Intervista all’autore, Antonio Danise
RS
Perché mettere al centro di un romanzo l’io narrante mentre scrive, non,
beninteso, l’autobiografia dell’autore, bensì l’interrogarsi del narratore
intorno alla scrittura, alla necessità di romanzare la vita? Una citazione:
“Sto parlando da anni a me stesso, e solo a me stesso. La testa in ebollizione
e, a volte, non mi comprendo nemmeno, non ricordo chi sono stato. Il passato un
vuoto in cui rischio di perdermi, di sprofondare…” (Antonio Danise, Tango a
Porto, Qed 2025, pp 18-19): da questo frammento sarebbe il desiderio di
conoscersi che spinge a prendere la penna… Altra citazione, questa volta
collocata a fine romanzo, che batte sullo stesso tasto con una lieve variazione:
“La persona che oggi sta scrivendo non è la stessa di quella che ho conosciuto,
o pensavo di conoscere, in altri momenti.” (pag 100). La difficoltà a conoscere
un io sempre mutevole viene confermata in più punti e toglie la terra sotto i
piedi alla scrittura, sembrerebbe…
AD
La metanarrativa è un tema che mi affascina. L’interrogarsi di un narratore sul
senso della scrittura, l’antitesi tra verità e finzione, la consapevolezza che
la realtà si manifesta in tanti modi per quanti sono i soggetti che la
percepiscono, la considerazione che non è mai univoca, bensì plurisfaccettata.
Il
tentativo di rappresentare la realtà non genera risultati esaurienti, né
soddisfacenti. Non è produttivo di una verità oggettiva o in qualche modo
attendibile, dal momento che si presenta ogni volta sotto aspetti cangianti. In
definitiva, per quanti sforzi un autore possa compiere, la scrittura non può
mai dar conto della realtà nel suo complesso.
Sono
tematiche che da sempre mi piace esplorare e che ho provato a narrativizzare in
Tango a Porto.
Il
professore, protagonista del romanzo, scrive per cercare una via di fuga dalla
realtà problematica, per scappare da un oceano di solitudine. Allo stesso
tempo, la scrittura è uno strumento di conservazione della memoria, che serve a
fissare dei momenti che altrimenti rischierebbero di scomparire per sempre. È
un modo per ricostruire un passato, partendo da avvenimenti realmente accaduti,
e da altri solo sognati, da speranze, da illusioni e altri eventi che non
necessariamente hanno fatto parte della vita vissuta.
Tango
a Porto è un lavoro sull’importanza della scrittura, uno
strumento che fa prendere coscienza dei cambiamenti che avvengono, delle varie
personalità che si assumono nel corso di un’esistenza.
La
lettura del libro di Lobo Antunes fa sprofondare il narratore nel caos del
passato, nel labirinto della memoria, nel caleidoscopio dei ricordi, alla
ricerca di un’identità che sembra non si sia mai palesata, che non è mai stata
chiara, netta, inequivoca.
Nel
romanzo dell’autore portoghese tutto avviene contemporaneamente, in un eterno
presente, senza distinzioni temporali.
Le
descrizioni degli eventi si sovrappongono, i ricordi si accavallano, le voci
generano una polifonia intricata. Mi sono cimentato anch’io in questo azzardo.
Ho provato, cioè, a rendere una simultaneità che cercasse di prescindere dall’avvicendamento
degli avvenimenti narrati, senza tenere in considerazione la sequenza
cronologica dei fatti.
La
narrazione si sviluppa o, piuttosto, si avviluppa, in un’atmosfera onirica,
tanto che c’è poca chiarezza quanto alla cronologia degli eventi narrati e allo
svolgimento dei fatti, essenzialmente perché non ci sono azioni nel romanzo, se
non minime e per lo più nella mente dell’io narrante, come è naturale che sia
quando a prevalere sono i sogni o i ricordi.
Qual
è il tempo della scrittura? In che momento è avvenuto l’arrivo, la prima volta,
a Porto? Quando la malattia della moglie?
Prima
di cosa?
Non
c’è modo di trovare risposte a questi e ad altri dubbi che sorgono nel corso
della lettura. Non è possibile impiegare le consuete categorie della logica
nell’affrontare questo romanzo. L’approccio al testo non può avere nulla di
razionale, perché c’è poco di logico e consequenziale nei sogni, o nei ricordi
che si riaffacciano ogni volta senza un ordine.
Tutto
si compie all’interno della scrittura, che prende vita attraverso la
rievocazione dei ricordi. Non c’è altro al di fuori della scrittura. Non sembra
esserci una realtà se non dentro una memoria scomposta. Il narratore scrive per
ricostruire la propria vita, attraverso il racconto dei ricordi, così come si
vanno affacciando nella mente.
Una
delle caratteristiche di questo romanzo è proprio il lavoro sul processo di
scrittura. Un metodo presente anche nei miei precedenti scritti. La funzione
della scrittura come strumento di conservazione dei ricordi, ma anche come
esercizio terapeutico, di scandaglio interiore. Un mezzo per inventare mondi,
un modo per provare a scappare dalla solitudine.
L’io
narrante fondamentalmente è un uomo solo. Scrive per creare mondi, per
inventare universi paralleli dove provare a vivere. Il narratore di Tango a
Porto a un certo punto si spinge a dire che “La scrittura, questo tipo di
scrittura, per me è un esercizio terapeutico”.
Mano
a mano che si procede nella lettura, Tango a Porto si evidenzia sempre
più come un tentativo, pur necessario, da parte del narratore, di trovare un
modo per raccontare una storia che, tuttavia, stenta a emergere.
Ci
sono pochi punti fermi nel romanzo. Porto, Sofia, il lavoro di Lobo Antunes, un
romanzo da scrivere, il passato del narratore, che appare più immaginato che
reale.
Dal
punto di vista strutturale si tratta di un romanzo nel romanzo. Una narrazione
che ha come oggetto proprio l’atto della scrittura. Il narratore infatti fa
spesso riferimento al metodo di lavoro, alle difficoltà della scrittura, ai
problemi nello sviluppo della trama.
Questi
problemi emergono anche nel momento in cui si trova a dover preparare
l’intervento per il convegno a Porto, partendo dal romanzo di Lobo Antunes La
morte di Carlos Gardel.
In
realtà, il romanzo dello scrittore portoghese è poco più che un semplice
pretesto. Partendo da quel romanzo ho immaginato una storia, più storie, che in
qualche modo ho cercato di fondere in un unico racconto.
Una
delle cose che più mi ha divertito e soddisfatto è stato sperimentare un modo
di scrivere che richiama in alcune pagine, fatte le debite differenze, lo stile
di Lobo Antunes, e riportare allo stesso tempo su carta i ricordi di un viaggio
fatto a Porto.
In
aggiunta, vi sono le riflessioni sull’esistenza, le ossessioni per la
scrittura, i continui dialoghi del narratore con i lettori, oltre ai tormenti
sentimentali per una donna vagamente delineata.
L’intertestualità
è un’altra caratteristica del romanzo. Il dialogo, cioè, tra libri, tra le
opere di altri autori. I libri si parlano, si corrispondono, entrano in
relazione.
Tango
a Porto è strettamente connesso con La morte di Carlos
Gardel, al punto che António Lobo Antunes, insieme al suo romanzo, può
essere considerato un vero e proprio personaggio. Il romanzo di Lobo Antunes si
interseca con la storia di Tango a Porto, i due racconti a volte si
incontrano, le loro strade si intrecciano, percorrono un tratto insieme, poi si
allontanano, si perdono e si ritrovano continuamente. Proprio come i ballerini
di un tango.
C’è
un confronto continuo fra i testi. Il professore, nel tentativo di preparare
l’intervento per il convegno, fa spesso riferimento all’autore portoghese,
illustrando il suo metodo di scrittura che non ha eguali nella letteratura
contemporanea.
La
realtà è mutevole, appare sempre sotto varie forme. Se ne avvede anche il
narratore/protagonista nel momento in cui prova a riportarla. In questo c’è
senz’altro un’eco della poetica di Fernando Pessoa, con particolare riferimento
alla presenza nei suoi lavori di numerosi eteronomi, veri e propri autori nati
dalla penna del poeta, ma che hanno ciascuno una propria identità, una propria
autonomia, a significare una realtà che può essere esaminata da più punti di
vista, e che presenta svariate forme e differenti aspetti, a seconda di chi la
esperisce.
In
Tango a Porto, oltre al romanzo di Lobo Antunes, ci sono riferimenti ad
alcuni progetti di scrittura che il narratore ha intenzione di realizzare. Uno
su un mago, e un altro che vorrebbe intitolare Forse. Tentativi che
naufragano miseramente per poco impegno e scarsa determinazione. C’è poi la
relazione, da presentare al convegno di studi a Porto, che stenta a emergere.
Infine c’è il romanzo che dovrebbe avere come protagonista Sofia, che però non
riesce a prendere forma.
Anche
la scrittura diventa così un’ossessione per il professore, che esce sempre più
frustrato da questa sequenza di prove fallimentari. Le ossessioni diventano
anche ossessioni erotiche quando si ritrova a pensare a Sofia, fino ad assumere
la forma di disordini mentali, tanto che la figura femminile sembra più un
fantasma d’amore che una donna reale.
L’esperienza
di Porto e le vicende personali hanno segnato la vita del narratore che, dopo
quel viaggio, non sarà più lo stesso di prima. È costantemente dibattuto fra il
passato e il presente, tra ciò che c’è stato e che non è più. Sempre su un
crinale fra abbandonare Sofia e il desiderio di chiarirsi, di incontrarla, di
trovarla davvero. Combattuto tra il dolore per averla persa e, allo stesso
tempo, il piacere di essersene liberato. Le riflessioni sul suo passato si
trasformano, infine, in vere e proprie inquietudini, per usare un termine caro
a Pessoa, che sanciscono l’impossibilità di conciliare la passione per la
scrittura e l’amore per Sofia.
Tuttavia,
sente che deve ancora scrivere di lei. Questa la conclusione a cui giunge,
altrimenti tutto sarà destinato a finire.
Produce
brani di un racconto, ritornando a momenti di passione con Sofia, solo che è
costantemente insoddisfatto di ciò che scrive.
Non
si riconosce più nemmeno in ciò che è stato, si sente una persona del tutto
diversa rispetto a quella che conosceva.
Cosa
è successo? Quale la causa che ha determinato questo cambiamento? Forse non è
chiaramente esplicitata, però qualche effetto devono averlo prodotto i problemi
di salute della moglie, il nodo della figlia, il rapporto con l’opera di
António Lobo Antunes, la storia con Sofia, e un ruolo l’avrà avuto senz’altro
anche quel romanzo che non è riuscito a portare a termine.
Lo
stile di Tango a Porto, in alcune parti, si rifà a quello di Lobo
Antunes. I romanzi dell’autore portoghese si caratterizzano per la polifonia
delle voci narranti. Un evento viene narrato contemporaneamente così come viene
osservato da differenti punti di vista, da quelli dei personaggi che
partecipano all’azione. Vi è quindi una frammentazione del punto di vista e chi
legge è chiamato a collaborare, attraverso un lavoro di ricomposizione dei
fatti narrati, come per mettere insieme le tessere di un puzzle.
La
polifonia di Lobo Antunes e la moltitudine di voci, in Tango a Porto
vengono sostituite dalla monodia. Nel testo vi è una sola voce narrante, e il
romanzo appare come un ossessivo monologo interiore. Compito del lettore, anche
in questo caso, è provare ad aggregare i frammenti presenti qua e là tra le
pagine per ricostruire la storia.
RS
La questione filosofica, trasmessaci dal Novecento (il nostro secolo padre e
fratello, perché non lo abbiamo superato), inerente alla difficoltà, forse
impossibilità, di una conoscenza piena, positivista, di cose e persone, innerva
ogni parte di questo romanzo. Questo libro è come un calice di vino posato su
uno scaffale di filosofia? (potremmo usare quest’espressione?)
AD
Molte delle problematiche sorte nel clima culturale e filosofico al principio
del Novecento, e che hanno condizionato gran parte del XX secolo, sono presenti
in Tango a Porto. Anche La morte di Carlos Gardel, ultimo romanzo
di una trilogia, benché pubblicato nel 1994, cioè al tramonto del secolo, può
rientrare in questo contesto.
Probabilmente
Italo Svevo, con il protagonista di La coscienza di Zeno, si è
affacciato da un lontano passato bussando alla porta della mia mente nel
momento in cui ho cominciato a scrivere il romanzo. Di certo anche altri autori
hanno esercitato un’influenza su di me. Penso, ad esempio, a Pirandello, a
Joyce, a Beckett ma, per certi versi, e per rimanere in ambito lusofono, anche
a Pessoa.
Autori
che hanno esplorato il tema dell’inettitudine, dell’inadeguatezza esistenziale,
dell’inquietudine, della frammentazione dell’io, che hanno dato un’impronta
importante, anche attraverso lo strumento del monologo interiore, al romanzo
del Novecento.
In
Tango a Porto, il narratore si interroga sulla scrittura, su sé stesso,
su ciò che può e non può conoscere. C’è l’impossibilità di giungere a una
verità oggettiva, di sapere chi si è, e tuttavia chi racconta avverte la
necessità di insistere, di continuare a porsi domande sulla propria identità.
L’illusione di poter trovare una risposta nella scrittura spinge il
protagonista a proseguire, anche a costo di comunicare l’impossibilità di
comunicare, o la volontà di non comunicare. Il professore studia Lobo Antunes,
cerca di capire La morte di Carlos Gardel, si guarda scrivere ma senza
riuscire a produrre qualcosa di soddisfacente. In Tango a Porto si
ripresentano i dubbi, le crisi, le domande che hanno attraversato il Novecento
e che non hanno ancora trovato risposte. Così, ogni volta che il professore
riprende a scrivere, si ritrova in quel secolo, a soffrire le stesse crisi, a
porsi le stesse domande, continuando a coltivare illusioni e a nutrire speranze
di trovare risposte.
RS
Una domanda necessaria su Antunes. Perché il libro scelto come riferimento di
tanti ragionamenti della voce narrante è La morte di Carlos Gardel? Si
accenna a pag 28 che dentro quel romanzo sarebbe contenuta anche la storia del
narratore: dobbiamo credere a questo breve accenno o forse è detto in senso
generale?
AD
Negli anni dell’università mi sono avvicinato alla cultura dei paesi di lingua
portoghese. Col tempo ho sviluppato una vera e propria passione, in modo
particolare per la musica e la letteratura lusofone. Innanzitutto ho amato José
Saramago e la sua scrittura. Più tardi ho scoperto António Lobo Antunes. Mi ha
affascinato fin da subito il suo modo di scrivere, del tutto personale. Oggi
posso dire che è uno degli autori che più mi hanno segnato.
La
scelta di fare ricorso a La morte di Carlos Gardel per il mio romanzo è
dovuta semplicemente al fatto che mentre rileggevo quel libro mi era venuta
l’idea di scrivere una storia che, partendo da quel romanzo, mi consentisse di
utilizzare alcuni appunti presi durante un viaggio a Porto, rimasti a lungo in
uno stato di attesa, pronti a ripresentarsi alla prima occasione utile.
Tango
a Porto deve molto al romanzo di Lobo Antunes. Il narratore
di Tango a Porto, che vorrebbe scrivere un romanzo, attinge a piene mani
dal testo dell’autore portoghese, ma potrei dire anche da tutta la sua opera,
tanto da rischiare di confondere la realtà, quella che egli vive, con quella
descritta nel romanzo di Lobo Antunes. L’ambientazione di alcune scene in un
ospedale, con riferimenti propri del luogo. La presenza di una moglie, e l’idea
di una figlia, con i relativi sviluppi, sia pur divergenti nei due testi.
L’affiorare e l’emergere dei ricordi, il disvelamento della memoria. La descrizione
di una città portoghese, come ambientazione di fondo. C’è, poi, la
schizofrenia, lo sdoppiamento della personalità, la frammentazione dell’io,
l’indagine approfondita dell’identità, la necessità di recuperare il passato, i
ricordi che si fanno presente.
Quanto
all’aspetto strutturale penso alla ripetizione ossessiva di certe frasi. Non
solo, quindi, elementi connessi alla trama, ma anche aspetti più propriamente
formali.
Sono
temi ripresi dalla produzione letteraria dell’autore portoghese e, in questo
senso, si può affermare che il narratore di Tango a Porto, nel romanzo La
morte di Carlos Gardel, ritrova lacerti della propria vita.
Ovviamente,
anch’io, che ho scritto il romanzo, devo molto a Lobo Antunes, tanto che Tango
a Porto oltre che un omaggio alla scrittura in sé, può essere considerato
un atto d’amore nei confronti dello stile e del modo di scrivere di António
Lobo Antunes.
RS
Antunes disse in un’intervista: “Io non racconto, io scrivo.” Non è la trama al
centro di ogni romanzo, è lo stile. Si potrebbe scrivere un romanzo persino sul
nulla, o quasi? È questo che l’autore ha voluto dimostrare?
AD
Esiste un’ampia letteratura sul nulla. Mi viene in mente la Guida al nulla
di Jaroslav Hašek. Andando avanti e indietro nel tempo mi piace citare Claudio
Magris allorché fa riferimento al progetto di Flaubert di scrivere “un libro su
niente, un libro senza appigli esteriori, che si tenga su da solo per la forza
intrinseca dello stile”. Sergio Givone ha scritto una Storia del nulla.
Sartre il saggio dal titolo L’essere e il nulla. Beckett, uno dei miei
autori di riferimento, ha scritto una serie di prose brevi con titolo Testi
per nulla. Il nulla, il tentativo di scrivere di niente, e sul niente, di
continuare a farlo prescindendo dal racconto di una storia, sono sfide a cui mi
sottopongo intenzionalmente e che mi piace sostenere. Consentitemi qualche
autocitazione. A proposito del mio precedente romanzo, La signorina Maria,
un lettore si domandava come avessi potuto scrivere un romanzo di oltre
duecento pagine senza dire nulla, che non so se è la stessa cosa che scrivere
un romanzo sul nulla, ma comunque c’è sempre il nulla di mezzo. In un altro mio
scritto il narratore dice che il nulla lo sa descrivere proprio bene, e che
sarebbe capace di farlo per pagine e pagine, perché è mondo anche quel nulla.
Penso
che si sia raccontato pressoché tutto ormai, che siano pochi gli argomenti
ancora non trattati, dopo secoli di letteratura e di arte. A tal proposito,
negli anni ‘60 si è parlato di fine del romanzo. Umberto Eco ha introdotto il
concetto di opera aperta. Questo modo di concepire l’arte prevede la
partecipazione del lettore alla ricostruzione di un’opera. Il lettore diventa
così un elemento fondamentale dell’opera, ha il compito di scegliere il modo in
cui decifrare ciò che legge, facendosi parte attiva nella creazione.
Si
tratta della stessa collaborazione che viene richiesta al lettore che si
appresti a leggere Lobo Antunes, perché possa ricomporre il mosaico della
narrazione che l’autore portoghese espone in modo del tutto scomposto nei suoi
romanzi.
In
Tango a Porto in più occasioni l’autore/narratore si rivolge
direttamente al lettore, cercando di coinvolgerlo e di farlo entrare nell’universo
finzionale, per avere un sostegno concreto e, in un caso, chiede aiuto per
continuare persino allo stesso Carlos Gardel, personaggio del romanzo di Lobo
Antunes, mentre altrove si rivolge anche a Sofia per reclamare un intervento
risolutore.
Anni
di letture mi hanno portato a formarmi una personale convinzione riguardo al
contenuto di un testo. La trama, per me, molto spesso passa in secondo piano
rispetto alla forma. Non sto dicendo che non debba esistere una storia, ma non
è la prima cosa a cui penso. Mi interessa di più il modo in cui raccontare una
storia e di conseguenza diventa naturale, quando scrivo, riporre più attenzione
allo stile, all’aspetto formale, alla lingua utilizzata.
Nonostante
nel romanzo sia presente, ancorché esile, un abbozzo di trama, alla base di
tutto c’è un narratore che, più che narrare storie, colleziona prove
assolutamente fallimentari, che non vanno a buon fine, che non raggiungono lo
scopo desiderato. Il protagonista insiste a porsi interrogativi a cui non
riesce a dare risposte. C’è un punto nel romanzo in cui persevera
ossessivamente a rivolgersi domande sul passato, sulla sua reale identità, ma
rimane continuamente invischiato in esplorazioni introspettive del tutto infruttuose,
senza trovare una via d’uscita.
Sofia,
l’esperienza a Porto, la speranza che il protagonista ripone in un futuro in
Portogallo, la lettura di Lobo Antunes, l’elaborazione di un romanzo, tutti
questi elementi possono apparire come inviti a non rassegnarsi a derive
narcisistiche, esortazioni a evitare ripiegamenti su sé stesso, tentativi di
rompere con i propri limiti, con le continue ossessioni. Tuttavia, a causa dell’inquietudine
in cui si ritrova a vivere, alla lunga rimangono solo desideri insoddisfatti,
irrealizzati e forse anche irrealizzabili.
Cosa
dire ancora di Tango a Porto? Cos’altro aggiungere? Come si può parlare
di questo romanzo se non affermando l’impossibilità di dire qualcosa?
C’è
qualcuno che racconta, per lo più cose scollegate dalla realtà, vicende del
passato, di un passato non chiaro quanto distante dal qui e ora. Non c’è
salvezza per il protagonista al di fuori della scrittura. La memoria non
riporta ricordi utili ad affrancarlo dalla situazione che vive. Vorrebbe
utilizzare i ricordi per ripartire, per ricostruire una nuova vita, ma anche
questo si rivela uno sforzo senza esito.
Non
c’è una storia con un inizio, uno sviluppo e una conclusione. Sembra un salto
nel vuoto. Al di là della scarna trama c’è solo un modo di scrivere. La
scrittura, alla fine, si rivela come uno strumento di evasione.
Tango
a Porto è un romanzo ad andamento circolare, ricomincia
dalla fine, dove c’è un uomo, solo, che si ritrova a riflettere di fronte
all’immensità dell’oceano.
Firenze,
marzo 2026
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