sabato 31 ottobre 2015

Lo strano caso dei romanzi scritti in forma ottocentesca

Potrebbe trattarsi di una mia ossessione, potrebbe darsi che la mia antipatia per la terza persona narrativa contenga qualche aspetto nevrotico. Me ne assumo la responsabilità o l'irresponsabilità, se preferite.
Il fatto ha dell'incredibile per me. Definirlo strano è un eufemismo (ma bisogna avere il riguardo di non urtare la suscettibilità dei conformisti: questa sarebbe la regola generale del quieto vivere da rispettare sempre). 
Non finisce di stupirmi che si continuino a leggere libri che paiono scritti nell'Ottocento con l'obiettivo del fotografo-scienziato-documentarista-sociologo puntato sulla scena da cui il narratore rimane asetticamente escluso, quasi si trovasse in un empireo astratto e irrelato. Questo è l'empireo dei conformisti incontestabili, cioè lo status quo in cui il potere esercita la sua tradizionale pacifica influenza. Determinismo-positivismo come cornice di un potere immodificabile.
I corsi e ricorsi della storia non dovrebbero costituire una novità per nessuno. Perché dunque meravigliarsi del fatto che viviamo in un'epoca di Restaurazione? Gli anni Sessanta e Settanta furono più sbilanciati nel movimento, nell'innovazione, nella contestazione, nel cambiamento, nella sperimentazione e ora ci tocca (ma già da troppo tempo) l'esatto contrario. Non è giunto il momento di cambiare?

venerdì 28 agosto 2015

Romanzi che dovresti conoscere

A dispetto dello spirito critico, a torto o a ragione fagocitante vari aspetti della mia vita, devo riconoscere che diversi romanzi e racconti italiani di autori contemporanei, e perfino coetanei, mi sono piaciuti, nonostante il fatto che dopo il 1995 probabilmente ci sia stato un peggioramento della qualità letteraria delle opere pubblicate. Sarà vero? A volte si sente dire ma probabilmente non ho letto abbastanza volumi per esprimere una mia opinione. E' possibile che la cesura sia costituita dalla comparsa culturaleditoriale dei Cannibali (l'antologia einaudiana Gioventù cannibale è del 1996), tuttavia...
Avendo più di una volta espresso la mia perplessità a proposito del contesto editoriale che ci circonda, mi pare giusto segnalare almeno alcuni testi a mio avviso riusciti, scusandomi per le dimenticanze o le mancate letture.

In ordine cronologico

Silvia Ballestra, Gli orsi, Feltrinelli 1996: per la comicità intelligente
Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente, Einaudi 1997: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Antonio Moresco, Gli esordi, Feltrinelli 1998: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e perché romanzo di formazione negato
Rosa Matteucci, Lourdes, Adelphi 1998: per il lavoro sulla lingua e la comicità intelligente
Elena Stancanelli, Benzina, Einaudi 1998: per la spregiudicatezza della trama
Antonio Rezza, Ti squamo, Bompiani 1999: per l'immaginazione
Marosia Castaldi, Per quante vite, Feltrinelli 1999: per la dimensione surreale
Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Fanucci 2000: per la dimensione surreale
Luca Doninelli, La mano, Garzanti 2001: per il procedere per libere associazioni
Christian Raimo, Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, minimum fax 2004: per l'intreccio fra discorso diretto e flusso di coscienza
Luca Rastello, Piove all'insù, Boringhieri 2006: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Ornela Vorpsi, Vetri rosa, nottetempo 2006: per la spregiudicatezza nel parlare della sessualità infantile
Mariano Baino, L'uomo avanzato, Le Lettere 2008: per l'assenza di trama e il flusso mentale
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax 2008: per l'immaginazione
Luca Ricci, La persecuzione del rigorista, Einaudi 2008: per l'originalità della trama
Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri 2009: per il vago sperimentalismo
Giorgio Falco, L'ubicazione del bene, Einaudi 2009: per l'interiorizzazione della storia contemporanea
Lucio Klobas, Anni luce, Effigie 2010: per il vago sperimentalismo
Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere 2010: per l'interiorizzazione della storia contemporanea e il lavoro sulla lingua 
Roberto Pusiol, Ritratto di Edi Tonon gerontolescente, Transeuropa 2010: per la comicità intelligente
Emmanuela Carbé, Mio salmone domestico, Laterza 2013: per il vago sperimentalismo e la dimensione surreale
Francesco Maino, Cartongesso, Einaudi, Torino 2014: per la verità sociale e la verve polemica
Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015: per il flusso di coscienza sincopato e la resa della situazione claustrofiliaca
Mariano Bargellini, Giocare a mangiarsi, Effigie 2015: per il lavoro sulla lingua e l'immaginazione

Nota
In diversi di questi romanzi e racconti ho apprezzato soprattutto la tensione stilistica.

giovedì 25 giugno 2015

Il sonno dei giusti

la gatta imprigionata nell'armadio, la gatta furiosa nell'angolo dell'armadio, la gatta occhio stravolto, verde tagliato di giallo, limoncina, pantera gialloverde rotante impazzita imbizzarrita
biglie lanciate nel vuoto: dal settimo cielo… planava un po' con la pelle… la pelle che diventava ali, ali di un animale brutto e sgraziato come un pipistrello… l'animale che quasi si trasformava in un altro animale per salvarsi…
l'occhio ansimante furtivo cercava nel vuoto, mi cercava, la cagnagatta furiosa, mi spiava. E io la capivo: in fondo sapevo già di...
di dormire non c'è verso… tanto vale cercare di buttare giù quel pezzo che devo scrivere…
quello che si deve superare… è quasi impossibile la sfida della crescita umana: il divincolarsi e l'emanciparsi completo dallo psichismo infantile, così carico di sadismo… l'imprescindibile attaccamento alla madre, l'odiosamata… il doloroso sviluppo di una cosa così abnorme come il cervello umano (con le sue stupefacenti capacità di consapevolezza, immaginazione e compassione in un universo fatto di pietre) Con un cervello così sviluppato, verrebbe da chiedersi come fanno a cessare le cure parentali…

mercoledì 8 aprile 2015

Il salto in alto

La letteratura è salto in alto. Si lascia a terra la nostra parte puramente umorale, autobiografica, malinconica, a volte luttuosa, le nostre umane traversie, da cui tuttavia si è preso slancio e motivazione. Si abbandona quello che Gilda Policastro chiama in un suo saggio "il dolore senza stile" per fare qualcosa d'altro che non sia l'emissione di un lamento o di un grido di rabbia. Con questo non voglio dire che l'essere umano non abbia diritto di urlare o di piangere. Ma questo c'è già! Già ne siamo circondati, già siamo immersi nella sofferenza! La letteratura è qualcosa d'altro.
Chi abbia seguito o praticato prove e allenamenti sa quanti sforzi, tentativi ed errori possa costare un salto riuscito.

mercoledì 4 febbraio 2015

Abitare il romanzo

Abitare vs costruire
A me pare che più che costruire un romanzo sia bello abitare un romanzo, una scrittura. Scrivere come abitare il tempo, racconto come un luogo da esplorare nelle sue diverse possibilità. Il verbo costruire presuppone un progetto ben definito, un procedere razionale, un tendere a qualcosa, perfino un elevarsi e un compiersi, che non sempre nella dimensione reale si verificano.
Tende a qualcosa il tempo? Fondamentalmente tende alla morte, quindi il racconto-tipo potrebbe consistere in questo avvicinarsi o palesarsi della morte, in questo rapportarsi con l'apparir del vero leopardiano. Magari stare in un racconto come in un diario non personale, non per forza autobiografico, preferibilmente di finzione. Oppure no. La questione è da esplorare: non soltanto trame puntiformi ma anche complesse.
Anziché costruire: abitare, esplorare, espandere. Orizzontalità anziché verticalità del narrare. Perché continuo a usare, nonostante tutto, la parola narrare? Se nulla si muove il racconto non nasce neppure, forse resta, ne migliore dei casi, un testo filosofico o saggistico. L'orizzontalità sarà mossa, almeno un po' increspata, dal momento che inquietudini, tensioni e dinamismi interni non possono mancare.
Non vorrei qui elencare i primi titoli famosi che vengono in mente a proposito degli spazi mentali esplorati nei romanzi (La nausea di Sartre, La montagna incantata di Thomas Mann, La palude definitiva di Manganelli, Dissipatio H. G. di Morselli, Il deserto dei Tartari di Buzzati, L'uomo avanzato di Mariano Baino) piuttosto che brani della Recherche o dell'Ulisse. Mi piace supporre che lo spazio per il dispiegamento di varie forme di pensiero, da quello argomentativo/analitico a quello associativo/intuitivo, trovi il suo luogo ideale proprio nella forma romanzo genericamente intesa: luogo dello stare, appunto, del resistere o risiedere o insistere dentro un confine dato; e dunque sia una possibilità offerta a chiunque si accinga a scrivere un romanzo.
Non m'immagino un abitare particolarmente ricco di comfort. Come discreto comfort, raro sollievo, immagino frequentazioni e dialoghi con amici o letture di scrittori e filosofi.
Infatti, che cosa rende una casa, anche povera, una splendida abitazione?, si domandava Heidegger nello scritto intitolato Abitare, costruire, pensare, che prende spunto dalla penuria di alloggi in Germania nell'immediato dopoguerra. L'abitare, modo specifico in cui i mortali stanno sulla terra secondo Heidegger, si contrappone al puro e semplice costruire, tipico anche degli animali per quanto riguarda le loro tane. Il costruire è finalizzato all'abitare e lo coltiva già nel suo farsi. La questione è che cosa vogliamo mettere dentro alle case una volta edificate. Che cosa distingue e caratterizza l'abitare umano? Le relazioni, i legami con gli altri. L'abitare è un prendersi cura all'interno delle pareti domestiche, ma anche per ciò che sta fuori: Heidegger aggiungeva infatti i legami con la terra e con il cielo (il tempo). Con questi legami s'intrattiene l'abitazione umana, che per Heidegger significa soprattutto avere cura, prendersi cura. Esistono quindi un abitare autentico e un abitare inautentico, a seconda che siano vive le relazioni o meno. Per abitare il tempo s'intende vivere la pazienza, non avere fretta, essere lontani da ritmi produttivi frenetici. E per rispetto della terra che cosa s'intende? Rispetto e valorizzazione degli spazi circostanti, una variante della relazione con gli altri, cura di ciò che sta intorno.

mercoledì 21 gennaio 2015

Sparizione della specie umana e sopravvivenza degli animali

Frammento tratto da Dissipatio H.G. di Guido Morselli

"Non cercata, ho una prova che l'Evento non è una chimera, un'invenzione mia. In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d'uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio. Gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s'intende. L'istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell'aria, a terra non ci sono più puzzi o frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l'inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante). Può darsi che questo scorcio di primavera freddo, nebbioso, li incoraggi. Ieri a tramonto un duetto, più espressivo di quello di Lévy e Malinowski, fra civette. Una delle due, la femmina?, teneva il suo verso distinto dal verso del compagno, di un semitono, e non variava se non a intervalli piuttosto lunghi e press'a poco uguali. La melopea ha del primitivo, non del lugubre, come tutti dicevano. Ho interloquito, senza cercare di imitare, insistendo su una nota bassa, appena accordata alle loro, in bordone. Ho anche tentato una dissonanza. Pare che non gli dispiacessi. perché si sono avvicinate. Abbiamo gusti in comune, il bosco e la notte; sono nittalopo e nottivago quasi come loro, e anch'io, se canto, canto di notte. A parte che le mie corde vocali, a differenza delle loro, sono state trattate alla nicotina.
Così vado commentandomi, esorcizzandomi, la fine del mondo. O quel tanto di analogo che si svolge sotto i miei occhi." (Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano 1977, pagg 55-56)

venerdì 2 gennaio 2015

In che senso dico che i miei romanzi sono anoressici?

Rifiutano di nutrirsi, di lievitare, di diventare voluminosi. Come? Per esempio, disdegnando l'accumulo di particolari. Non amo i cosiddetti dettagli, considerati dagli estimatori del cosiddetto realismo segnali determinanti per ancorare il testo alla realtà (o meglio, all'apparenza visibile, poiché che cosa sia veramente la realtà non so fino a che punto interessi al narratore comune). Non si tratta di un semplice gusto o capriccio. Un certo numero di particolari mi paiono proprio inutili e assurdi. Prendiamo questa frase di Charles D'Ambrosio, autore americano contemporaneo per molti aspetti di talento, un buon autore tradizionale (cito lui perché gli appartiene il libro che sto leggendo adesso, ma gli esempi sono dappertutto, soprattutto nelle innumerevoli narrazioni extradiegetiche): "Drummond portava un vecchio cappello di feltro con una penna rossa sulla fascia, e un cappotto beige chiuso con la cinta." (Il museo dei pesci morti, Minimum fax, Roma 2014, p 50). Che cosa può voler dire questa frase? L'abbigliamento descritto a me non suggerisce alcuna informazione in più sul personaggio. Non mi dice niente, perdipiù riferito a un ambiente sociale, quello occidentale contemporaneo, in cui le persone più conformiste possono vestirsi in modo eccentrico o strano così come persone fuori dal comune o addirittura folli possono presentarsi nella maniera più ordinaria. Oltretutto, moda a parte, non crediamo più nella fisiognomica.
Saltato completamente il maquillage e tutto il solito posticcio finto realismo di cui sono infarcite tante scene narrative, tipo descrizioni dell'aspetto fisico dei personaggi, descrizione di questo o di quel particolare che possa dare un senso di realtà… (per non parlare dell'abolizione completa della presentazione classica dell'ambiente sociale, il milieu ottocentescamente determinato/deterministico)… ecco che le pagine sono già un bel po' scarnite...
Inoltre la soppressione dei gesti minimi della vita quotidiana, che occupa così tanta parte di molti romanzi (egli si alzò, si sedette, prese il bicchiere, si versò, preparò, andò alla finestra, vide, uscì, si diresse, rincasò, si coricò eccetera) significa anch'essa disfarsi di una certa zavorra.  

martedì 30 dicembre 2014

Frammenti di poesie di Emilio Villa

Nel 2014 si è celebrato, senza molta enfasi, il centenario della nascita di un poeta rimasto clandestino nel Novecento, poco conosciuto. Pubblico qui qualche frammento di alcune sue poesie, tratte dal volume che vorrebbe riportare un po' di giustizia e renderlo maggiormente noto (Emilio Villa, L'opera poetica, L'orma editore, Roma 2014).



Mattina d'arancio e sorda
Fonda mattina colore dell'arancio
che frangia il visibilio delle ombre,
che non scosta foglia o nota delle trebisonde,
che non disgiunge sole da gelo, grato consiglio

che le guardie notturne, apposta
in borghese, le mani brutte d'olio
pesante, le palpebre un po' accese,
lì tra il lasco e il fosco vanno via:

e che io vado a mettere le semenze dell'uragano
nella terra dei vasi sul terrazzo, mortali
le semenze dell'uragano, ci vuo spirito
dei Lambri per disinfettarsi

e che cospargere d'olio e di linosa i corridoi
congregamini, mentre i postini preparano la posta
e sfogliano a memoria volti e strade, poi…
fonda mattina color d'arancio e stagno

è l'ora che le signorine d'Italia escon dal bagno,
i cuori s'accendono, uno per uno, presso i lavabi,
e alle ringhiere battono i materassi, e sui veroni
l'acqua urbana monta adagio

come sarebbe bella l'angela di Thyatyra,
oppure quella di Smirne, con le trecce giù,
e le odierne vergini del cinema italiano
facessero pipì sui marciapiedi

venerdì 26 dicembre 2014

Sul romanzo epistolare

Intervista a Tiziano Colombi

- Com'è nato il tuo ultimo libro, Tua, Marguerite Yourcenar? Quest'epistolario inventato di una notissima scrittrice ha richiesto una lunga fase preparatoria, documentaria?

- Questo libro è un vecchio libro, concepito e scritto tra il 2003 e il 2008, anni in cui stavo disperatamente cercando una via per la scrittura. Disperatamente, in quanto lavoravo a tempo pieno in un ufficio commerciale e riuscivo a difendere, come la protagonista del romanzo, pochissime ore di concentrazione dai predoni del tempo. Ricordo con esattezza, e una certa commozione, alcune letture svolte segretamente negli archivi della fabbrica, o in auto, prima di un appuntamento di lavoro, cui andavo sempre con largo anticipo per potere appunto leggere e scrivere l'epistolario immaginario.
Il romanzo ha richiesto effettivamente alcuni anni di gestazione, di revisioni, di riletture.
Devo qui ringraziare due persone fondamentali, due donne straordinarie: l'artista Giosetta Fioroni (di cui il bellissimo disegno Fascino del 1969 in copertina) che lo ha letto e apprezzato per prima e direi unica nella prima stesura del 2008 e Laura Brignoli (docente di letteratura francese allo Iulm e yourcenariana) che nel 2008, dopo aver letto e corretto il testo, mi ha proposto di presentarlo al seminario annuale degli yourcenariani di Cerisy La Salle, in Normandia (un luogo meraviglioso dove si sono trovate generazioni di intellettuali francesi: da Flaubert a Saint Beauve a Sartre); ma soprattutto ha atteso l'incontro con un editore (Emanuela Zandonai) che ha deciso di pubblicarlo; molti altri lo avevano letto e respinto, suggerendomi di riscriverlo in prosa, perché il romanzo epistolare è un genere che non vende.
L'incontro con Emanuela Zandonai è stato determinante in quanto mi ha spinto, come sempre accade nel momento in cui si passa dal dattiloscritto alle bozze definitive, a mettere a fuoco i dettagli, le incongruenze, a fare alcune scelte, rinunce, talvolta dolorose.

sabato 13 dicembre 2014

Cara Virginia, tua Marguerite

Un romanzo epistolare di Tiziano Colombi

Sebbene per Tiziano Colombi Tua, Marguerite Yourcenar (Zandonai, Rovereto 2014) sia già il quarto libro, a me pare che si possa considerare il suo romanzo di formazione, scritto in effetti diversi anni fa. Un singolare romanzo di formazione, in cui la figura dello scrittore che cerca se stesso viene spostata in un altro tempo e in un'altra identità, identità per una volta femminile (il che è di per sé un piccolo fatto straordinario per le nostre Lettere e per il nostro Paese notoriamente maschilista, da festeggiare con gioia). Qui il giovane autore s'identifica con la celebre scrittrice, mettendone in luce gli aspetti meno conosciuti: il lato emotivo, passionale, volubile di quando era una giovane donna dai costumi molto liberi, attratta sia da donne sia da uomini, grande viaggiatrice, apolide, inquieta, non ancora famosa. Ma l'identificazione con una donna scrittrice non è l'unica eccezionalità di questo lavoro raffinato, brillante, ricco di suggestioni, pubblicato ancora una volta, come tante opere insolite e non banali dei giorni nostri, da un piccolo editore, Zandonai (ci sarebbe il precedente dell'americano Michael Cunningham, Le ore, Londra 1999, tradotto da Bompiani, dove l'autrice di riferimento era Virginia Woolf, ma eravamo appunto in area anglosassone). Voglio credere che ci troviamo di fronte a un romanzo epistolare, non semplicemente a un epistolario inventato. Il genere romanzo epistolare, una delle radici del romanzo moderno, in gran parte trascurato e dimenticato nell'era di internet, rivisse ancora non molto tempo fa per esempio nell'Anonimo lombardo di Arbasino e mi pare giusto torni a vivere ancora in qualche modo. Perché ritengo che questo epistolario frutto d'immaginazione sia proprio un romanzo? Il lavoro dell'immaginazione più che quello della raccolta documentaria s'insinua fra il detto e il non detto, l'accennato, il desiderato, sempre con grande freschezza e sensibilità. Sono tratteggiati con decisione i caratteri dei personaggi, almeno i due principali, Marguerite e Grace: passionale, mutevole e tormentata l'una; devota ma non scialba l'altra. Queste lettere fra donne innamorate o amiche o confidenti riescono a esprimere il brio, il tormento, talvolta la pena di scritti autentici. 

lunedì 10 novembre 2014

Romanzi come luoghi

Mi piacciono i romanzi simili a luoghi più che a tempi. Non come dono di tempo, di storie (Ricoeur), ma come dono di luoghi dove aggirarsi, dove ricevere stimoli, dove abitare. Mi piace l'idea di scrivere un romanzo come abitare un luogo. Nel momento in cui si scrive o si legge, non si agisce. Il fatto di non agire introduce al pensiero. Romanzo come abitare un luogo in cui si pensa o in cui ci si lascia andare come in un labirinto. La forma morbida, flessibile, che a tratti può farsi dispersiva, svagata, onirica, fluida per inseguire un pensiero o un reale che sfugge. Il contrario di storie che tornano come conti che tornano. Attenzione fluttuante.
Alla condizione più generale della scrittura e del pensiero come azione bloccata o rimandata, progettata, comunque non posta in essere, si aggiunge che la nostra è un'epoca di sconfitta dell'azione. Sconfitta per alcuni grandi fallimenti di progetti concepiti nei secoli precedenti e nel Novecento audacemente sperimentati e naufragati. Dopo il crollo del socialismo reale (o del capitalismo di stato), vediamo ora come la democrazia appaia ridotta ai minimi termini e quasi messa definitivamente nell'angolo. Postmoderno, società dei servizi, società dello spettacolo, società dei consumi, capitalismo non più industriale ma finanziario, ecco il contesto in cui all'homo faber si è in larga parte sostituito un essere umano passivo, consumatore e per giunta ultimamente indebitato, in debito, sottoposto a pressioni di entità enormemente potenti e poco definite. E' un uomo fermo, che non può che riprendere a pensare  o a girare intorno al pensiero cercando di afferrarlo, per essere in grado un giorno forse di riprendere ad agire.
Ecco alcuni motivi per cui la rigorosa narratività, con le sue esigenze di tempi incalzanti, di ritmo serrato, sebbene sia molto richiesta oggi dal mercato editoriale, non rappresenta a mio avviso l'esigenza più importante della prosa contemporanea. I romanzi d'azione, come i film d'azione, possono fornire soltanto un surrogato di qualcosa che manca profondamente nella nostra vita, con effetto placebo. Invece sarebbe da indagare perché non si agisce o perché si agisce così poco o perché si agisce con esito fallimentare.
Romanzi orizzontali, romanzi che offrono stanze come luoghi di riposo, di pausa, di dormiveglia,  di sprofondamento dentro se stessi, anziché d'azione, giochi di specchi fra i personaggi...