otto jazz club
jazz - o la nota che non c'entra niente
con la nota di prima e quella di dopo.
fa un riff il gatto, arriffa pure il topo,
botta e risposta, permanentemente.
raddoppi cambi intoppi della mente,
il senso del silenzio il corpo il nodo
di note sottintese, il senza scopo
di quell'attacco uscito rilucente
dal nulla - ostico jazz, arcimagìa
dal pianoforte, a sprizzo, in una scia
assurda e blu di tromba, che perdura
- sa il sax una gentile scortesia,
respiro circolare e un'eresia
che vuole il mondo vivo a dismisura.
(dalla raccolta Prova d'inchiostro e altri sonetti, Aragno, Torino 2017)
martedì 15 maggio 2018
venerdì 20 aprile 2018
Chi balla sul tetto con le infermiere?
Brano tratto da Ventriloquio della crisi pubblicato su Nazione Indiana
"Ragazzi, volete sapere l'ultima?"
"Be'… ragazzi… adesso non esageriamo…."
"La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto! Stanno protestando contro le minacce di licenziamento!"
"Stai scherzando? Qualcuno ha parlato di licenziamenti?"
"Sì. Girava voce di prossimi tagli del personale."
"Non si sapeva quando però… Era un'ipotesi…"
"Recentemente è diventata più chiara, è stata formalmente espressa dall'azienda."
"Aspetta aspetta… Sono salite sul tetto con gli zoccoli e tutto, proprio con la divisa e le scarpe da infermiere?"
"Ma perché t'interessa?"
"Così… mi sembra piuttosto scomodo…"
"Sono salite con giacca a vento, sciarpe, cappelli per il freddo e addirittura delle piccole tende da campeggio perché hanno intenzione di dormire lì…"
"Che forza!"
"Una di loro è Graziella, la conosco. E' sola con due figli da mantenere. Ancora adolescenti. L'unico stipendio è il suo; sarebbe un grosso problema per lei restare improvvisamente senza lavoro…"
"Un'altra è Margherita, la conoscete? Ha quattro figli e un marito in cassintegrazione."
"Il coraggio ti viene per forza in certi casi."
"Sapete che vi dico? Dobbiamo aiutarle!"
"Dobbiamo armarci di forza e coraggio e andare anche noi sul tetto a portare la nostra solidarietà!"
"Forse è la volta buona che si torna giovani…"
"Mi sento già scorrere altro sangue nelle vene…"
"Saliamo, saliamo!"
"Andiamo a vedere!"
"Uniamoci alla lotta!"
"Andiamo a vedere chi c'è!"
Le donne salivano sui tetti, i quasi-pensionati e i cassintegrati restavano sospesi a mezz'aria, in spaccata, da una situazione all'altra… Tutta quell'aria fresca aveva schiarito le idee. Le idee erano molto più chiare adesso, e anche i progetti.
"Ma che dici? Questo è solo un chiacchiericcio, cicaleccio, ventriloquio collettivo, scilinguagnolo, scioglilingua… blablabla… parole vuote… tutto fumo e niente arrosto… Qua non si combina niente…"
"Ma che vuoi combinare?"
"Questo lo dici tu, che non si combina niente… Ragazzi, andiamo!"
"Andiamo a portare la nostra solidarietà!"
"Il nostro aiuto!"
"Siamo qui! Ci siamo anche noi!"
Qualcuno si era portato anche la bandiera, ma quella coi pesci, con tanti pesci piccoli che mangiano il pesce grosso.
giovedì 5 aprile 2018
Maschilismo o nepotismo?
Naomi Alderman in Ragazze elettriche deve inventarsi un superpotere femminile da supereroine dei fumetti per rappresentare un mondo dove le donne siano dominanti. Per una sorta di mutazione genetica donne dell'intero pianeta e di tutti gli strati sociali si trovano arricchite di una capacità fisica che permette loro di difendersi da stupratori, molestatori e oppressori vari con semplici scariche elettriche. Dotate di questa nuova potenzialità gruppi di donne, nuove amazzoni, riescono persino ad affrontare eserciti e a ribaltare il rapporto fra i sessi, caratterizzato per migliaia e migliaia di anni con varie sfumature dal dominio maschile.
Romanzo pubblicato in Gran Bretagna nel 2016, in Italia nel 2017 (Nottetempo, Milano), che cosa lascia intendere dell'ambito sociale di cui è frutto?
Sicuramente un forte desiderio di rivalsa. Nonostante i diffusi diritti civili e lo sviluppo della libertà di costumi delle metropoli postmoderne, s'intuiscono dinamiche psicologiche ancora classiche e arcaiche in cui per esempio la violenza e le molestie sessuali sono all'ordine del giorno, più o meno sotto gli occhi di tutti; in cui i dirigenti amministrativi e aziendali fanno la voce grossa e tengono al loro posto le dirigenti e le collaboratrici, anche quando queste manifestano idee brillanti, e così via: comportamenti cui siamo abituati a tal punto da non fare notizia, salvo divenire oggetto di una denuncia virale e globale con Metoo nel 2017. A suscitare le ondate di protesta degli ultimi due anni anche la crisi economica senz'altro ha avuto la sua parte, determinando un peggioramento della condizione della donna e un acuirsi del senso di sconfitta nonostante le conquiste del passato, arretramento reso più drammatico da quel fenomeno così esteso in alcune aree dell'Europa e dell'America latina da meritare una denominazione precisa: femminicidio.
giovedì 22 marzo 2018
Una poesia di Mara Cantoni
Come un gatto immaginario
Vivo con un gatto immaginario
abbiamo un linguaggio singolare
e un modo di guardarci semiserio
che è insieme distratto e puntuale
Il nostro benessere felino
ha un che di relativo e d'infinito
si irradia da un piccolo cuscino
si installa nel centro di un tappeto
Passiamo del tempo alla finestra
guardando curiosi le persone
e tutto quel frou-frou che ci si mostra
nella sua disordinata confusione
Abbiamo un ritmo nostro differente
che molti non riescono a capire
e il senso fatalista ma presente
di un essere antico e in divenire
Al sole siamo grati enormemente
per quella sua carezza luminosa
che scalda e quasi ci addormenta
facendoci sapienti d'ogni cosa
Talvolta ci perdiamo in una zuffa
se è il caso ci lecchiamo le ferite
non è che un po' di pelo che si arruffa
(si dice che abbiamo molte vite)
Così filosofando lietamente
tra noi o tra di me (che poi è uguale)
diventa più fatato l'orizzonte
vivo come un gatto e non è male
Vivo con un gatto immaginario
abbiamo un linguaggio singolare
e un modo di guardarci semiserio
che è insieme distratto e puntuale
Il nostro benessere felino
ha un che di relativo e d'infinito
si irradia da un piccolo cuscino
si installa nel centro di un tappeto
Passiamo del tempo alla finestra
guardando curiosi le persone
e tutto quel frou-frou che ci si mostra
nella sua disordinata confusione
Abbiamo un ritmo nostro differente
che molti non riescono a capire
e il senso fatalista ma presente
di un essere antico e in divenire
Al sole siamo grati enormemente
per quella sua carezza luminosa
che scalda e quasi ci addormenta
facendoci sapienti d'ogni cosa
Talvolta ci perdiamo in una zuffa
se è il caso ci lecchiamo le ferite
non è che un po' di pelo che si arruffa
(si dice che abbiamo molte vite)
Così filosofando lietamente
tra noi o tra di me (che poi è uguale)
diventa più fatato l'orizzonte
vivo come un gatto e non è male
Progetto artisti per la salute, a cura di Marco Maiocchi, Facoltà del Design, Politecnico di Milano, in collaborazione con l'Istituto dei Tumori, Milano 2010. Questa poesia scritta su tele di Mara Cantoni è esposta in una sala del Centro Tumori.
Una poesia di Sara Ventroni
La sommersione
Il nuovo sentimento nazionale è la concordia.
Dopo le piccole ambizioni, dopo i colori accesi
dei canali commerciali
salutiamo la costa e ci inchiniamo
alla vita che resta
anche senza di noi.
Ci affidiamo alle regole degli abissi calmi.
Indossiamo cravatta e scarpe buone.
Riposiamo sul fondale. Non ci disturba
più nessuno, e niente ci disgusta.
Poesia in copertina della raccolta La sommersione, Aragno, Torino, 2016
Il nuovo sentimento nazionale è la concordia.
Dopo le piccole ambizioni, dopo i colori accesi
dei canali commerciali
salutiamo la costa e ci inchiniamo
alla vita che resta
anche senza di noi.
Ci affidiamo alle regole degli abissi calmi.
Indossiamo cravatta e scarpe buone.
Riposiamo sul fondale. Non ci disturba
più nessuno, e niente ci disgusta.
Poesia in copertina della raccolta La sommersione, Aragno, Torino, 2016
mercoledì 21 marzo 2018
Differenza fra romanzi e racconti
Scrivere un romanzo è come aver trovato casa; scrivendo racconti la si sta ancora cercando.
domenica 18 febbraio 2018
Cellulari contro libri
Spesso ci si chiede come mai telefonini e smartphone abbiano avuto un impatto così negativo sulla carta stampata, al punto che siamo costretti a riconoscere con amarezza che ormai tutti i passeggeri di metrò, treni, mezzi pubblici, nonché i passanti per le strade, hanno gli occhi fissi sul loro proprio telefono portatile, divenuto l'oggetto d'intrattenimento principe, con cui si può giocare in modi svariati in ogni momento, o più semplicemente sono occupati in una lunga telefonata, mentre è raro trovare qualcuno che sfogli un giornale o sia immerso fra le pagine di un libro. Uno dei motivi è certamente il condizionamento mediatico. Ma non può venire del tutto rimosso il ricordo culturale di lontane diatribe a proposito di parola scritta e parola orale, laddove vinceva pienamente l'oralità. Non è il caso tuttavia di scomodare Platone o antiche questioni filosofico-religiose legate al tema della voce. Per la grande quantità della popolazione globale vince comunque l'oralità perché è immediata, spontanea, meno intrecciata all'istruzione e a percorsi culturali più complessi. Le voci, i suoni, i rumori, le immagini, reali o veicolate da quella propaggine multimediale che ormai teniamo tutti in tasca o in borsetta, costituiscono l'ambiente in cui l'uomo contemporaneo, autoctono o straniero che sia, si trova immerso. La parola scritta viene ignorata più facilmente di un segnale acustico o di una fonte luminosa, come dimostra per esempio la pubblicità televisiva che ha sostituito la cartellonistica laddove possibile, per esempio nelle stazioni ferroviarie e metropolitane. L'oralità si conferma più viva e attraente della lettera scritta, invece più associabile al passato, alla morte. E' più normale conversare con amici e parenti anche lontani, all'altro capo del mondo, oppure concentrarsi sulle parole scritte da un autore secoli fa e rivolte all'umanità futura o magari scritte da uno studioso riguardo a problemi attuali? Per quanto interesse possa avere la risoluzione di problemi che in varia misura ci circondano, il legame più forte resta quello con la voce parentale o amica, con la persona viva che si rivolge a noi. E tutto il contorno di pubblicità, distrazioni, informazioni e disinformazioni veicolato insieme con le voci amiche viene servito come su un piatto d'argento a distogliere da forme comunicative impostate su approfondimento, critica, riflessione. La presenza viva degli affetti trascina il suo strascico di caos e distrazioni. I libri non sono neanche più acquistati dal pubblico delle letture di poesia.
Potrebbe essere che la civiltà della scrittura per un certo periodo torni a essere latente, dimenticata, trascurata.
Potrebbe essere che la civiltà della scrittura per un certo periodo torni a essere latente, dimenticata, trascurata.
mercoledì 13 dicembre 2017
Petrovic di Underground, uno scrittore che non scrive ma ascolta
Ci
troviamo fra i numerosi corridoi intersecantesi di una grande casalbergo alla
periferia di Mosca negli anni di transizione fra il passato sovietico e la
Perestrojka, in un periodo di carenza abitativa e di passaggio alle
privatizzazioni di spazi, come questo, fino ad allora almeno in parte
considerato riparo per senzatetto e gente di passaggio: corridoi che, nella
dilatazione della loro immagine, diventano immagine
del mondo intero (p 28). “Attualmente ho il dono di percepire, anche
attraverso le porte, l’odore robusto che si spande, che stilla dai fragranti
metri abitativi e il viceversa debole, e ahimé effimero segnale, che dalla loro
superficie promana la sostanza uomo. (…) Io li
vedo. Li percepisco (i metri quadri) al di là del muro e della porta: avverto i
loro odori. Li aspiro e li riconosco.
Odorosi metri abitativi, sono essi ormai a costituire per me il volto
sfaccettato del mondo.” (p 30-31)
Il
narratore-protagonista dal nome dimezzato, solo patronimico, Petrovic, di Underground ovvero un eroe del nostro tempo
(traduzione italiana Jaca Book, Milano 2012), capolavoro dell’autore russo
Vladimir Makanin recentemente scomparso, è uno scrittore che ha smesso di
scrivere non essendo mai stato pubblicato, ritiratosi ai margini della società
come semialcolizzato clochard filosofo, che sbarca il lunario rendendosi utile
nella grande casalbergo in qualità di guardiano ora di questo ora di
quell’appartamento lasciato vuoto temporaneamente dai proprietari. Nella sua
posizione di saltuario custode, aiutante di anziani e donne sole in difficoltà,
egli si guadagna il rispetto degli altri (salvo rischiare di perderlo in alcuni
momenti critici delle privatizzazioni, quando abusivi e senzacasa fino ad
allora tollerati vengono buttati fuori): “Il mio status riconosciuto di
guardiano già mi trasformava; in particolare il viso e l’andatura. (Proprio
allora ho cominciato a percorrere i corridoi a passo lento, misurato, tenendo
le mani in tasca). Curiosamente, a partire dal momento in cui mi sono scoperto
guardiano e qualificato come tale, la gente ai vari piani della casalbergo ha
cominciato a considerarmi scrittore.
Come spiegarlo? Qualcosa è scattato in loro (nei loro cervelli). Ormai ai loro
occhi ero lo Scrittore, vivevo da Scrittore. Eppure sapevano e vedevano che non
scrivevo una riga. A quanto pare uno scrittore poteva farne a meno.” (p 190).
lunedì 13 novembre 2017
Intervista su "Ventriloquio della crisi"
Una breve intervista fattami a Roma a settembre durante il Festival Inquiete.
Per ascoltare clicca qui
domenica 12 novembre 2017
La psicanalisi e altri costumi secondo Alessandra Saugo
Provo a pensare come poesie alcuni brani contenuti nell'ultimo libro di Alessandra Saugo, Metapsicologia rosa (Feltrinelli, Milano 2017): poesie in prosa. Immagino che come poetessa in prosa Alessandra avrebbe avuto numerosi sostenitori e recensori.
Riporto questo brano, che ben riflette un'insofferenza nei confronti della razionalità espositiva normata e consuetudinaria preferendo l'azzardo sintattico, il neologismo, la trasgressione: "Dottore, che decadente orrore, a Parigi toponimo italianizzato, non sa la lingua, degrado luogo comune ignorante, mio, dio povero, che stanca di immaginare senza avere neanche le basi, no basi, no minimo nozionismo come fare a sognarsi cose pariginamente, senza una minima fiducia, mi mancano le basi dottore, la grammatica, non ci credo neanche un po', alla grammatica parigina, la grammatica sognina, romantichina, tintinnante tritamente di pioggerellina e che c'è lui l'imperatore della pioggerellina (devi essere vorace) (e intimidita) (tramortita dalla fame) (forsennata, e cauta) (devi adorare) (devi comunicare questa fame, a me) (fammela sentire) (devi comunicare) (questa fame) (muoviti) (devo sentirti) (sull'orlo del baratro) (graziata) (devi essermi grata che ti sfamo) (ti faccio questa carità) (di carne cambiata e cresciuta e impadronita) (perché devo vedere) (i tuoi veri occhi) (me li devi consegnare) (guardami) (non nasconderti) (guardami) (anima mia) (voglio vedere) (che ti bagni gli occhi) (per me) sì, muti, guardarsi, come due ciliegi, in fiore, nella palla di vetro capovolta, del nostro microclima..." (pagg 54-55).
Il difficile ma ineludibile rapporto con lo psicanalista è il tema dominante di questo mémoir, edito da Feltrinelli fuori collana. Ho trovato acute e calzanti alcune pagine dove si descrive diffusamente l'analista, lo studio, la sala d'attesa e questioni annesse e connesse.
lunedì 6 novembre 2017
Difficili tangenze
Mi accorgo che sono sempre più difficili, non dico gli incontri, persino le tangenze, i punti, i margini in comune.
Difficile il dialogo con gli sperimentatori anni novanta, manieristi del basso, ma pure con i barocchi fuori tempo massimo, manieristi dell'alto; con le dame salottiere, benché virtuose e sorridenti con le ferree dentiere, ma anche con le emergenti travolgenti, le più inavvicinabili: siderali.
Di un altro mondo, i cavalli vincenti, i fiori all'occhiello ben visti dall'occhio del Grande fratello. Ma pure i quattro amici al bar, gruppo esclusivo, impenetrabile peggio di un club per soli uomini.
I giornalisti-narratori dell'oggi, che hanno rubato la scena ai cattedratici criptici critici dialettici dantisti novissimi e postmoderni, hanno occupato le tivù e non si occupano più di quella cosa medievale, da incunaboli, da amanuensi, da spleenetici che si chiamava letteratura
Tangenze parallele?
Resta, forse, qualche bordo sfrangiato.
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