giovedì 8 maggio 2014

Reddito universale vs difesa posti di lavoro in settori in declino

A proposito del dibattito emerso intorno al 1° maggio su reddito di cittadinanza vs difesa del posto di lavoro in settori di produzione in declino, ecco che si potrebbe aprire un campo vastissimo di azione per molti operatori della conoscenza, tutto un lavoro educativo ad ampio spettro tale da convertire un'istruzione in larga misura finalizzata strettamente al lavoro per la maggioranza della popolazione, fino a poco tempo fa destinata a vite di lavoro in fabbrica o negli uffici con giornate intere prive di tempo libero, a un'educazione a lavorare sul proprio tempo, cioè a trasformare l'ozio in creatività. Ciò che spaventa molte persone, oltre ai problemi concreti di sopravvivenza legati al baratro che si apre attualmente per i senza-lavoro in una società abituata a fare dei disoccupati solamente un esercito di riserva per tenere bassi i costi del lavoro o da utilizzare nel lavoro sommerso o nel largo giro degli affari illeciti, è anche il vuoto del tempo libero, l'angoscia che può sommergere chi si trovi improvvisamente di fronte a cambiamenti radicali di vita e di abitudini con molte ore prive di occupazione. Invece di un'educazione finalizzata al lavoro, un'educazione in sostanza a stare rinchiusi lunghe ore in luoghi coercizionari, a stare al proprio posto, a ripetere a memoria le lezioni, a recepire passivamente le nozioni, a vivere con le orecchie tappate, con una sensibilità ridotta e quindi più adatta allo sfruttamento, come direbbe Adorno nella Dialettica dell'illuminismo (ai lavoratori-rematori compagni di Ulisse sono state tappate le orecchie affinché non odano il canto delle sirene; cfr anche mio post su questo sito http://voltandopagine.blogspot.it/2013/10/il-canto-delle-sirene.html) ci sarebbe tutta un'altra prospettiva da mostrare: il vasto mondo dell'arte e della cultura, finora rimasto in larga misura inaccessibile a chi non poteva permettersi di non lavorare. C'è tutta una mentalità da cambiare, tutta un'educazione da rifare; discorso che vale a cominciare da noi stessi.

venerdì 2 maggio 2014

L'ultimo romanzo di Luigi Di Ruscio

A tre anni dalla morte dell'autore, i romanzi di Luigi Di Ruscio approdano finalmente a un editore importante, Feltrinelli, che raccoglie in un'unica edizione i maggiori testi in prosa, Di Ruscio. Romanzi (Milano 2014).
Fin dal titolo, Neve nera (ancora più esplicito nella prima edizione, Ediesse 2010: La neve nera di Oslo),  il terzo romanzo contenuto nel volume si presenta come il libro in prosa che maggiormente dovrebbe essere incentrato sul tema del lavoro in fabbrica, luogo dove lo scrittore effettivamente fu occupato per trentasette anni dopo l'emigrazione in Norvegia. Lo è ma con scatti e puntualizzazioni anche ribelli, di chi capisce di non poter essere incasellato o inumato in una posizione troppo circoscritta, com'era già avvenuto in passato per le poesie neorealiste: "Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l'operaio più circondato da barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero." (p 400)

lunedì 21 aprile 2014

Guardarsi l'ombelico

Guardarsi l'ombelico è un'operazione tutt'altro che banale, scontata, insignificante, dal momento che il cordone ombelicale è sociale.

venerdì 18 aprile 2014

No autore

"Bisogna fare opere che sfuggano al controllo dell'autore perché l'autore poi porta a spasso se stesso."
Antonio Rezza in una intervista

domenica 9 febbraio 2014

Splendidi tessuti sintattici

Antonio Lobo Antunes, Che farò quando tutto brucia? (2001, Feltrinelli, Milano 2004)

"- Tuo nipote nonnina 
mia nonna nel salotto buio coronata di immaginette e di candele mi allungava le orecchie e mi aumentava i denti, avrebbe finito per divorarmi e per sparpagliarmi a terra come fanno i maiali, le dita smettevano di colpo intrecciandosi in grembo, una domanda polverosa si faceva strada tra i fazzoletti neri
vestita a lutto fino all'anima
- quale nipote figliola? 
rivolgendosi non a mia madre, a un pollo che si frugava sotto le ali con una frenesia di calcinaccio, le palme delle mani separavano tenebre, desistevano
- quale nipote figliola?
mentre mi ricomponeva il profilo con gesti affrettati, se abitassi a Bico da Areia correrei più veloce degli infermieri, dei cavalli, mia nonna cercava mia madre, le misurava il volto con i pollici 
- sei dimagrita Judite
un giorno o l'altro vado a trovarla al paese fra gli olmi, sfuggendo alle ortiche, ai topi, i suoi occhi mi indovinano i passi senza udirli, le dita impastavano il vuoto incuriosite, si diceva che il mio defunto nonno apparisse di notte con la zappa in resta
- Camélia 
alzando il coperchio delle padelle con la fame dei morti e l'alito ammuffito, desideravamo vivere, non riuscivamo a fuggire e tutto tranquillo intorno, la maestra passeggiava sulla strada del cimitero dopo scuola, api e ancora api nei tronchi dei pioppi, mia nonna alla zappa
- Non verrai mica a rubare, vero?
non vengo a derubarti nonna…" (pagg 18-19).
Ampio esempio di flusso di coscienza (ininterrotto per tutto il romanzo) intarsiato da frammenti di dialoghi ricordati, riportati frammezzo ai pensieri; stream of consciousness intagliato, arabescato, nuovo. 

martedì 21 gennaio 2014

Mannequins: commenti suscitati

Mariano Bargellini, in una nota speditami il 16-1-2014:
"Il lettore intendente di letteratura, letto 'Top model d'oltretomba', racconto d'apertura di Mannequins di Roberta Salardi, si interroga su un mistero o enigma la cui soluzione è alla sua portata, essendo letterario, non da detective e lasciato irrisolto, tale enigma o mistero. Che cosa ti fa dire: questo racconto è bello e levigato come Enora e Nell e le altre ragazze-statue? Su quali virtù dello stile e dell'immaginazione si fonda la tua sentenza? Allora, per le spicce: la pipistrella Salardi, grazie al suo radar, ha evitato tutti gli ostacoli mortiferi contro i quali, viceversa, va a sbattere il romanzo italiano d'oggi, postmoderno. Ossia? Beh, la Roberta ha evitato le puerilità del plot, i personaggi stancati (loffi), industria idiota di figurinai e figurinaie, il ricalco (la stracca mimesi) di nient'altro se non la buccia della realtà, i luoghi comuni gli stereotipi le convenzioni dettate dagli editori, e poi tutto quello scrivere così maledettamente male ecc. O anche, detto altrimenti, grazie al suo radar ha imbroccato fenestram evasionis. E' evasa dalla casa del Sonno. Cioè dalle angustie e dal soffoco del romanzo italiano d'oggi, postmoderno e postletterario. Qui, in 'Top model d'oltretomba', circola l'intelligenza (in ogni frase), un pensiero immaginativo articolato e sottile, e il senso del testo è complesso, naturalmente ambiguo, starei quasi per dire multivoco (non mica univoco e piatto, come sapete spremerlo voi dalle vostre storie, voi che non nomino). E sempre qui in 'Top model', per una scrittura così precisa nitida evidente, com'è questa di Roberta Salardi, volevo dire, la parola stilista, per l'autrice, può essere usata, tranquilli. Ritolta ai griffatori e restituita a certi scrittori e a certe scrittrici."

Giorgio Mascitelli, in un messaggio inviatomi il 3-6-2013:
"Mi sembra che sotto lo scintillante mondo delle modelle e l'altrettanto fastoso, ma in senso diverso, universo pulp si nascondono le meditazioni sulla vita offesa e su quanto ci passa il convento in questi tempi di speciosa abbondanza, ormai forse anch'essa superata. In questo senso mi restano impressi più facilmente quei personaggi come la commessa del negozio alla stazione Centrale ('La cubista prigioniera del cubo'), il triangolista desideroso di entrare nella coppia lesbo e disposto, in nome della realizzazione del proprio sogno proibito, ad accettare anche in camera da letto la propria minorità sociale e lavorativa ('Centottanta secondi'), o la fidanzata mancata del racconto finale col suo disperato e disperante razionalismo a fronte della marea montante della solitudine ('Passeggiata al cimitero'), insomma l'umanità dolente che risuona del proprio dolore senza enfasi."


Il commento di Luigi Grazioli, reperibile sul blog A spasso nella caverna (http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/01/libri-di-amici-1-4-marco-ercolani.html), era già stato riportato su questo sito nel post del 25-8-2013 "Una recensione apparsa su Facebook".

Silvio Bernelli, in uno scambio di messaggi su Facebook del 25-9-2013 suggerisce, per un'eventuale prossima raccolta, di calarla in una cornice, al fine di darle più omogeneità e più forza. Consiglia anche di ponderare bene l'uso degli aggettivi e degli avverbi, che, se troppo precisi, rischiano di dare l'impressione di essere usati come scorciatoie per dire tutto velocemente, lasciando magari fuori qualcosa.

mercoledì 8 gennaio 2014

Sorpresa per la mancanza di sorpresa

Ricercatrice universitaria occupatasi più volte di letteratura novecentesca, con frequenti incursioni in testi sperimentali e d'avanguardia, trattati in chiave tematica (In luoghi ulteriori. Catabasi e parodia da Leopardi al Novecento, Giardini, Pisa 2005) o con particolare attenzione alla struttura (Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-bolg, Carocci, Roma 2012, dove celebri romanzi degli anni sessanta, Hilarotragoedia, Capriccio italiano, Tristano, Il serpente e L'anonimo lombardo, vengono messi decisamente in primo piano), Gilda Policastro compie scelte completamente opposte nei propri romanzi (Il farmaco e Sotto, Fandango, Roma 2010 e 2013). Considerate le premesse, ci si sarebbe aspettati strutture narrative alternative e perfino spiazzanti, o perlomeno una soluzione di compromesso che accostasse elementi tradizionali a tentativi meno convenzionali. Nella narrativa Policastro invece sceglie un impianto ottocentesco, con il tradizionale succedersi di scene narrate da un narratore extradiegetico; un recupero dunque del ruolo di un narratore-dio che osserva dall'alto i suoi personaggi e li manovra come marionette.
D'altra parte in una presentazione a Milano del suo ultimo libro (un evento di Bookcity del 22-11-2013) è lei stessa a dichiarare: "Riscriverei Madame Bovary"!
Ovviamente non si pretendono da nessuno spericolatezze innovative, semmai sorprendono piacevolmente quando si trovano. Tuttavia l'impressione che si riceve è simile a quella che avrebbero potuto provare i compagni dell'Ulisse dantesco se, dopo l'esortazione al folle volo (Inferno, Canto XXVI), egli avesse detto loro: "Restiamocene a casa".


  • P.S. - Sorpresa per la sorpresa. Ricevo invece incoraggianti impressioni a un primo approccio alla lettura del nuovo romanzo di Gilda Policastro, Cella (Marsilio 2015). Con questo romanzo mi pare che l'autrice, sganciandosi decisamente dalla struttura tradizionale dei romanzi precedenti (narratore extradiegetico), abbia finalmente trovato se stessa, o la sua vena migliore. 

martedì 24 dicembre 2013

La scrittura e il vuoto

C'è molto spazio vuoto nell'universo. Nell'universo è maggiore il vuoto del pieno. E' naturale che nella mia Trilogia della scomparsa* si trovino tanti spazi vuoti.
Mi piace l'attitudine della poesia a salvare poco dal molto, a capire che si può salvare poco, dovendo eliminare il rumore e tener conto del silenzio, pur ascoltandolo; tener conto cioè del fatto che ci sarà sempre qualche residuo di silenzio inesplicato.
Poderosi volumi pieni di parole destano il sospetto che tutte quelle parole contengano anche del rumore, poco rispettoso del silenzio dell'universo. Può esservi del rumore pure dentro le parole: parole che si sovrappongono ad altre parole, parole che non lasciano parlare gli altri, parole che non sanno quello che stanno dicendo (anche se, bisogna riconoscerlo, la parola scritta è per sua natura più vicina al silenzio e forzatamente più rispettosa di ciò che la circonda se confrontata con la parola parlata o gridata del vivere quotidiano).
L'aspirazione sarebbe la sintesi propria della poesia e al contempo la disponibilità all'accoglienza e al dialogo, propri della prosa. 

martedì 17 dicembre 2013

La pazienza "mistica" dei veri scrittori secondo Cavazzoni

Questo l'incipit del gustosissimo Limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni: "Il primo grande guaio delle faccende artistiche, letteratura compresa, è che sembrano promettere una via accelerata al successo. (...) In questo senso l'arte e la letteratura può essere una brutta faccenda, di prevaricazioni, una strada accelerata per la vendetta sul genere umano; e i suoi prodotti bolle d'aria, gonfie di vanagloria (e di puzza)." (Quodlibet, Macerata 2009, p 7)
"E' così che si genera uno stato permanente di guerra tra tutti gli artisti. Mentr'invece questo è un campo in cui dovrebbe regnare la pace come di fatto regnava in Siria, in Palestina, in Egitto, nel III, IV, V secolo dopo Cristo, quando ci vivevano sparsi a distanza di due o tre chilometri l'uno dall'altro i grandi santi anacoreti, ognuno nascosto nella sua grotta, o esposto al sole e alle mosche, magari in piedi su una colonna, e i miracoli venivano da soli, non li cercavano, guai!; e così la gloria eterna, guai a cercarla!; un santo anzi stava nascosto, dissimulato (come dovrebbe fare un artista)..." (p 10)
La continuazione del discorso: "... se l'eremita non cedeva, continuava ad esempio a fare il suo lavoro in tutta umiltà e concentrazione, allora poteva accadere che improvvisamente splendesse, le campane suonavano e chi era rimasto se era cieco vedeva, e i paralitici anche loro si mettevano a correre..." (p 11)
"Purtroppo quest'epoca della santità ad un certo punto è finita molti secoli fa, ed è subentrata l'era dell'arte, la quale tuttavia possiede io credo una regola interna un po' simile. E come non c'è il colpo gobbo tra i santi, credo che anche nell'arte e nella letteratura, l'idea del colpo gobbo sia un'idea controproducente (un'illusione del diavolo), o comunque un handicap grave già in partenza." (p 12)
Un paragone analogo si trova in una frase del critico Gian Maria Annovi reperibile nella raccolta di scritti sul romanzo sperimentale (Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi, L'orma editore, Roma 2013): "La foresta urbana del Romanzo sperimentale, in cui non fatico a confessare di essermi perduto anch'io, è fatta però d'alberi alquanto strani. Si tratta di tronchi senza rami, colonne di varia altezza, tralicci, pali della luce sulla cui sommità si trovano, come stiliti, non stinchi di santo ma scrittori sperimentali." (pag 386).

giovedì 12 dicembre 2013

Racconto-spia: "Storia del non nato", contenuta in Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli

La forte intensità del racconto intradiegetico "Storia del non nato", reperibile nella parte finale dell'Hilarotragoedia manganelliana, frammento straordinariamente tragico in quel contesto (che riporta frasi di "asciutta disperazione" come questa: "Non più donna era costei, ma esempio estremo, unità di misura del male, della sofferenza…", p 118 nell'edizione adelphiana del 1987) si può intendere come spia del fatto che l'autore sta parlando di se stesso: è lui, Giorgio Manganelli, che lamenta il suo non essere nato all'esperienza (in questo caso esperienza affettiva di figlio poi fidanzato, marito…) fino a desiderare la morte pur non essendo mai nato, morte al quadrato, morte elevata a potenza (evidentemente qui lo scrittore si riferisce a una condizione psichica non a una realtà autobiografica; fu infatti partigiano, ebbe storie d'amore tormentate). Ma perché parlare di non-nascita se ebbe una vita, a periodi, intensamente vissuta? Quell'atmosfera asfittica da morte intrauterina deve corrispondere probabilmente a un desiderio punitivo. Desidera ritornare nel grembo materno e soffocarvi oppure, se vivo, desidera essere punito in un inferno, come sembra trapelare da altre sue scritture (Dall'infernoLa palude definitiva).
La messa in forma narrativa di questa solitudine esistenziale ("Non ho nome, né luogo, né sangue, non mi è dato né nascere né morire…") è di tutt'altro segno per gli autori italiani più recenti, testimoni di una storia contemporanea eccezionalmente risparmiata nell'Europa occidentale dalle guerre, dai massacri di massa, dalle grandi carestie e altri flagelli, un fatto ascritto in particolare all'ultima generazione scrutata dall'occhio critico e autocritico di Antonio Scurati (La letteratura dell'inesperienza, Bompiani, Milano 2006) e Daniele Giglioli (Senza trauma, Quodlibet, Macerata 2011). Questi soffrono per non aver vissuto abbastanza.
Gilda Policastro in Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, Roma 2012) ha un'intuizione che condivido in pieno circa la vera natura di quell'inesperienza profonda di cui parlano Scurati e Giglioli nei loro saggi recenti: la natura sociale, di classe della condizione privilegiata dell'intellettuale, tuttavia sensibilmente consapevole di carenze profonde sue e della società. La ricercatrice segnala la presenza di un "muro che separa di netto il recinto anestetizzato e davvero senza traumi di coloro che conservano il privilegio di una posizione intellettuale (cioè separata dalle cose) e di quanti dalle cose medesime siano invece così assorbiti e totalizzati da non potersi consentire né di scrivere né di leggere libri." (p 162). Nella frase citata l'autrice si riferisce al caso letterario di Gomorra (Roberto Saviano, Mondadori, Milano 2006), osservato più con attenzione sociologica che estetica, in quanto riuscì eccezionalmente a rompere quel muro divisorio, fatto davvero raro, fra l'altro mai ripetutosi neppure con gli altri libri dello stesso autore.
Voglio intendere che al centro della questione stia il profondo divario sociale nel nostro Paese. Da qui l'importanza che possono aver avuto macroeventi come la guerra o la Resistenza (cfr il Calvino del Sentiero dei nidi di ragno citato da Scurati nel suo saggio), non tanto come produttori di traumi quanto come cause di rimescolamento sociale e di vita partecipata.

Nota A proposito di trauma, mi pare interessante questa frase di E. M. Cioran: "Senza dubbio, le sole esperienze davvero autentiche sono quelle che nascono dalla malattia." (Al culmine della disperazione, 1934, Adelphi Milano 1998, p 37). Sì, più malattia/complesso che trauma: la teoria della causa interna mi convince più della causa esterna.

lunedì 7 ottobre 2013

Il canto delle sirene

Sono d'accordo con Adorno della Teoria estetica: la letteratura è il canto delle sirene: l'evocazione di tutto quello cui abbiamo dovuto rinunciare nel patto sociale e negli adattamenti legati alla sopravvivenza. L'evocazione del dolore legato al disagio nella civiltà. Uno scrittore degno d'attenzione deve saper muovere l'acqua del mare, deve far udire il canto delle sirene.
Nella rilettura di Jameson, "evocando il dolore e la contraddizione di quella rimozione del sé e della natura che la dialettica dell'Illuminismo pone come prezzo dell'autoconservazione, Adorno e Horkheimer descrivono la duplice soluzione di Ulisse, la doppia e reciprocamente contraddittoria possibilità di salvezza" (Tardo marxismo, Manifestolibri, Roma 1994, pp 146-147). Ai lavoratori vengono tappate le orecchie, un po' come agli animali da soma vengono messi i paraocchi, mentre chi è dispensato dal lavoro, chi ha dei margini di tempo libero e di libertà per percepire anche ciò che sta intorno s'impone da sé, per educazione e necessità sociali, vincoli e limiti da non superare per non essere travolto. La fruizione artistica deve essere tenuta a distanza, sotto controllo. Inoltre godimento artistico e lavoro manuale si separano all'uscita dalla preistoria.