lunedì 30 maggio 2016

Gatto con libri

Un pezzo di libreria

domenica 29 maggio 2016

Scrittore basic

Com’è che si diventa scrittori?
A quel che si dice, il noto binomio natura-cultura, se favorevole, costituisce una buona partenza. Il primo elemento sarebbe la predisposizione naturale, un minimo riconosciuta e coltivata fin dalla giovane età. E’ d’obbligo per la cultura intervenire in tempo a creare le condizioni sine qua non. Una cultura che ovviamente non sia solo erudizione, cumulo d’informazioni. E’ questo, in parte; ma anche lavoro su se stessi, confronto con le opere del passato e del presente, comprensione e, talvolta, ridimensionamento di sé.
Occorre quindi sviluppare, da parte del soggetto, un interesse a coltivare il proprio talento e, per questo, a mettersi in una relazione positiva con gli altri del passato e del presente, anche se conosciuti soltanto attraverso le opere.

domenica 24 aprile 2016

Perché Luigi Di Ruscio e Mariano Bargellini?

Perché ho intervistato e mi sono occupata in diverse occasioni di due autori arrivati fino a tarda età pressoché ignorati nelle vesti di prosatori, come Luigi Di Ruscio* e Mariano Bargellini*? Perché mi sono parsi subito degni di nota, fin da quando mi sono imbattuta nei loro testi. In quest'epoca di restaurazione mi è parso più interessante valorizzare autori estremisti, forse eccessivi nel loro anticonformismo, piuttosto che l'aurea mediocritas.
Luigi Di Ruscio per i suoi romanzi assai poco romanzeschi, secondo le sue stesse parole: per le sue iscrizioni o historiae del presente esposte in forma trasgressiva, volutamente sgrammaticata e portatrice della voce degli oppressi.

Mariano Bargellini per gli aspetti immaginativo e linguistico propri del suo stile. L’immaginazione è ricca e ampiamente sviluppata nei suoi romanzi e racconti, ritenendosi l’autore stesso erede del genere fantastico (o della fantascienza italiana alla Landolfi). L’aspetto linguistico è quello che meriterebbe maggiore attenzione poiché è complesso, dichiaratamente barocco o neobarocco che dir si voglia, tuttavia applicato a materiali persino ultramoderni a volte, comunque strettamente imparentati con la nostra vita ora e qui. Si crea dunque un contrasto interessante nell’accostamento fra la ricerca e la parziale riproduzione dell’italiano ricco e sonante della tradizione più illustre (fra i maestri: Leopardi, Manganelli, vari autori del Seicento) e alcuni caratteri della contemporaneità come la realtà virtuale, i media e così via.

domenica 10 aprile 2016

Macchine immaginative di Mariano Bargellini

La metafora sottostante La setta degli uccelli di Mariano Bargellini (Corbo editore, Ferrara 2010) prendeva spunto da una visione cittadina (un intero condominio di Milano avvolto da pannelli pubblicitari su cui giganteggiavano le foto di uccelli predatori dagli occhiali griffati) per sviluppare l'intera realtà immaginativa del romanzo, ambientato appunto in un edificio quasi completamente chiuso e isolato con un suo supermercato interno e addirittura una sua cripta, la cui unica evasione possibile pareva costituita dal trasformarsi in uccelli, e di questi in anime trasmigranti, di diversi inquilini. Qui i volatili, gli uccelli-anime, avevano la funzione di elevare, liberare l'uomo incatenato ai falsi valori degradati della società-caverna che lo rinchiude.
Anche nel romanzo Giocare a mangiarsi (Effigie, Milano 2015), del medesimo autore, si parte da una visione: quella apocalittica, archetipica dell'invasione del mondo umano da parte d'insetti. Gli animali in questo caso arriverebbero per distruggere. Si scopre però non trattarsi propriamente di animali, che nel loro habitat naturale sarebbero sottoposti alle leggi ferree, equilibratrici della natura, bensì di avatar fuoriusciti dagli schermi dei nostri pc, in particolare da un videogioco alla moda che vede ogni sera l'intera collettività seduta al computer, occupata a fronteggiarsi, a duellare, a eliminarsi vicendevolmente con tecniche spietate mutuate dalla classe antica e fortissima degli insetti. Le caratteristiche vincenti di questi animali valorizzate dal videogioco di successo sarebbero la totale anaffettività, la conseguente spietatezza e velocità non intralciata da dubbi o ripensamenti, la grande varietà e adattabilità a ogni ambiente; caratteristiche efficacemente rappresentate dal rivestimento corporeo coriaceo e cheratinoso simile a corazza, oltre che dagli apparati connessi alla predazione ingegnosi e ipertecnologici.
Sull'albero della metafora centrale di un mondo invaso dagli insetti-contrappersone umane s'innestano altre trovate originali. 

giovedì 17 marzo 2016

La biblioteca di Alessandria

In piena ascesa dell'era digitale e declino della lettura, con la sottile minaccia di una latente dispersione della memoria culturale, un meraviglioso inno ai libri nell'opera tridimensionale di Alfredo Pizzo Greco, ospitata in una sala della biblioteca Sormani di Milano.

La Biblioteca di Alessandria di Pizzo Greco si compone di 2063 volumi, tra libri combusti e libri rossi, realizzati fra il 1992 e il 2013, con il fuoco, con il colore acrilico, con la pece bruna, legati dalla juta, sigillati con cera lacca, impreziositi da fogli d'oro. Un archetipo, una traccia emotiva che si tramanda attraverso i millenni e ci lascia meravigliati sulla soglia del vano immaginato, ricostruito dall'artista.
L'opera resterà esposta al pubblico fino al 4 giugno 2016.

domenica 28 febbraio 2016

Introduzioni alla lettura del romanzo Giocare a mangiarsi di Mariano Bargellini

Primi commenti a Giocare a mangiarsi di Mariano Bargellini: alcune osservazioni di Antonio Caronìa e Franco Romanò

Dalla lettera-scheda di Antonio Caronìa, scritta all’autore prima della pubblicazione
Mi pare che tutto il breve romanzo giochi su di un’ambiguità di registro fra il livello della descrizione letterale dei corpi degl’insetti e delle loro ferali interazioni (lo svolgersi del videogioco, o computer game), e il livello metaforico dell’insight che sugli esseri umani può ricavarsi dalla loro simulazione in forma di insetti (o della loro trasformazione “reale” in essi). Mi pare un’ambiguità giocata molto bene, sul filo del rasoio fra una esplicitazione risentita della metafora e la continua tentazione di renderla letterale (che, en passant, è uno dei meccanismi fondamentali della fantascienza: senza però che il suo romanzo possa essere ascritto in toto a questo genere, per altri motivi che espliciterò dopo). Quest’ambiguità della metafora centrale del libro mi pare rafforzata da una serie di giochi di passaggio fra il mondo del testo e il “mondo zero” della realtà (al modo di Sterne o di Cervantes), con l’identificazione fra il narratore e l’autore che è evidentemente da prendere con cautela, ma che contribuisce al gioco fondamentale del libro.
L’altro motivo esplicito del libro è quello dell’ibridazione fra “reale” e virtuale, col passaggio misterioso e inspiegato dell’insetto da avatar nel mondo del videogioco a presenza nel mondo fisico. Non siamo mai sicuri se ciò sia un processo “oggettivo” o solo un’allucinazione dell’autore, o ancora una dimensione intermedia e nuova (come nella Metamorfosi di Kafka). L’autore mi sembra abbia saputo efficacemente trasformare in un punto di forza (sempre l’ambiguità) la sua debolezza di partenza, e cioè la sua conoscenza scarsa e imprecisa dei mondi virtuali così come si presentano adesso (Internet). Questa è la ragione per cui il testo non mi pare possa essere definito – se non in senso molto lato – come fantascienza. Neppure William Gibson, negli anni ottanta, era ricco di conoscenze sulla tecnologia dei suoi tempi, e inventò a piene mani o glissò allegramente sulla verisimiglianza dei dispositivi che descriveva. Tuttavia le sue intenzioni erano pienamente all’interno dell’immaginario tecnologico – cosa che non mi sembra accada per Bargellini. D’altronde, questa è una caratteristica di questo tipo di narrativa nella tradizione italiana (oltre al nome di Landolfi, mi sembrano pertinenti a questo riguardo quelli di Bontempelli e di Buzzati).
(Lettera risalente al luglio 2005, quando il romanzo era ancora in cerca di editore)

mercoledì 27 gennaio 2016

L'amara invettiva di Francesco Maino

Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi, Torino 2014): ecco un romanzo di quelli che hanno il fuoco dentro. Questo fuoco è la rabbia, una furia polemica che colpisce a raffica la categoria degli avvocati, di cui il protagonista narratore fa parte, il suo ambiente, la cittadinanza, i politici locali, la piega che ha preso la politica negli ultimi decenni, in modo particolare nella regione Veneto ma in generale nell'Italia tutta, chiamata qui spesso e volentieri Itaglia, con allusione alla sua ignoranza atavica, alla sua degenerazione totale.
Il protagonista ci fa sapere fin da subito che, collaterali alla sua principale attività lavorativa, ha svolto altri lavori al fine della sopravvivenza fisica e morale, tipo l'aiuto-becchino. Questa comparsa, nelle prime pagine della morte vista in faccia, ci introduce in un contesto angoscioso e tragico.
Durante il romanzo il protagonista, la morte, la invocherà addirittura, per sé o per altri, talmente gli pare pesante la situazione che deve sopportare giorno dopo giorno immerso in una realtà che lo disgusta.
Innanzitutto veniamo a sapere che nella sua professione di avvocato, combatte battaglie non sue e ha già perso invece la sua propria guerra. Combatte sostanzialmente per far avere permessi di soggiorno ai clandestini con diritto: "Litigo furiosamente per un niente, non credo in niente, mi batto per qualcosa che non so, per un tutto che si chiama e si dice laleggeèugualepertutti (…) con coraggio costituzionale, credo, con il mio stile rabbioso, senza scorciatoie, a viso aperto, poche parole, parole franche, a mani nude, ardito sui generis, a modo mio. Avvocato analfabeta di prima linea, ragazzo della Piave, senza lesinare energie, senza furbizia precoce, senza elmetto, mi conquisto tre (3) foglie dignitose messe insieme e ricevute dai clienti irregolari o clandestini, i soldi del soldato…" (p 38). Oppure combatte per farli uscire, quando possibile, da un carcere-tortura orrendo, com'è a quanto pare il carcere ai giorni nostri. "Il sistema penitenziario è la dimostrazione precisa che la pena detentiva ha fallito. Esso produce e conserva odio, spirito vendicativo, frustrazione, cattiveria primitiva. Non ha alcuna efficacia riabilitativa, non punta a evitare recidive. Punta a rinforzare gli assassini. Rincuorare le merde. (…) Le carceri sono tritacarni arrugginiti, solo che il macinato che se ne ricava è, per l'appunto, un macinato umano di cui la macelleria Zottarel non riuscirebbe a piazzare un solo etto nemmeno tra i cannibali più affamati della terra. (…) Io, stringi stringi, sto dalla parte dei detenuti per partito preso, mi sento come loro, son come loro (…) Il reato che hanno commesso è quello che penso di poter compiere anch'io, un giorno o l'altro, non tra molto, sono ladro in potenza, assassino in potenza, ladro per fame, assassino per giustizia." (p 102).

domenica 17 gennaio 2016

Vengo anch'io! No tu no

"Vengo anch'io! No tu no! E perché? Perché no!" diceva una famosa canzone. Non c'è un motivo preciso e ce ne sono tanti: è il potere. Il potere esclude.
Viviamo all’interno di oligarchie occidentali, non di democrazie (cfr Sabino Cassese a proposito della Costituzione italiana). E’ una menzogna asserire che ognuno può diventare ciò che vuole. I cosiddetti “ascensori sociali” dei decenni trascorsi contano sempre meno in questo momento storico. Conta di più quel che si è di quel che si fa. Piccoli frammenti, dichiarazioni marginali di personaggi affermati vengono trattati come oro colato mentre esperienze significative, lavori approfonditi di persone che non hanno un nome vengono ignorati. C'è una netta linea di demarcazione fra chi ha un lavoro e chi no, chi pubblica e chi no, chi fa parte e chi non fa parte. Viene salutato con entusiasmo il riconoscimento una tantum di un individuo poco noto da parte di un personaggio famoso (è questo il più delle volte l’unico fattore in campo letterario, così come nel mondo dello spettacolo, a quanto si dice, che può cambiare la sorte: la decisione personalissima di un appartenente alla categoria degli aventi successo) e questo viene portato a esempio del fatto che tutto può succedere, i sogni di chiunque possono realizzarsi.

lunedì 28 dicembre 2015

Genti a cartapesta di Fabio Greco, un romanzo meritevole e ancora inedito

Un estratto

E anzi, girando lo sguardo verso l’orizzonte, verso quel confondersi di mare a cielo e cielo a mare, verso i gabbiani che volteggiavano eleganti, gli parve che dall’isola, anziché la malasorte, gli arrivasse in quel momento una buonasorte anzi una buonissima sorte camuffata da donna, un donnone salentino, donnone inteso per altezza e larghezza, un’erculona tanta, boterosa, con spalle larghe, larghi i fianchi, larghissime cosce e petto assai, che s’appressò alla costa da dietro all’isola delle Pazze. Masello la vide sbucare al remo d’una barchettina mezz’affondata con la linea di galleggiamento a livello sponda, un’eccezione a qualsiasi legge fisica, che c’era da chiedersi come potesse quella barchetta di legno, esile e fradicia, sostenere tutta quella massa senza sprofondare, come potesse non incamerare acqua a ogni beccheggio, a ogni ondata, a ogni movimento di braccio e di spinta di remo, pericolosamente s’inclinava pelo pelo all’acqua, s’inchinava al mare e all’onda e subitamente si rialzava, ripigliava contegno per poi prostrarsi dall’altro lato e ripigliare posizione una volta ancora, a farci venire in mente a Masello quei pupi da prendere a pugni che ritrovano sempre l’equilibrio. Da lontano pareva sissignore una balena, non a modo di dire grossa come una balena, cicciona come una balena, grassa come una balena, proprio una balena vera, pareva un dorso di balena che faceva il paio con quel dorso di balena ch’era l’isola delle Pazze, forse un po’ più piccola, un’infante di balena al seguito della balena madre, e la cingeva torno torno, le faceva il giro e il rigiro in cerca della mammella, la barchetta navigava come un vaporetto trascinata dal ritmo della remata, tagliò quel latte ch’era diventato il mare, intra un’unica linea di nero, la barca avanzava a sobbalzi e sovvertimenti, emergeva la prua con quel suo nome pittato, Mariabbondanza, si sganciava dall’acqua e ricadeva, pareva fosse la barchetta a farci tutta la fatica, a sbuffare e crocchiare intra a quel cambio di fase tra acqua e aria, a darsi la spinta e lo sforzo per sfuggire all’onda: Masello se l’osservò quella barca e quella donna, a mezza voce mormorò, Ma che ci starà a pescare la Mariabbondanza? senza sapere che nominando la barca diede pure nome alla donna – se ne stava sopra alla barchetta con le anche aperte per tenere l’equilibrio e, a ripetizione, come pigliata da un astio contro l’acqua marina, gettava le reti e le ritirava a bordo. A Masello, quel nome gli faceva una tavolozza di colori intra alla capo, un quadro a meraviglia si faceva, se l’azzuccherava a destra e a manca, s’accavallavano pensieri che partivano dal suono che faceva quel nome, quasi sentiva una musichetta a pronunciarlo, a scivolare su quella legatura tra nome e opulenza, Mariabbondanza, che pigliava la rincorsa all’inizio della parola e poi si lasciava trasportare fino alla fine, come fare un salto e ricadere, a una a una unì altre parolette per assonanza, Mariabbondanza/ ci chiudemmo intra alla stanza/ ti spogliai con crianza/ tutta culo tetta e panza/ tu m’attizzi Mariabbondanza e sebbene ancora non la conoscesse di persona, già gli faceva il rimbambimento d’innamorato, una con quel nome, che da sola se ne andava per mare, che donna era questa donna, a sé stessa bastante, la Mariabbondanza? Gli era talmente familiare e reale e presente intra a se stesso che si convinse fosse, non già uguale, ma molto simile a una statua di madonna che aveva fatto l’anno prima, quasi che n’avesse fatta prima la statua e poi la persona, quasi l’avesse immaginata prima ancora d’incontrarla.

sabato 12 dicembre 2015

Il comunismo e l'arca di Noè

Mi rincuora leggere questo brano nel libro Oltre la gabbia d'acciaio di Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve (ed. Vangelista, Milano 1994); mi pare sempre attuale e particolarmente natalizio. Scrive Costanzo Preve all'inizio della parte intitolata "Marxismo e filosofia alla svolta del duemila": "La sconfitta del comunismo storico novecentesco, consumatasi nel triennio 1989-1991, è stata immediatamente interpretata dagli apologeti del capitalismo come fine della storia e come affermazione di una modernità postmoderna, cioè di una modernità ormai rassegnata a riprodurre indefinitamente le proprie contraddizioni, rinunciando definitivamente ai sogni di emancipazione. La teoria della fine della storia è infatti la specifica filosofia della storia della postmodernità.
I marxisti escono da questa vicenda come un pugile sconfitto sul ring. Ancora intontiti per i colpi ricevuti, non hanno certo la capacità di progettare futuri incontri, ma hanno soltanto la forza di ritornare al proprio angolo, mentre l'arbitro solleva il pugno del vincitore. In realtà, questa immagine è fuorviante. Il vincitore ha dovuto drogarsi per riportare la sua effimera vittoria e l'antidoping lo squalificherà. Per riportare questa vittoria sul comunismo storico novecentesco (usiamo questa espressione perché sia ben chiaro che non identifichiamo questo comunismo con il progetto di Marx!), infatti, il capitalismo si è drogato con le spese militari, con la speculazione finanziaria, con lo stravolgimento integrale della cultura attraverso i media, con l'impoverimento selvaggio e scandaloso dei paesi oppressi dall'imperialismo. E' allora bene passare ad un'altra immagine. Il comunismo ci sembra oggi somigliare a Noè, ai suoi figli e agli animali che portava con sé (cioè, fuor di metafora, alla natura che occorre salvaguardare e salvare), che escono tutti dall'arca dopo il diluvio, e che hanno salvato però l'essenziale per ripopolare la terra…" (p 119).

mercoledì 9 dicembre 2015

Un postinferno e un mondo assorbito nell'increato

Perché ho voluto cimentarmi nella lettura delle oltre mille pagine degli Increati di Moresco (Mondadori, Milano 2015)? M'interessano gli scritti che parlano di altri regni: catabasi nel regno dei morti, utopie, alcuni testi di fantascienza. Come spesso accade per i libri di fantascienza, per le utopie o per le (rare) catabasi, vi si individuano sottotraccia alcuni lineamenti della nostra società, mascherati, da decifrare. Questo è uno dei motivi per cui non mi porrò di fronte all'ultimo libro di Moresco nell'ottica di un inquadramento o di un'opinione estetico-letteraria; m'interessa bensì considerarlo come segno dei tempi (elaborazione simbolica del periodo storico in cui stiamo vivendo).
La realtà infera coglie senza troppi preamboli il narratore protagonista così come il lettore fin dalle prime pagine. Viene chiaramente esplicitato che il protagonista è morto e la coltre caliginosa, nebbiosa, piovosa, nevosa che avvolge tutto si colloca nella tradizione letteraria delle visioni degli inferi.
Qui però la veste cupa è double-face, dal momento che a un certo punto si rivela fatta di sperma centrifugato da forze cosmiche  e, più precisamente, da un coito collettivo ininterrotto e diffuso ovunque fra morti, risorti e immortali. La realtà mortale/mortifera è subito contraddetta da numerosi contrappesi erotici (pioggia e fiume di sperma, neve seminale, amore imperituro fra i due personaggi principali del narratore-protagonista e della Pesca, ripetuti ritorni a scene dell'infanzia e così via) che accompagnano ogni passo della catabasi, quasi per un bisogno molto intenso (emotivo, affettivo, mentale) di negare il brutto di ciò di cui si sta parlando. Scheletro teorico del testo (almeno fino a un certo punto) è l'idea antica, ma tuttora appartenente a diverse religioni orientali, del tempo circolare: l'eterno ritorno, le reincarnazioni, l'inesistenza della morte. Tutte le nostre preoccupazioni in materia sono ridicole (su tutto questo la cosa più normale da farsi è infatti una bella risata: " 'I morti ridono?' 'Sì, ridono. E' così che accolgono i nuovi morti.' 'Ma perché ridono?' 'Ridono perché ormai sanno cosa succede dopo. Perché sanno che la morte non c'è, non c'è mai stata...' " p 17). Nella vita oltre la morte come nella vita di prima, di prima della nascita, come durante la nostra vita vivente di corpi materiali, tutto rimane uguale, pure la presenza dei corpi, la bellezza, la giovinezza, i sentimenti, il sesso.
Lo stesso stile dell'opera ricalca lo stile oracolare, oscuro, ambiguo di molti testi sacri, il quale rimanda ripetutamente al concetto della coincidenza degli opposti ed è qui come là impregnato di ossimori: la vitamorte, il primadopo, luci nere, i morti dentro la vita, i vivi dentro la morte ecc. A mo' d'esempio riporto una dichiarazione dello scrittore Antonio Moresco sulla sua stessa opera, inserita a p 823, nello stile sapienziale di chi sa qualcosa che altri non sanno e nello stesso tempo si esprime in modo oscuro (la lunga citazione è riportata in nota *).