazza della Scala, e abbandonarsi a pubbliche sghignazzate davanti a certi libri e a certe facce esposte nelle vetrine delle librerie, cambiato programma, volubilmente era entrato nel bar Zucca. Aveva motteggiato con uno dei baristi, ordinandogli un aperitivo sotto il facile enigma d'uno slogan pubblicitario diventato famoso: - Mi dia "Milano città da bere", capo -. Ma poi aveva raffreddato la loro complicità e incrinato un rapporto confidenziale degno di un bar di periferia, basato su ammiccamenti e allusioni, disgustandolo coi suoi ticchi scimmieschi e una rapacità pure scimmiesca nel lavorar di stecchino, ovverossia nell'infilzare, frettoloso e vorace, un'esagerazione di antipasti, vuotandone i due vassoietti e sguarnendone un settore del banco.
In largo Cordusio, come detto, la folla dei piccioni malati l'obbligò a fare una sosta. La statua del Parini e la sottostante esedra, a Isidoro, più che una voliera altissima e monumentale priva di rete metallica e scoperchiata (non già una gabbia, un ospizio per i tetri volatili), a Isidoro, una simile indecorosità, che rivisitava per la prima volta dopo l'auspicio malauguroso, sembrò piuttosto il quadro vivente di un bestiario: una visione emblematica e fatale. Gli dette un'inquietudine strana il quadro, e gli suggerì un presentimento pazzesco: almeno secondo la logica diurna e il calcolo delle probabilità. Temette di riconoscere, in quel consesso di lebbrosi, il suo piccione viaggiatore venuto dall'aldilà o dal Nulla, e da lui rispedito al mittente, scacciato con orrore, la notte che la Lippa era stata uccisa.

Fuori dal margine 2

Chiacchierata sugli esordi di Paolo Gentiluomo, in una sintesi efficace fatta dall’autore stesso

Faccio una rapida ricognizione sul passato: ho sempre scritto di tutto, versi, prose, dialoghi, fin da quando ero ben abbondantemente giovane. All’attivo, tra la fine degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta, molte letture sulla pubblica piazza, una rivista e un gruppo di pronto soccorso poetico con i compagni degli Altri Luoghi - Berisso, Cademartori, Caserza, Drago, Frixione -. Proprio su questa rivista comparivano anche miei testi poetici, mie recensioni teatrali, un romanzo a puntate che non vide la fine, finendo prima la rivista... Insomma, per farla breve, io non ho mai privilegiato una forma di scrittura sull’altra (e per non farmi mancare niente ho fatto musica industriale - Tam Quam Tabula Rasa -, partecipato a spettacoli coreutici - per la coreografa e danzatrice Aline Nari -, allestito spettacoli di varietà patafisici). In tutto questo operare la mia tipologia di espressione più apprezzata è stata evidentemente quella in versi, probabilmente per il fatto di aver partecipato come poeta ai lavori del Gruppo 93.

giovedì 29 dicembre 2011

La mosca di Rousseau

Incipit di un romanzo inedito di Meeten Nasr

Capitolo I

Sera del 1° settembre 1976
Intanto che ne è del progetto di una autobiografia? La risposta che subito mi si affaccia è: primum vivere. Ma andrebbe anche fatta qualche riflessione più seria, senza farsi disturbare dal telefono o dagli amici ma soprattutto senza farsi turbare dalle fobie, dai desideri, dal timore di essere abbandonati. E ciò potrà avvenire solo quando la riflessione stessa diventerà il senso di sé, la compagnia desiderata, l’amante totale.

3 settembre 1976
Ripenso alle varie peripezie e alla crisi che il mese scorso, passato a Londra con Angela (mia attuale compagna) ha generato: lacerazioni, dubbi, regressioni che hanno vanificato ogni tentativo di stabilire fra noi rapporti di affetto e di studio, di aiuto reciproco, almeno. Impossibile reprimere la ripetizione di quei gesti di difesa che alla fine terminavano in un rinnovo di angosciosa instabilità. Inizio così oggi a scriverne su questo quaderno, spero con continuità.

Una poesia di Antonio Satta

Senza titolo

Non sopportava il narratore onnisciente
il finto dandy, l’erudito demente

il gesuita moderno, il letterato manierista
attento deflettore di parole

attuarono rettifiche sottili
quanto al punto di vista.

Ma v’erano congedi e aspettative
affinità e messaggi nell’albergo

sontuoso e funebre, teatro
di giustizia poetica

initiation première. (Quel che egli venera
viene distrutto)

Il doppio fondo della reticenza
l’universale apostasia.

Fuori dal margine

Intervista a Mario Capello, scrittore e consulente editoriale

Mario, nei mesi scorsi ho avuto occasione di leggere il tuo libro Tutto quel vuoto (edizioni Sottovoce 2010), che, seppure presentato in libreria e letto da un certo numero di persone, non mi pare abbia avuto una vera e propria distribuzione. Com’è nata questa edizione e con quali presupposti ideali?

Dunque. Rispondere a questa domanda non è così facile. Sottovoce è, in effetti, un’incarnazione di Eumeswil – una piccola casa editrice di Broni con cui avevo pubblicato il romanzo precedente (I fuochi dell’86 – anch’esso “perduto”). Per motivi legati alle difficoltà di distribuzione, Eumeswil ha cambiato nome tra il 2009 e il 2010. Voices, la collana in cui è uscito (diciamo così) Tutto quel vuoto era curata da Francesco Forlani – grande agit-prop e intellettuale – e anche per questo mi sono convinto a pubblicarvi, nonostante l’esperienza precedente non fosse stata positiva. Poi le cose sono andate come sono andate: il libro è risultato introvabile perché mal distribuito e dunque ha venduto poco o nulla. Il problema della distribuzione, per le piccole case editrici, è una costante, forse irrisolvibile.

mercoledì 28 dicembre 2011

NITA (tm)

Seconda e ultima parte del lungo racconto di Carlo Cenini

T*** B***: “La tecnologia quantistica messa in campo per la realizzazione del gioco SHERWOOD® e, ancora di più, quella sviluppata per creare le condizioni di controllabilità di NITA™ attraverso la sua versione depotenziata DAIMON™ è, non solo dal punto di vista dei materiali utilizzati ma anche dell’estensione e della qualità di memoria coinvolta, senza precedenti, completamente all’avanguardia, il che ci ha esposto a una serie di rischi che diciamo non abbiamo saputo gestire nel modo migliore, almeno fino alla prima fase alpha inoltrata, quando finalmente Little John ha diciamo vuotato il sacco (ma è bene precisare che diversi tester a questo punto avevano già manifestato delle diciamo crepe nel loro equilibrio nervoso, crepe che a quell’altezza nessuno sarebbe stato in grado di far risalire al collaudo del gioco, anzi direi crepe che possiamo percepire solo ora come tali, con il senno del poi, ma che al tempo potevano al più apparire come vezzi o tic) nominando per la prima volta NITA™ (anche se non sono autorizzato, né è al momento pertinente, non sono autorizzato a dire con quale nome di preciso l’abbia nominata), e qui mi scuserete se mi dilungherò un po’, ma per spiegare come sono stati condotti i test è necessaria una digressione sull’organizzazione interna della fabbrica di giocattoli, sui suoi livelli e le sue gerarchie, nonché su alcuni inevitabili difetti del suo (della fabbrica di giocattoli) apparato burocratico che, in questo particolare caso, si sono rivelati essere, ancorché minimi, critici; come se non bastasse, la produzione di SHERWOOD® è stata decisamente travagliata, specie nelle fasi iniziali del progetto, e molte delle persone coinvolte sono state allontanate dopo che ... (omissis) ... ; per cui quando durante i test nella fase alpha Little John ha nominato NITA™ (naturalmente come ripeto non è detto che Little John abbia usato subito il nome Nita, quello è un nome di comodo, una diciamo media onomastica, il nome come ripeto non è sempre e forse non è mai lo stesso ad ogni nuova apparizione ... (omissis) ... ) siamo diciamo caduti dalle più alte nuvole, perché nessuno di noi ovviamente aveva mai sentito parlare di NITA™ (fosse o non fosse quello il nome ... (omissis) ... ).

NITA (tm)

Prima parte di un lungo racconto di Carlo Cenini apparso sul n 55 di Nuova prosa


“perciò creiamo seconde nature, false testimonianze”
Massimo Rizzante, Rapporto dal regno di Fiandra


Guardando le fotografie agli atti del processo, sulle prime uno potrebbe scambiare il laboratorio per il salone di un parrucchiere per signora, questo per via dei grossi caschi e delle poltrone regolabili su cui sono sistemati i tester/vittime (ossia, “tester” ovvero “game-tester” secondo la difesa, “vittime” secondo l’accusa; dato che durante tutto il processo la giuria, per non dare l’impressione di essere già incline a dar ragione all’una o all’altra parte, ha usato la formula “tester/vittime”, tale formula è rimasta tuttora per [evitare di] definire il particolare statuto, legale e/o “lavorativo”, dei soggetti in questione o, secondo bischizzato dal dottor T*** B*** alla fine del processo, “i soggetti in oggetto”); nella fotografia catalogata al n. 14, in particolare, i tester/vittime sembrano solo un gruppo di persone che si fa la permanente, o almeno lo sembrano fino a quando non si notano i ferri chirurgici disposti in bell’ordine sul tavolo operatorio, il tavolo operatorio stesso, l’assenza totale di specchi e cosmetici, i macchinari per la decodifica dei flussi linguistici che escono da ulteriori macchinari che potrebbero essere descritti come sismografi o meglio elettroencefalografi o (e dopotutto forse è quest’ultimo il paragone più azzeccato, anche se sia la difesa che l’accusa, ciascuna per motivi differenti, si sono astenute dall’avanzarlo durante il processo) macchine della verità.

Che più azzurro non si può

Romanzo inedito
Dal capitolo "Verso l'Explò"

Un uomo della Provvidenza era chiamato a salvarci da un altro uomo della Provvidenza. Andando avanti di questo passo dove si voleva arrivare?
La paura cresceva di giorno in giorno. P come paura, P come pensioni. Qui si aspettava il taglio più grosso, la vera mannaia.
"Dobbiamo rimettere in moto Crescita…" diceva il governo tecnico di esperti. Era diventato un nome proprio Crescita, ne parlavano come di una persona, la signora Crescita in sedia a rotelle da rimettere in movimento. Lazzaro, al confronto, non aveva goduto di così tante attenzioni…
Il Patron de' Paperoni, dietro le quinte, dava utili consigli, faceva ora il grande suggeritore e soprattutto ripeteva: "Guai a toccare i grandi patrimoni! Fine! Rovina! Fulmini e saette!"
Ragazzi, non ci crederà nessuno, ma nel 2012 altroché fine del mondo… dovevamo vedere il mondo ringiovanire: i vecchietti in rivolta con i giovani e tutti a rifare un'altra società, molto più bella e giusta.

Blitz di "guerrilla intellettuale"

La primavera scorsa, stagione ricca di fermenti e di germogli d'idee, tra le altre cose fu coniata l'espressione "guerrilla intellettuale". Come m'immagino un atto di "guerrilla intellettuale"? Immagino, per esempio, un blitz di scriventi anonimi e indomiti che irrompono inaspettati durante una sfilata di scrittori e si mettono a leggere un brano (se riescono, più di uno) bizzarro e inaspettato.
Lo spazio degli interventi del pubblico in epoca di videocrazia, si è progressivamente ridotto e le possibilità di risposta-interazione durante le presentazioni e le letture quasi annullato. Il pubblico è dato per scontato che sia muto, acquiescente fruitore, consumatore. Per cui, anche nel caso piuttosto raro che il brano letto dai letterati ribelli fosse di scarsa qualità, varrebbe il gesto eversivo di porsi in alternativa rispetto a formule già molto codificate e ritualizzate.