domenica 11 dicembre 2011

Le "frasette"

Edoardo Albinati in Maggio selvaggio (Mondadori, Milano 1999) mostra fastidio per certa prosa cosiddetta minimalista: "…il più delle volte, leggendo autori contemporanei, invece di ammirazione provo immediatamente fastidio verso gli sporchi trucchi del mestiere, per esempio: le frasette. Quanto mi danno sui nervi le frasette!" (p. 163).
Condivido. Direi quasi che le frasette sono diventate un'uniforme: l'uniforme dello scrittore alla moda di questi anni.

sabato 10 dicembre 2011

Altre "lettere a nessuno"

Un altro che scrisse qualcosa di simile a delle "lettere a nessuno": Antonio Gramsci (i Quaderni dal carcere). Di lui dice Edoardo Albinati: "… l'autore recluso si trova paradossalmente a godere nei confronti della contemporanea vita intellettuale e politica italiana di una condizione sepolcrale, postuma e al tempo stesso di una sfrenata libertà di dire il vero e anche qualcosa di più del vero (il proprio nero umore) emettendo una voce ironica e severamente razionale che spaventerebbe a morte i viventi, se mai l'ascoltassero, questo povero sepolto vivo. Ma nessuno, appunto, l'ascolta. I giudizi tranciati da G. sui vari Vip dell'epoca assumono il contorno ieratico dell'essere logica ininfluente, intelligenza fuorigioco, impotenza allo stato puro, come se gli unici elzeviri non disgustosi di un'epoca disgustosa siano giocoforza questi - gli impubblicabili." (Maggio selvaggio, Mondadori, Milano 1999, p. 91).

Il nome Nessuno

Rivendico per me il nome Nessuno come intrinseco alla specie umana nonché patrimonio dell'umanità. Se, per citare ancora una volta un classico, siamo polvere e ombra, ogni uomo è nessuno oltre che Tizio, Caio o Sempronio. E' nessuno nella sua natura mortale, nella profondità della sua psiche, nella sua mancanza a essere e in tutto quello che fa, mosso da una consapevolezza che lo spinge a fare qualcosa della propria vita effimera, a fare persino meraviglie. Resta piena di fascino la sentenza: "Anche se l'universo lo schiaccia l'uomo è più nobile di ciò che l'uccide, poiché egli sa di morire mentre l'universo non ne sa nulla".
Sento di essere Nessuno come Ulisse, l'inventore di se stesso, e come Polifemo il cieco, come Edipo che non sa quello che ha fatto e come la Sfinge che nessuno conoscerà mai.

Tra feudo e mercato

Nelle Illusioni perdute (1837-43) di Honoré de Balzac, che descrive gli intrighi, la vanità, la corruzione di letterati, teatranti e giornalisti della Parigi del primo Ottocento, si trovano frasi come queste: “Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti che si può attraversare uscendone puri solamente se protetti, come Dante, dal lauro divino di Virgilio” (Newton Compton, 2006, p. 161); “… quando vi sarete rovinato la salute e lo stomaco per dar vita a quella creazione, voi la vedrete calunniata, tradita, venduta, deportata nelle lagune dell’oblio dai giornalisti, seppellita dai vostri migliori amici”.
Con altrettanto disincanto e amarezza si può parlare oggi del nostro ambiente letterario. Accanto alla casta dei politici, mostrata in tutta la sua flagranza di privilegio da Sergio Rizzo e G. Antonio Stella nel celebre volume edito da Rizzoli nel 2007, accanto a quella dei professori universitari, denunciata da trasmissioni televisive come Annozero, accanto a quella dei giornalisti, nominata più volte da Beppe Grillo, non poteva mancare infatti la casta dei letterati, di cui ci ha raccontato qualcosa lo scrittore Antonio Moresco nell’autobiografico Lettere a nessuno, già edito da Bollati Boringhieri nel 1997, ora riedito in versione ampliata da Einaudi (2008).

venerdì 9 dicembre 2011

Fiabe dei morti

Poesie in prosa


I

Chiudo le tende. Oggi resto in casa. Mi faccio far le carte da un'amica per telefono. Esce una carta brutta e lei me la rigira come può. Ma io ho capito.
Per delle ore vado su e giù come una talpa che scava i suoi cunicoli. Poi mi metto a letto. Mi tiro fin su su la coperta della pioggia e penso a un sogno che vorrei rifare.
Andavo e andavo con l'acqua a mezza gamba, ma non so verso dove né perché. Non so se mi trovassi in una palude, se fossi inseguita da qualcuno o se stessi cercando io qualcosa. Prima ero inseguita, poi cercavo… Raccoglievo delle pietrine colorate ben visibili sul fondo in trasparenza.
 

giovedì 8 dicembre 2011

Fantasie di condannati

Poesie in prosa


I

Un giorno mi troverò, m'hanno spiegato, a metà strada fra i polmoni e il cuore (una specie di traffico interrotto fra i polmoni morti e il cuore vivo…), così m'han detto, per l'espansione del tumore inoperabile.
Ho nella testa immagini di vecchi film: fucilazioni rapide e anelli con l'arsenico per spie braccate di sessant'anni fa. Vedo di spalle i soldati giustizieri, odo il silenzio secco del colpo di pietà.
Vorrei che qualche disperato rancoroso, persino paranoico all'occorrenza, riuscisse a penetrare in ospedale e si mettesse a sparare all'impazzata per regolare i conti con qualcuno che non c'è. Ci sarei io per lui.
Ma stamattina non sono più in reparto. Sto in mezzo a un bosco, solo col mio cane. Siamo usciti per la caccia molto presto e non abbiamo voglia di cacciare. Guardiamo i raggi filtrare tra le foglie, sentiamo l'odore dell'erba bagnata, del muschio e dei funghi, ci apriamo il cammino fra gli arbusti, finché, non si sa come né perché, ho un buco pieno di foglie secche in pieno petto…

mercoledì 7 dicembre 2011

Le leggi non scritte

Esistono delle leggi non scritte, diceva Antigone al tiranno della sua città, che non le permetteva di seppellire il corpo del fratello, reo di aver combattuto contro la patria. L'argomento di una tragedia greca molto antica (V secolo a.C.), una delle prime di Sofocle, si rivela oggi di straordinaria attualità. Queste leggi profonde dentro di noi pare che reclamino universalmente, in tempi e luoghi diversi, sotto qualunque sistema o regime, rispetto per i morti e per i loro familiari. Come hanno dimostrato negli ultimi decenni le vicende di Nancy Cruzan negli Stati Uniti, di Ramòn Sampedro in Spagna, di Vincent Humbert in Francia, di Piergiorgio Welby in Italia, o il drammatico caso di Eluana Englaro non ancora concluso, è sentimento generale che tali leggi debbano estendersi anche a chi non può vivere in condizioni degne di essere vissute e invoca una morte che la società tecnologicamente avanzata gli ha tolta, o a chi è tuttora sospeso in un limbo premortale mentre diversi macchinari collegati a parti del suo corpo espletano funzioni che il suo organismo nel complesso non è più in grado di organizzare. Piergiorgio Welby, nel suo libro, chiama morti insepolti coloro che giacciono anni e anni, persino decenni, in uno stato vegetativo permanente.
Il coro di filosofi, medici, giuristi, opinionisti che in questi anni si sono espressi in materia di diritti del morente è l'eco di un sentire che viene da molto lontano, dalla tragedia antica come dalle riflessioni di pensatori di tutti i tempi, amici della conoscenza e del genere umano.
Ho voluto lasciare a questo coro di voci la sua voce, poiché è come se ci trovassimo ancora di fronte a una tragedia.

martedì 6 dicembre 2011

Il miracolo della follia nell'opera di Federigo Tozzi

Nella novella Il miracolo di Federigo Tozzi, databile fra il 1917 e il 1919, pubblicata sul “Tempo” nel 1919, ci vengono descritti ben due miracoli. Viene tratteggiato un personaggio, non più giovane, sempre più solo e triste. E’ arrivato a un punto che gli pare di vivere come in sogno, tanto si sente separato dal mondo, e gli oggetti qualche volta gli pare persino che si animino di vita propria. “E la pazzia dell’Appesi non si ferma qui, si completa ogni giorno e si raffina (…) Egli vorrebbe anche smettere di mangiare; e, quando va a letto, dopo aver pregato, rimpiange sempre di non essere uno di quei romiti che pensavano soltanto a Dio e si sfamavano con una crosta di pane.” Ma in una splendida giornata di sole la moglie estranea e un po’ ributtante che gli vive accanto gli appare in tutt’altra luce. “Credette di avere un’altra moglie e di esserne innamorato. Entrò in camera, e la Madonna andò da sé su la scrivania.” La figura ultraterrena gli tiene un vero e proprio un discorso, proponendogli di andarsene di casa senza voltarsi indietro: sarebbe come la morte e la rinascita a una nuova vita. Ma l’Appesi non se la sente: rifiuta questo miracolo, che potremmo definire divino per via dell’animazione sovrannaturale. A salvarlo sarà invece un miracolo del tutto umano, che potremmo definire dell’immaginazione: “Si convinse d’essere un ragazzo; e la moglie sua madre (…) Soltanto dentro a sé aveva la certezza deliziosa di essere un ragazzo; e poteva sorridere delle proprie ragazzaggini. Come si sentiva privilegiato fra tutti gli altri uomini.” Come in tanti momenti dei racconti, il rifugio negli anfratti della madre terra offre la possibilità di tornare alle sorgenti della gioia: “… andava vicino a un albero; come se lo avesse chiamato. E si sedeva alla sua ombra, alzando di quando in quando gli occhi alle rame; perché lo divertivano. Metteva le dita dentro i crepacci della terra; camminava tra le spighe del grano, per i solchi più lunghi; portava in mano le zolle di terra; scoteva le canne, per sciupare i loro fiori bianchi; senza stancarsi, guardava scorrere l’acqua; abbracciava gli alberi.”

lunedì 5 dicembre 2011

Post-Edipo e post-Filottete

I capolavori di Samuel Beckett, che ancora sorprendono per la loro carica innovativa, risalgono agli anni cinquanta. La grande trilogia narrativa di Molloy, Malone muore e dell’Innominabile fu pubblicata fra il 1951 e il 1953, Aspettando Godot è del 1952, Finale di partita del 1957. Agli anni trenta risale l’ideazione di un personaggio-uomo vagabondo e debosciato che ritroveremo anche in opere più tarde.
Come mai sentiamo oggi più che mai vicino questo personaggio?
Straccione, vagabondo, primitivo, disabile, sporco, coperto di parassiti eczemi dermatiti, parassita egli stesso, onanista, claudicante, malato, paralitico, afasico, schizofrenico, paranoico, un po’ persino perverso, assassino per futili motivi, agonizzante, mezzo morto (Malone, Innominabile): questi i tratti essenziali. Un essere che è nella sostanza un animale, scoperto in tutta la sua istintività più naturale e ineducata, e nell’apparenza un rottame, un sopravvissuto.
D’altra parte, quando Diogene il cinico lo cercava col lanternino ai margini della società ateniese, era proprio questa autenticità priva di sovrastrutture, non condizionata da usi e costumi, quella che riteneva fosse la sua vera essenza. Emblematica, in More pricks than kicks, la scena del vagabondo i cui stracci vengono innaffiati dalla pipì di un cane. Il clochard non si adira e stupisce il protagonista per la sua nobiltà: “L’istintiva nobiltà di questo splendido essere per cui la vita privata, con le sue gioie ed i suoi dolori la sera sotto il carro, non era una cosa da conquistare, come Belacqua avrebbe potuto conquistare la sua un giorno se fosse stato fortunato, ma antecedente, disarmava tutti gli svolazzi ed i ghirigori della civiltà. Belacqua tracciò nell’aria un disegno inarticolato col bastone e scese lungo la strada uscendo dalla vita di questo calderaio, questo vero uomo finalmente.” (Novelle, p. 115)*. Altrettanto significativo, per esempio, è come mangia Molloy nell’omonimo romanzo e come butta all’aria la tazza di tè offerta da una dama di carità. Molloy ingurgita due bocconi avidamente senza masticare e poi basta: “si sarebbe detto che mangiasse per nutrirsi”, esclama il narratore con ammirazione.

domenica 4 dicembre 2011

Miss italia

Barzellette demenziali



Miss Italia

Le bambine, per mano con le barbie, fanno una giravolta nella televisione. E' il loro concorso di destrezza. Vincerà Pippi Gambelunghe o, più probabilmente,  la Cicala che canta lo spasso del nostro Paese di sasso.
Taceranno i conflitti d'interesse, le squadre ai quattro angoli non saranno più le stesse. Si fermeranno gli autoscontri, le battaglie dei sedicenni in motorino e quelle dei cassonetti mandati in fumo con l'accendino.
Tutti in silenzio staranno a guardare il salto della bambina in mare.

sabato 3 dicembre 2011

I due bambini e il labirinto

Pirandello diceva che i fatti sono come i sacchi vuoti. Bisogna vedere quello che c’è dentro.
La tragica vicenda di Gravina di Puglia, piena di abbagli, errori, sbandamenti,   rivela una volta di più la natura emotiva del nostro pensare e agire. Per cui ipotizzare che due fratellini, correndo, siano semplicemente inciampati e scivolati in un pozzo trovandovi la morte, non ci basta. La storia non si chiude così. Non riusciamo a chiudere questa storia., a lasciarcela alle spalle, forse perché suscita le nostre più terribili angosce: la paura di essere murati vivi, di restare intrappolati da qualche parte senza via d’uscita, di rimanere compressi e soffocati in poco spazio. Tutte angosce riconducibili, secondo Franco Fornari, al trauma della nascita.
E questa storia mostra come un nervo scoperto l’ancestrale mito del Labirinto. Secondo l’analisi psicologica esso è simbolo del corpo materno, con il suo percorso difficile per arrivare alla luce. Ma nell’elaborazione mitica, su base storica, avviene uno spostamento dalla Madre alla Città, per cui il contenitore chiuso e insidioso è rappresentato a tutti gli effetti dalla società (sappiamo che questo mito ha pure un ancoraggio storico, ricollegandosi ai tributi ateniesi da pagare ai cretesi e ai sacrifici da compiere nei confronti di un dominatore straniero).
Il labirinto è anche un archetipo letterario, come sappiamo, più volte ripreso pure nel Novecento. Lo scrittore Antonio Moresco, polemizzando a distanza, nel suo saggio Il vulcano (1999), con Italo Calvino, celebre ideatore di labirinti letterari molto astratti e cerebrali, sottolineava che in ogni labirinto c’è sempre un mostro. Può essere utile tenere presente questa riflessione. Non ci sono veri labirinti puramente ludici, ma, se accade che una situazione divenga intricatissima, è quasi certo che rivelerà un risvolto drammatico e che qualcuno avrà serie responsabilità.