martedì 25 marzo 2025

Renitente alla leva dei romanzieri (convenzionali): Gherardo Bortolotti

Tecniche di basso livello (Gherardo Bortolotti, Lavieri, Caserta 2009): un titolo che, fra le altre cose, potrebbe alludere al "mestiere" di scrivere. Quali sono queste tecniche? Narrative forse?

Si procede per frammenti dall'ordine scomposto, i cui numeri di riferimento non si presentano consequenziali: primo atto d'insubordinazione verso la trama. Si nota subito anche l'anomalia dei personaggi. I nomi propri iniziano con la lettera minuscola, sono nomi che potrebbero appartenere a robot e risentono di un'impronta seriale, omologata. L'uomo di Marcuse, schiacciato su un'unica dimensione e condannato a una passività appena pensierosa, abita queste pagine. L'orizzonte culturale appare circoscritto da proposte dell'industria musicale e cinematografica o, per meglio dire, legate alla produzione televisiva, alla pubblicità e alle serie, che pervadono ogni angolo della coscienza e finiscono per dissolvere ogni tentativo di pensiero autonomo e critico: "Impegnati in trame minori…", "abituati al ruolo di comparsa…" si trova scritto, "ci eravamo allontanati dai telegiornali, dalla lettura dei quotidiani, perché la realtà era un genere sclerotizzato, una nicchia di mercato sempre più ristretta e lasciata agli addetti ai lavori." (pag 17); "Lontani dagli abusi sui clandestini, seguivamo le vicende della nostra serie preferita e ci preparavamo a esprimere opinioni in merito al giorno d'oggi..." (pag 63); "La distanza tra lo stato delle cose e la curva dei nostri progetti aumentavano il senso di una conclusione incongrua (…) Senza morali da trarre, guardavamo il telegiornale, affascinati dalle immagini in movimento." (pag 69).

Ritmi televisivi e abitudini sonnolente a parte, la dimensione attiva della vita è impegnata nel lavoro, non gratificante ma, a inizio anni 2000, ancora in grado di infondere una sensazione di stabilità e sicurezza. Il Giano bifronte della condizione di lavoratori che riescono persino a elevarsi a un discreto benessere è ben espresso da frasi contrapposte come: "Le villette a schiera, i quartieri periferici ci parlavano di un benessere continuo, di una forma socialdemocratica di eternità." (pag 11); "A vantaggio di un futuro altrui, accettava l'orrore della sveglia e l'allucinazione del salario, e rimandava alle ore della sera l'occasione di pensare e di sentirsi vivo." (pag 54). Queste ultime tre righe riescono a rendere in una sintesi efficace quanta parte della vita ci venga sottratta dal lavoro, quanto di noi sia sottoposto alle dure leggi del capitale. 

Tuttavia il lavoratore dei giorni nostri è anche e soprattutto un consumatore:; "L'accessibilità della merce appariva come la controparte di un accordo rispettabile. Le campagne promozionali in corso ci procuravano una serenità più generale, quasi oggettiva." (pag 13) "Dall'attesa della morte, ci distraevano le pubblicità delle agenzie di viaggio. Come robot buoni, ci incamminavamo dentro lunghi vicoli ciechi…" (pag 53). Si subisce il fascino di "modelli di vita diffusi dal marketing di un prodotto di consumo (un dopobarba, un'automobile…)" (pag 61). E nel riferimento al dopobarba non possiamo non cogliere un richiamo all'Aldo Nove di Woobinda e del bagnoschiuma Vidal (Castelvecchi, Roma 1996). A inizio 2000 si viveva ancora nell'atmosfera degli anni Novanta in cui perduravano, indisturbate, le esigenze pervasive e ottundenti della società dei consumi.

Benché la potenza di Eros, cieca, arcaica, sia l’argomento principale di Romanzetto estivo (Tic edizioni, Roma 2021), ben lontano quindi dai desideri indotti artificialmente dalle esigenze di mercato e governabilità presenti nelle Tecniche, persino in questa raccolta di poesie, o prose poetiche, talvolta affiora l’immancabile effetto di straniamento del personaggio che, in un modo o nell’altro, sente di non avere in mano il suo destino: “… quello che mi /accade davvero accade sempre altrove… “ (pag 52).

In Tutte le camere d'albergo del mondo (Hopefulmonster, Torino 2022) si configura un orizzonte meno deterministico. Cosa rimane della costruzione di Tecniche di basso livello? Accanto a ciascun titolo di capitolo troviamo dei numeri, numeri un po' ambigui che non è chiaro che cosa indichino: il primo numero di capitolo per esempio, anziché 1, è 1002. Ve ne sono alcuni consecutivi ma a un certo punto si passa dal 1035 al 1040 oppure dal 1057 al 1065. L'osservazione più banale è che i numeri dei capitoli corrispondano a numeri di camera e che dimostrino semplicemente che alcune camere sono occupate, altre no. Ma l'arbitrio numerico potrebbe anche significare che certi capitoli sono rimasti mentre altri sono stati espunti dal capriccio dell'autore. Qualcosa manca, insomma, qualcosa di vistoso che rimanda a una forte volontà di elisione, di cancellazione. E in effetti anche le trame imbastite per ogni stanza sono stralci di vita di persone che appena s'intravedono, di cui non si conosce il passato e che non si sa cosa andranno a fare.

domenica 23 febbraio 2025

Il male oscuro

Il male oscuro (Rizzoli, Milano 1964) di Giuseppe Berto rappresenta uno degli esperimenti romanzeschi più riusciti degli anni Sessanta. L'autore si concede di lasciarsi andare a un flusso ininterrotto quasi senza punteggiatura sul suo stato d'ansia solo parzialmente spiegabile. Mentre si può riscontrare, a distanza dall'effetto sorpresa del 1963, un certo manierismo in alcuni romanzi dei Novissimi, constatiamo la piena ragion d'essere e modernità del Male oscuro. Il legame con Svevo è dichiarato a pag 314 dell'edizione Neri Pozza (Vicenza 2016). Ma è presente già nel riferimento al nome Augusta per la figlia (moglie di Zeno nella Coscienza) e, per esempio, nel gioco con sé stesso che fa il protagonista di Berto nel rimandare a più riprese la stesura del quarto capitolo della sua opera, così come Zeno rimandava continuamente il momento in cui avrebbe smesso di fumare. "... il capolavoro per dirla francamente era una specie di gioco a rimpiattino tra me e le mie disgrazie, ossia tre capitoli bene o male ero riuscito a scriverli e forse neanche tanto male ma poi la faccenda era rimasta lì ed era anche del tutto improbabile che andasse avanti inquantoché della speranza di andare avanti io avevo bisogno come della salute con la quale in fin dei conti era tutta una cosa..." (pag 317). Giocare a nascondino con le proprie tentazioni (la sigaretta) o illusioni (il capolavoro)... Giuseppe Berto capisce che sia Zeno sia il suo personaggio prendono in giro sé stessi, che la loro nevrosi li prende in giro, quindi occorre cercare una cura. I malati meglio avviati sulla strada della guarigione sono senz'altro quelli curiosi nei confronti dei loro malesseri.

Solo che proprio quando le cose sembrano essersi messe a posto, il protagonista del Male oscuro acquisisce fiducia in sé stesso e persino il suo analista lo congeda dicendogli che è guarito, la vita gli fa uno sgambetto, lo mette alla prova con un'inattesa separazione della moglie e lui riprecipita in uno stato di debolezza. Troppo facile un lieto fine.


lunedì 5 agosto 2024

Un esperimento di fabbrica-laboratorio sociale: GKN

Seconda parte del Cammino dell’acqua

Da un certo punto in poi il Cammino dell’acqua dell’associazione culturale Repubblica nomade si trasforma in una marcia di solidarietà alla GKN di Campi Bisenzio. Il percorso attraverso le terre romagnole e toscane che furono alluvionate nella primavera e nell’autunno 2023, fra il 16 e il 29 giugno di quest’anno non è mai stato una flânerie anzi il contrario, per motivi organizzativi e d’impulso attivista; diventa comunque decisamente più arduo sull’appennino tosco-emiliano, soprattutto per motivi climatici. Un sorprendente nubifragio contrassegnato da allarme meteo si abbatte anche sui camminanti, ma non impedisce la continuazione a un drappello dei più determinati. Passata la burrasca, in prossimità dell’arrivo, il gruppo si ricompatta e si amplia. Vi si aggiungono altre e altri solidali con la lotta degli occupanti e si arriva davanti ai cancelli la mattina del 29 giugno.

Dal 18 maggio gli ex operai avevano iniziato una tendata di protesta sotto la Regione, in quanto da sei mesi erano stati lasciati senza stipendio né ammortizzatori sociali, sempre in attesa di risposte chiare a domande semplici. La tendata è poi durata 35 giorni con 13 giorni di sciopero della fame. In tutti questi anni ai lavoratori non sono mancate la forza di volontà, l’inventiva, la determinazione. Ben presto, a breve distanza da quel 9 luglio 2021, da quando tutti i 500 lavoratori GKN si ritrovarono licenziati dal fondo britannico Melrose con un semplice sms, insieme con ingegneri ed economisti solidali si iniziò a pensare a un piano di reindustrializzazione dal basso: così leggiamo nel libro di Valentina Baronti (una degli attivisti di supporto esterno), La fabbrica dei sogni, che ripercorre con chiarezza le varie tappe di un percorso complesso e accidentato. Si cercò di allargare l’orizzonte e di coinvolgere nella lotta il maggior numero di soggetti possibile. Questa era una pratica già nota agli operai molto sindacalizzati della fabbrica ex Fiat (il colosso GKN aveva rilevato il complesso dalla Fiat negli anni ’90, un colosso aveva inglobato un altro colosso); in seguito continuò a essere utilizzata e incrementata con sempre nuove trovate, per l’esigenza di tener viva l’attenzione su una questione anno dopo anno mai risolta. Un’intera comunità “ora è chiamata a farsi intelligenza collettiva, per uscire dal calcolo solito con cui si chiudono le fabbriche: un ammortizzatore sociale che serve solo a coprire, con soldi pubblici, la fuga della multinazionale o del fondo finanziario, la nomina di un advisor che deve trovare un reindustrializzatore, che però non arriverà mai e piano piano la vertenza si spegne, i lavoratori si licenziano alla spicciolata, lo stabilimento si svuota e rimane uno scheletro industriale su cui avviare una speculazione edilizia”: osserva Valentina Baronti (cit., pag 40). Del resto, si trova scritto poco più avanti, “quando ti compra un fondo finanziario, lo sai che prima o poi chiudi. Comprano per ristrutturare, dicono loro, che in realtà vuol dire licenziare e poi rivendere, guadagnando in borsa”. GKN fu acquistata dal fondo Melrose nel 2018; non si dovette attendere molto perché si concretizzasse ciò che un po’ si temeva fin dall’inizio. Diverse volte, fra il 2021 e la fine del 2023, i giornali cantarono vittoria annunciando una svolta decisiva a favore dei lavoratori, ma le speranze vennero puntualmente frustrate. Si rispose cercando di lanciare la palla sempre più lontano: fu organizzato, anche con l’apporto di sindacati e associazioni straniere, un Festival di letteratura working class a inizio aprile 2023, cui perfino il regista Ken Loach fece pervenire un forte messaggio di sostegno; nello stesso anno si promosse una consultazione popolare e si raccolsero 17000 firme che esprimevano il desiderio di una fabbrica pubblica e aperta alla società. Tanti giovani di diverse associazioni, fra cui Fridays for future, manifestano per un nuovo tipo di fabbrica che vuole avviare una produzione sostenibile. Scrive un autore fra i partecipanti al Festival di letteratura working class: “Siamo le seconde generazioni della classe operaia. Spesso siamo i primi in famiglia che sono andati all’università. Scriviamo sulle spalle dei nostri vecchi, a volte con un inquietante senso di colpa, pensando ai sacrifici che hanno fatto per farci studiare. Non di rado con le nostre scritture cerchiamo una sorta di giustizia poetica che possa in qualche modo compensare tardivamente la durezza della vita dei nostri genitori.” (Alberto Prunetti, Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class). Giustizia sociale e giustizia climatica che diventano giustizia poetica… una bella sintesi di tutto ciò che si vorrebbe nello slogan Abbiamo fame di un mondo nuovo… Si forma e si estende sempre più quel progetto di “fabbrica socialmente integrata” di cui parlano i volantini e che si propone come tema centrale anche alla festa-ricorrenza del 12 luglio 2024 a Firenze. Intanto si progettano e si cominciano a costruire prototipi di pannelli solari e cargo bike, biciclette per il trasporto ecosostenibile.

sabato 20 luglio 2024

Costeggiando un terreno franoso

Prima parte: un esperimento di agricoltura sostenibile, la comunità Terrestra

“Attenti alla macchina!”. All’uscita da Ravenna percorriamo chilometri su asfalto statale e provinciale, a tratti senza marciapiede. Paolo Pileri (ordinario di pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano), che ci accompagna per un lungo tratto, ci segnala le varie brutture, tecnologiche e no, che si sarebbero potute evitare o mascherare meglio (armadi tecnologici, ex capannoni, aree dismesse recintate e incolte, mancanza di siepi, soste degli autobus senza marciapiede), ma deve spesso interrompersi perché dobbiamo soprattutto prestare attenzione alle auto, che possono sorprenderci alle spalle in qualsiasi momento, persino in qualche via laterale. Benché Guido Viale abbia scritto Vita e morte dell’automobile, con una certa fiducia in una svolta decisiva, nel lontano 2007, eccoci ancora completamente circondati… La vettura privata con motore a scoppio è dura a morire, purtroppo lo constatiamo giorno dopo giorno. Ma qui siamo solo all’inizio di un percorso che vuole portarci fuori dal tessuto urbano in pieno ambiente rurale.

Turismo di prossimità, agroecologia, visita solidale a realtà alternative e a una fabbrica occupata… il cammino di quest’anno di Repubblica nomade si preannuncia particolarmente denso di eventi e significati.

Di chi stiamo parlando? Parafrasando alcune parole di Moresco, contenute nella prefazione a Stella d’Italia, potremmo dire che Repubblica nomade (che a quel tempo era ancora in germe, ma molto desiderosa di nascere) non è qualcosa di puramente culturale, anche se si denomina “associazione culturale” e c’è dentro una forte spinta culturale e ancor più poetica; non è qualcosa di puramente politico, anche se c’è dentro una forte spinta politica e una trascendenza civile; non è qualcosa di puramente atletico, anche se ha comportato per molti partecipanti un superamento delle possibilità fisiche individuali. In parole più povere, prive di tutte le sfumature sopra accennate, Repubblica nomade è un’associazione che organizza cammini, in Italia e in Europa, caratterizzati da una forte connotazione simbolica e politica (non partitica, dal momento che le idee sono varie e le scelte in cabina elettorale pure). Inevitabile, il notevole impegno fisico, dal momento che è proprio il passaggio dal pensiero all’azione (dalla passività abitudinaria del nostro tran tran quotidiano all’attivarsi per qualcosa di socialmente significativo) che si desidera, sebbene in modo giocoso, incentivare. Perché, invece delle solite vacanze organizzate o familiari o di consumo (nel distruttivo turismo transcontinentale), non utilizzare parte dei nostri giorni liberi dell’anno per un’esperienza di turismo di prossimità, che ci faccia riscoprire una vita in comune con altri, ci faccia incontrare persone anche molto diverse da quelle del nostro ambiente, ci porti, gambe-cervello-cuore, a contatto con realtà di cui magari si è sentito parlare, si è letto fuggevolmente qualcosa ma non si sono mai viste né conosciute, benché fossero qui a due passi, a qualche centinaio di passi… prendendo il treno subito raggiunte, da poter vedere e conoscere camminandoci dentro.

sabato 8 giugno 2024

Dolores e il buio del passato

Mi sono molto identificata in alcune asserzioni di Dolores Prato relative all'infanzia: "“… l’infanzia è un vuoto immenso dove precipitano le cose…” (in una lettera). In  Giù la piazza non c’è nessuno: “Quel poco che ho studiato è scomparso nel buco nero che ho al posto della memoria, equivalente di ignoranza totale. Quel che pare ricordo, è tatuaggio, incisione, cicatrice: io leggo i segni.” (Dolores prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Quodlibet, Macerata 2009, pag 102).

Anch’io devo avere un difetto della memoria che m’induce a colmare continuamente le mie lacune smisurate: curiosità d’imparare altrettanto smisurata. 

lunedì 3 giugno 2024

Quando si vuole il thriller a ogni costo

Un romanzo sulla maternità scritto come un thriller, in uno stile concitato pieno di suspense. Una scelta che non convince: Cose che non si raccontano di Antonella Lattanzi (Einaudi, Torino 2023). Non è una questione di giudizio morale dal momento che neppure so come va a finire la storia, non avendo voluto assecondare la curiosità tipica dei lettori di gialli che mi pare fortemente alimentata; è fastidio per lo stile, che in me suscita l'impressione di venire manipolata.

lunedì 8 gennaio 2024

Un tesoro (sperimentale) ritrovato

Giuliano Gramigna, Marcel ritrovato, Il ramo e la foglia, Roma 2023

“Passai portandomi dietro quel segnale di marrone e azzurro. Il mio cuore aveva accelerato, addirittura extrasistoli, ma era una specie di dilatazione euforica come quando ci si mette a correre, poi manca il fiato e ci si sente bene, si sta per scoppiare e ci si sente ancora meglio con energie intatte. Galoppavo a cavallo della mia nevrosi: sindromi spastiche dell’apparato digerente, neurosi splancnica, stipsi spastica, neurosi cardiaca e vasale, instabilità circolatoria, vertigini, distonie funzionali degli ipotesi, iperemesi, vertigini labirintali, mal di mare, affezioni del sistema nervoso extrapiramidale, colangiopatie, disfagie esofagee, vomito, acroasfissia, acroparesia, claudicazione intermittente (…) travaglio di parto eccetera, a cavallo non guarito ma in certo senso esultante. Anch’io avevo avuto quei capelli castani sulla fronte, la pelle nuova con la peluria bionda dietro le mandibole scampata al primo, ostinato rasoio; naturalmente senza rimpianto, però come mi erano piaciuti nei primi dieci, trenta secondi che li avevo incrociati. Neppure Marcello era sempre stato il manichino-a-successo del Tennis Club: per non dire niente altro, oltre le guance giovani, i muscoli elastici, l’aria di cuccioli, eccetera, c’erano state anche le speranze del ’45. Un momento di eccitazione non romantica ma proprio fisica, un’estasi corporale, una scossa elettrica data dalle cose, come inspirando nel momento che scrivo di me e di Marcello l’aria limpida, sottozero di Milano 8 gennaio 1967, dove sembra di stare quasi a Irkutsk.” (pag 266)

Nel romanzo circola l’aria libera, frizzante e innovativa degli anni Sessanta. Uno dei primi segnali che ci avvisano di trovarci di fronte a uno scrivente alla ricerca di un proprio stile fuori dalle convenzioni è lo scivolamento dalla terza alla prima persona; prima persona, quella del protagonista Bruno, dubitativa, inquieta e dispettosa.

domenica 3 dicembre 2023

Bookcity

Olio di gomito per pulire gli elementi della cucina, poi di corsa a un evento pomeridiano di Bookcity. Quest'anno forse riesco a seguirne due o tre, anche se me ne ero prefissa cinque o sei.

Nel grande teatro del centro la sala principale è dedicata alla presentazione di un romanzo storico-rosa che sta spopolando. È difficile entrare per la ressa: una moltitudine di ragazze in coda per farsi firmare le copie dall'autrice ostacola non poco l'accesso alle altre sale che ospitano diversi eventi. Il mio è al primo piano: Mappe nel caos della poesia contemporanea. I relatori cercano di dire qualcosa su un mondo corporativo e autoreferenziale (sic), quello della poesia contemporanea che cita e ordina sé stessa, consegnandosi alla posterità già confezionata in alcune antologie e mappe orientative.

La saletta non è proprio vuota, anzi più piena del solito, perché, a differenza dei tre-quattro ascoltatori che abitualmente costituiscono il fedelissimo pubblico dei reading, qui si stanno concentrando una decina di persone, forse qualcuna in più, delle quali soltanto alcune si salutano, altre è la prima volta che si vedono: e questa sì che è una gran differenza rispetto alle solite letture pubbliche di poesia, dove i pochi convenuti si conoscono, si sono già letti e ascoltati, se la cantano e se la suonano, comunque contenti di ascoltarsi e auscultarsi vicendevolmente. I lettori di poesia sono i poeti stessi, si diceva qualche tempo fa; ora si può aggiungere che i poeti stessi sono anche i critici della poesia. Un relatore osa di più: per un certo periodo i veri e propri critici (quelli non poetanti?) hanno avuto paura a pronunciarsi sulla poesia attuale.

giovedì 3 agosto 2023

Sottotraccia

La Trilogia della scomparsa ha festeggiato già alcuni compleanni. Pubblicata da un piccolo editore senza lancio pubblicitario in un anno difficile, il 2020, ha circolato in qualche modo sottotraccia fra lettori "forti", poeti, redattori di blog letterari, critici e amanti della letteratura in tutte le sue forme.

Ecco alcuni commenti di critici intercettati:

Francesco Muzzioli

Cara Roberta Salardi,

ho terminato la lettura del suo libro, iniziata con le solite perplessità che ho sempre riguardo alla narrativa italiana. Devo riconoscere che la sua prova è interessante. Soprattutto nella costruzione della trilogia che cambia di prospettiva e di narratore (anche – nel terzo episodio – di genere del narratore, che è sempre un esercizio benemerito). Questa pluralità strutturale, che tocca l’acme nel commento intercalato del secondo episodio, è accompagnata da una buona dose di eterogeneità e interpolazione dei materiali (diari, dialoghi, lettere). Personalmente trovo che gli spunti migliori vengano dalle impennate onirico-visionarie, dalle allucinazioni deliranti e dagli esercizi di scrittura automatica (e metto in questa eredità surrealista anche l’utopia finale, che mi è parsa davvero “eroica” di questi tempi). Allo stesso tempo, fanno parte dell’eterogeneità anche le ipotesi antropologiche che attraversano il libro e gli appunti filosofici della terza parte. Qualcosa però trattiene il lavoro dentro un certo orizzonte odierno: a mio avviso è soprattutto nei dialoghi che il linguaggio è normale. Una scelta che è anche dovuta alla impostazione diaristica (confessione dell’io, sia pur di volta in volta diverso) che rende improbabili sperimentalismi a quel livello. È vero che la formula del libro consente di ritenere tutti i dialoghi un monologo mascherato, e dunque crea un monodialogismo che impegna il lettore; il punto critico resta la ricaduta esistenziale (la solitudine, l’insensatezza della vita) ovvero la risoluzione drammatica, direi, che alle somme unifica i diversi prospetti della trilogia. Penso però che nel momento attuale la complessità ottenuta per questa via sia già un buono e prezioso risultato.


La ringrazio della lettura e le auguro di procedere con coraggio e autonomia nella ricerca.

Molti saluti. Francesco Muzzioli (mail del 6.7.2021)

martedì 7 febbraio 2023

Per fare le stelle ci vuole il fuoco

Gira voce che i critici storcano il naso di fronte a opere contemporanee in cui emerga il solito vecchio pathos. Può darsi che il simile prediliga il simile e questo magari può spiegare perché persone che passano un'intera vita alla scrivania diffidino dei sentimenti, e più se sono accesi. 

Bisognerebbe ricordare però che le stelle e i pianeti non ci sarebbero senza il fuoco. L'Iliade cosa sarebbe senza l'ira di Achille? L'Orlando furioso senza l'amore folle di Orlando? Il Dolce Stil Novo nacque dagli innamoramenti dei poeti e gran parte della letteratura romantica da amore impossibili per donne sposate con altri. Il motore che genera le opere sono i nostri sentimenti: una misera, forse disdicevole, forse troppo umana dinamica psichica.

Per fare le stelle, ma anche i pianeti, anche le meteore, anche quei frammenti di rocce ormai senza vita c'è voluto tanto tanto fuoco.

domenica 29 gennaio 2023

Scelte

A giustificazione del mio operato posso dire che, di fronte al ripristino di schemi narrativi ottocenteschi dopo gli azzardi stilistici del Novecento, nei miei esperimenti espressivi ho tentato di seguire le tracce di autori del secolo che mi ha preceduta, sentendomi un'erede del Novecento più che dell'Ottocento. Le soluzioni narrative ottocentesche è probabile che circolino nell'uso e consumo per comodità e semplificazione legata al mercato librario. Una causa più nobile della restaurazione ottocentesca potrebbe essere stata, in questi anni, un rinnovato innamoramento per il positivismo e una rinnovata fiducia in una visione oggettiva in un'epoca di accelerato sviluppo di scienza e tecnica. Per tacere della prevalenza di cinema e televisione con l'impressione di oggettività che suscitano. E una causa più sottile ancora potrebbe risiedere nel tentativo di rilanciare una voce autoriale forte, col ritorno appunto dell'onniscienza narrativa, sullo sfondo del caotico e rumoroso mondo mediatico che tende a sopraffare la voce degli scrittori anche di fama internazionale, come si evince per esempio dagli studi narratologici di Filippo Pennacchio Il romanzo globale (Biblion edizioni, Milano 2018) ed Eccessi d'autore (Mimesis, Milano 2020). E' da notare, in questo contesto, l'utilizzo dello scrittore come semplice inventore di sceneggiature efficaci per supportare film e serie televisive, che rischia di sminuirne la figura e ridurlo a un ruolo subalterno alle industrie editoriale e cinematografica. Autori di fama mondiale come Franzen, Littell, Bolano, Foster Wallace, per citarne solamente alcuni, hanno cercato di reagire alla morte del narratore autoriale col rilancio di strutture tradizionali, benché rese più inquiete, con l'onniscienza del punto vista o con una spiccata funzione di regia esercitata all'interno di trame complesse e pressoché inestricabili.  

Concentrandoci invece sul Novecento, si individuano due linee guida fondamentali: il fantastico inquietante di Kafka e il flusso di coscienza (o d'incoscienza) di Joyce. Quella che credo abbia avuto più seguito è quella kafkiana: la carica destabilizzante di un genere fantastico distopico, che vediamo espressa in tanti romanzi di fantascienza, spesso apocalittici e problematici, ha avuto un certo impatto e un'ampia ricezione. La carica sovversiva di un discorso immediato (più noto come monologo interiore), che si perde nell'inconscio, sembra invece rimasta più ai margini, per lasciare molto spazio invece al realismo sociologico o al giornalismo amplificato e onnipresente. Tuttavia si possono citare almeno due nomi di efficaci continuatori recenti della letteratura dell'inconscio: Antonio Lobo Antunes, con i suoi brani di stream of consciousness intarsiati e sovrapposti, ma anche Thomas Bernard, con l'incalzare serrato e ansioso del suo discorso.

Nelle mie prove personali e nel mio sostegno ad altri autori/autrici mi sono schierata dalla parte dei tentativi novecenteschi non troppo intimiditi dalle convenzioni.