domenica 18 aprile 2021

Una trilogia scombinante

di Claudia Zaggia

Penso a una frase di Nabokov: “La realtà non è né il soggetto né l’oggetto della vera arte, la quale si crea una realtà sua propria”.

Quasi tutto ciò che si trova in libreria oggi viene definito “romanzo”, sarà anche per questo che i più intendono solo un certo tipo di cosa, ci si aspetta una trama, un inizio e una fine e dei personaggi ai quali poter comodamente girare intorno. E una storia ben comprensibile che non lasci molte incertezze soprattutto quando si arriva alla parola fine.

Capita di incontrare opere di un altro tipo e la parola “romanzo” sembra non andar più bene, altri nomi o etichette non ne abbiamo, diciamo questo è un libro e fa parte di quel gran mondo della narrativa, vario e non sempre così rotondo.

Capita che i romanzi uno dopo l’altro si assomiglino tutti, qualcuno è un poco meglio ma dopo un certo tempo tutti si dimenticano. Scritti anche bene, insomma corretti, non molto di più. A volte scritti e basta ed è veramente troppo poco.

L’ottimismo che si trova poi in tanta letteratura, messo in bella mostra, è un prodotto commerciale. Dopo lo scaffale dei cibi in scatola per umani e animali, c’è quello dei libri, ma mi raccomando che non sia triste, che altrimenti non lo digerisco.

Roberta Salardi ha osato molto, fiduciosa di trovare dopo lettori adatti, non so se li ha trovati, non so se io qui sono un lettore adatto, so che mi piace incontrare l’inconsueto, l’azzardo, l’opera che osa senza mai tralasciare quella che si chiama qualità, quella della scrittura prima di tutto, altrimenti potremmo decidere di lasciare, di non continuare a leggere e invece si arriva inquieti e soddisfatti a pag. 352, l’ultima.

Credo che più di tanto non si debba spiegare o cercare di chiarire. In un libro come questo, in questa intrigante Trilogia della scomparsa (che bel titolo, e anche quelli che troviamo dopo promettono bene), sarebbe cosa ben superficiale credere di poter comprendere tutto o addirittura di aver compreso tutto.

C’è molta destrezza intellettuale in quest’opera e incontrarla così spesso fa parte del piacere di leggerla, un piacere pieno di sfumature.

Era da parecchio tempo che non leggevo un libro di narrativa così complesso, ricco, intenso e problematico. Con gli aggettivi potrei continuare ma mi fermo qui. L’abitudine a tanti romanzetti anche di buona qualità ma infine sempre quelli, ci impigrisce, come se la narrativa fosse questo e non altro. Poi un bel giorno l’assolutamente altro arriva e restiamo stregati ma anche un poco travolti. E adesso di quest’opera cosa diciamo? L’opera peraltro è di felicissima lettura, la scrittura è molto bella, non affatica il lettore che procede e procede ma vive anche continui stati di smarrimento.

Di cosa parla questa trilogia, cosa racconta? E chi sono i personaggi? Perché qualcosa racconterà e ci saranno dei personaggi di un qualche tipo. Certamente, anche.

Se si racconta si presuppone un certo ordine e anche un certo realismo. Questo sarebbe fuorviante per un’opera che è affascinante perché accidentata, succede e non succede, è e non è. La trilogia non teme di allontanarsi dal realismo, di giocargli brutti scherzi, di far riapparire quello che è imprevedibile, riapre gli orizzonti, non vuole che il lettore stia comodamente seduto in poltrona.

La forma scelta è quella del diario o dei diari, ma nessuno pensi a qualcosa che già è conosciuto e se poi anche qualcuno di voi tiene un diario: ebbene questa è un’altra cosa, anzi parecchie altre cose.

lunedì 5 aprile 2021

Livia e Lalla più interessanti di Elsa

C'era troppa enfasi intorno alla donna del capo. Dovrebbero essere altrettanto valorizzate, se non di più, scrittrici che non siano Elsa Morante, per esempio Livia De Stefani e Lalla Romano, che si sentono poco nominare e hanno scritto almeno due cose davvero interessanti. Mi riferisco al racconto Viaggio di una sconosciuta, del 1963, per fortuna recentemente ristampato da Cliquot, di cui ho parlato (qui http://voltandopagine.blogspot.com/2018/11/una-scrittrice-ingiustamente.html o qui http://voltandopagine.blogspot.com/2019/06/diciottenni-suicide.html), e a Nei mari estremi (Einaudi, Torino 1996). Ma si è parlato anche di loro, soprattutto a suo tempo, direte. Se n'è parlato, ma su di loro è caduto quasi l'oblio, forse perché erano un po' sperimentali, autrici che hanno rischiato qualcosa sulla pagina. Voglio pensare questo piuttosto che sia così perché non hanno sposato Alberto Moravia... Una battuta? Forse. Ma Elsa Morante è una scrittrice decisamente sopravvalutata, vogliamo ammetterlo? Un'autrice che, in un secolo così innovativo come il Novecento, ha riproposto gli schemi tradizionali del romanzo ottocentesco, intrecci melodrammatici e quell'idea, alquanto discutibile, che esistano isole incantate dell'infanzia. Il tema dell'infanzia è molto più convincente in Meneghello, che pubblica Libera nos a Malo negli stessi anni (1963, mentre L'isola di Arturo è del 1957). Se poi vogliamo parlare di dopoguerra e di vittime della Storia, è più profondo La pelle di Malaparte che La Storia di Morante; eppure accanto a Moravia, Pasolini e pochi altri si vede spesso citata Morante, mentre Malaparte, messo ingiustamente all'indice, non viene ricordato. Ma in sostanza Elsa Morante è ancora una scrittrice ottocentesca in pieno Novecento, la quale fa operazioni di retroguardia, mentre per esempio Livia De Stefani e Lalla Romano si portano all'altezza dei tempi.

venerdì 26 marzo 2021

Moby Dick e Horcynus Orca

A noi lettori figli del Novecento Horcynus Orca piace di più. Mal sopportiamo le lunghe digressioni sulle tecniche della pesca o sulle navi baleniere. Godiamo delle bellissime descrizioni, dell'alto stile di Melville ma ci affascina maggiormente, credo, la ricca lingua di Stefano D'Arrigo, il suo spettro verbale così ampio, la carica inventiva, quella seducente componente sonora che risulta pressoché intraducibile. Horcynus Orca è un poema del mare: c'è il rumore del mare dentro. Uso il termine "poema" per dare un'idea del livello molto alto di queste opere. Quando dico "poema del mare" intendo un mare gravato di simboli, intendo anche il regno dei morti, in cui sembra spingersi 'Ndria Cambria nei suoi vari incontri. 

Moby Dick è invece soprattutto un poema della caccia, con tutte le sfumature di orrore per la violenza e di pietà per la preda che l'Iliade poteva mostrare nella pietà per i guerrieri caduti in battaglia. E non mancano nemmeno naturalmente l'esaltazione, l'entusiasmo febbrile dell'inseguimento, dell'attacco e della vittoria sugli animali uccisi, disturbati nella loro pace oceanica. Pace fino a un certo punto, poiché: "Qua e là in alto guizzavano le ali nivee di piccoli uccelli immacolati: erano i teneri pensieri dell'aria femminea: ma giù negli abissi dell'azzurro infinito da ogni parte si avventavano enormi leviatani e pesci-spada e squali: e queste erano le riflessioni violente, tormentose, assassine di quel mare maschio" (Moby Dick, Garzanti, Milano 1966, vol. II, pag 235).

Non stupisce che questo poema della caccia sia considerato l'epos della letteratura americana, fra le opere più rappresentative di una nazione lanciata alla conquista degli oceani e di un impero marittimo.

Tuttavia non trascuriamo il fatto che sulla furia predatrice dell'uomo nel libro vince la natura.

domenica 21 marzo 2021

Bio in spiccioli

Dovessi dedicare a qualcuno tutti i miei libri, penserei al mio maestro delle elementari, Sergio, che ci faceva studiare le poesie. Lui stesso ne scriveva e riuscì a trasmetterci il suo amore per le parole e le cose. Ma ci sono anche mia madre e le sue zie che, da ragazze, in una loro soffitta in Asti, raccoglievano e leggevano avidamente romanzi. 

lunedì 8 marzo 2021

Lettere a nessuno al femminile? Cosa accade in "Naufraganti" di Claudia Zaggia

Claudia Zaggia divide il suo romanzo Naufraganti (Italic, Ancona 2015) in due parti: la parte ambientata su una nave da crociera del 1914, che esploderà prima di arrivare in porto (fatto realmente avvenuto), e gli appunti di scrittura che accompagnano la stesura del libro, ricchi di elementi biografici relativi a una scrittrice dei nostri giorni. Frammenti autobiografici scivolano fra i pensieri di questo personaggio-narratrice che lavora al suo libro per molto tempo, perlopiù isolata e scoraggiata nelle poche occasioni in cui tenta di farsi conoscere. Nella realtà Claudia Zaggia comincia a concentrarsi sul tema che le sta a cuore nel 1995, scrive e riscrive, taglia, rivede più volte, riceve molti rifiuti, infine arriva a pubblicare nel 2015 con un piccolo editore. Ma al momento di pubblicizzare l’opera, l’indifferenza e l’indisposizione degli altri si ripresentano. Personalmente ho avuto notizia di Naufraganti (Italic, Ancona 2015) solo nel 2020, grazie a una recensione sulla rivista Leggendaria. Questo romanzo interessante sarebbe stato accolto dunque da un silenzio di tomba se non fosse stato per la minima attenzione di un periodico femminista.

Nella finzione la stesura del romanzo non è avulsa dal contesto di una società sfilacciata e degradata; rimane impaludata nelle difficoltà esistenziali, comunicative e sociali dell'io narrante, che scrive in solitudine, non trova interlocutori o interlocutrici, rimane sconcertato o sconvolto quando si crea qualche contatto con critici e scrittori affermati. Le difficoltà nella stesura aumentano perché si prevede che il libro sarà indesiderato, non letto: "A volte sto qui a ripensare una parola, la cambio, la sposto, la rimetto dov'era prima, poi mi sembra tutto una sciocchezza. Penso soprattutto che gli altri leggono frettolosamente e non si accorgono di nulla." (pag 245). La narratrice, suggestionata dai rifiuti accumulati, dubita spesso delle sue stesse capacità: "Mi sdraio, sono stanca, sto qui sdraiata e mi sembra possa essere per sempre, non ho alcun talento mi sento dire..." (pag 242).Talvolta invece è capace d’ironia: "L'ultima volta che l'ho visto è stato ad un premio letterario, lui è sempre a tutti i premi letterari, fa parte della giuria naturalmente, qualche volta sta invece tra i premiati, credo che alla fine anche lui faccia confusione, mi stupirei del contrario, non deve essere facile." (pag 129). E gli incontri con la critica-ameba e con il critico-pantegana sono umoristici.

Nelle pagine del diario tuttavia prevale il dispiacere di non ricevere risposte: "Mando lettere, scrivo lettere su fogli che dopo non trovo, a volte sono invece nel computer, ma chissà dove, perdere lettere dentro un computer. Così non spedisco molte lettere, le risposte sono comunque rare. Avrei avuto bisogno di una risposta qualche volta, di qualcuno che mi dicesse di aver letto, considerato, capito, un po' magari il solito gioco di dire e non dire. Tornare a casa e vedere che anche oggi non ci sono lettere." (pag 38); "Finisco di scrivere qualcosa, lo mando a qualcuno che potrebbe forse essere interessato. Qualcuno ne dice un gran bene, qualcuno tace, i più fanno finta di niente. Passa il tempo, io continuo a scrivere, questa continuità di scrittura certo non merita nessuna particolare attenzione. Ormai so che cosa piace a quelli che danno i premi, alle giurie piace il realistico consolatorio facilmente detto e con dei buoni propositi, i buoni propositi sono tutto nella cattiva letteratura." (pag 43). Durante una conversazione con lei ho domandato a Claudia Zaggia cosa pensa dell’attuale produzione editoriale e lei ha risposto che ha l’impressione vengano scritti molti romanzetti con i quali non c’è mai il rischio di farsi male, che ci siano troppi scrittori “con il salvagente”.

mercoledì 10 febbraio 2021

Conversazione con Claudia Zaggia, una scrittrice dotata di stile

Roberta    Cara Claudia, nel suo romanzo Naufraganti (Italic, Ancona 2015) si può rintracciare uno stile, una sintassi che contraddistingue nettamente il suo modo di scrivere. Una dichiarazione di poetica si trova a pag 165: "La leggerezza, deve essere tutto abbastanza leggero. La scrittura, l'andamento, quello che dicono." Calvino parlava di "planare sulle cose dall'alto" in uno dei punti delle Lezioni americane. A me pare di rinvenire traccia di questo tocco leggero in frasi come queste: "In quelle prime ore del mattino già si dicevano così tante cose che si creavano piccoli vortici e turbamenti vari." (pag 189); "Suo figlio, quei suoi occhi, fingeva di dormire e poi si accorgeva che lui la stava guardando e con uno sguardo così serio, così attento." (pag 214). Parlerei di ventosità della frase, lievemente scombinata al suo interno: "Ma adesso più niente, potersi liberare di tutti i libri, lo farei se solo sapessi come, cerco intanto di perderli, di lasciarli in giro, li abbandono, qualcuno mi insegue, lo ritrovo, me lo riportano indietro." (pag 266). Giri di frase che con poche virgole hanno piccole svolte, tipo questa: "Forse era solo la legge dell'abitudine, l'abitudine lo sorvegliava, lo teneva a bada, fidarsi di lei?" (pag 206) oppure questa: "Poi ad un certo punto ecco che tutto quell'insieme cominciò a diradarsi, ad allontanarsi, più niente, solo un cielo vuoto." (pag 210). I discorsi dei passeggeri sulla nave sono spesso interrotti, stralciati dalla brezza marina. Ed è delicato anche il modo di tratteggiare i personaggi, per esempio l'assassina che se ne sta appartata: ha già scontato la pena, coinvolta in un delitto dalle motivazioni poco chiare, donna non più giovane, molto educata e gentile, ora pare serena nonostante i tanti anni di prigione; riservata, è fra quei passeggeri che escono di notte. Come le persone che hanno molto sofferto, appare particolarmente sensibile anche la madre che scrive lettere alla figlia morta; mentre la pazza della nave, la donna che parla quotidianamente coi suoi morti come se fossero presenti, coltiva a sua volta una follia discreta, protettiva...

Claudia    Sto cercando di ricordare quel mondo, quei personaggi che stanno sulla nave, ricordo quando ho iniziato a scrivere quest’opera, era un lontanissimo 1995, ci furono dopo molte interruzioni, arrivò come niente il 2000 e l’opera non era ancora finita: c’erano sempre alcune revisioni da fare. Passarono altri anni e infine tutto sembrava pronto: si poteva cercare di farla pubblicare. Qui inizia tutta un’altra storia che un poco ho anche raccontato. Tra un rifiuto e l’altro arriva abbastanza rapidamente il 2015, Naufraganti viene pubblicato, adesso dovrebbe iniziare il bello: far conoscere, far leggere l’opera, vedere cosa ne dicono gli altri, gli altri non dicono molto, qualcuno non dice niente. Pazienza, me lo aspettavo, saluto un poco tutti e mi metto a scrivere altro. Sullo stile e la scrittura potrei riportare quello che altri hanno detto, tutti comunque abbastanza d’accordo, evito l’elenco, non credo sia importante. Sicuramente rileggo molto, ascolto la frase, tolgo anche molto e butto via. 

Roberta    Sulla nave "non dialogano tra di loro, questo no. Che brutta parola, non usarla mai." (pag 132). Non ci si confronta, si allacciano invece pacate conversazioni, spesso interrotte, parole lasciate scivolare. E anche nella vita del personaggio-narratrice i dialoghi che lei ha avuto con altri si trasformano subito in pensieri, discorso indiretto libero oppure riflessioni tout court che seguono i dialoghi, per esempio a pag 13: "La vita sociale, disse. Quale vita sociale? Da tempo non ne ho nessuna, non ne ho mai veramente avuta una. Frequento poche persone, esco poco e per incontrare sempre meno gente, cammino soprattutto da sola, lontana da tutto". Questo discorrere con se stessi di alcuni personaggi, e soprattutto della narratrice, accentua il senso di solitudine. Sensazioni dominanti sono la solitudine e il senso di fallimento. Sono diffusi nella società o appartengono soprattutto a scrittori e artisti?

Claudia    Scrittori e artisti dovrebbero essere più consapevoli, più attenti a certe cose, di fatto lo sono, se non vengono troppo distratti dall’attualità e dalla chiacchiera. Sulla nave c’è gente che scrive, alcuni sono anche scrittori famosi, forse. Poi ci sono scrittori evocati, presenze che portano ad altre storie, uno soprattutto: Marcel Proust, ma quasi altrettanto importante è Henry James, questo americano che come pochi altri capì e amò un certo modo di essere dell’Europa e che a Venezia era di casa.  Poi come fantasmi si aggirano appartenenti a quel mondo mitteleuropeo che tanti scrittori ha dato e soprattutto personalità affascinanti.

Roberta  Un altro aspetto molto interessante di questo romanzo è l'accostamento alla narrazione di note di scrittura, di modo che seguiamo la stesura nel suo farsi e cogliamo aspetti biografici e storicosociali che, se pure appartengono alla narratrice-personaggio, ci danno un'idea del contesto in cui il libro fu scritto, a fine millennio (nel 1999, a quel che si dice). La vita della narratrice intradiegetica del romanzo è afflitta da disagio psichico e fisico. Morirà prima della fine del libro (credo a pag 269) e forse si ripresenterà in fondo al mare a salutare i suoi personaggi nell'ultimo paragrafo, con un tocco surreale, quando sono tutti morti. L'ultimo capitolo, che aveva già scritto, viene collocato dopo la sua morte (se non erro). Non ha avuto una vita piacevole, tutt'altro, per motivi familiari, affettivi, psicologici e sociali. Sempre asimmetrica rispetto agli altri, a come essi l'avrebbero voluta. Si può vedere in lei il destino che tocca agli artisti: in questo nostro tempo per nulla capiti? L'arte e le città d'arte qui parrebbero in via di estinzione. Si registra la messinscena delle mostre ma con scarsa sensibilità nella ricezione da parte del pubblico, che si muove in folti gruppi indifferenti e sostanzialmente ostili all'arte e all'anticonformismo…

Claudia    Sono nata a Venezia, vivo a Venezia anche se non sempre, so dunque bene cosa sono, che uso si fa oggi delle città d’arte. Potrei qui parlare a lungo, mostrarmi indignata e offesa, di fatto lo sono. In questa città più che altrove domina la monocultura turistica, una gran brutta cosa, ma su questo sono state fatte molte analisi, sono stati scritti ottimi libri, non che siano serviti a molto, solo un poco di consapevolezza in più. La narratrice è sicuramente una persona infelice, una che non si trova bene da nessuna parte ed è però in buona compagnia, ho in mente Thomas Bernhard. L’arte e l’artista oggi? Non saprei, dipende, non è facile, sicuramente della parola arte si abusa e noi, come la narratrice, viviamo stati di smarrimento e di malessere. D’altra parte mi sembra vengano scritti molti romanzetti con i quali non c’è mai il rischio di farsi male e ci sono troppi scrittori con il salvagente.

domenica 31 gennaio 2021

Intervista a proposito di Nell'altra stanza, romanzo contenuto in Trilogia della scomparsa

di Lorenzo Galbiati*

Domanda Personalmente non amo i libri “di genere”, per cui sono propenso ad accogliere con interesse le opere narrative che escono dai canoni editoriali  – come la tua. Devo dire, però, che Nell’altra stanza mi ha messo in difficoltà perché a un certo punto mi è sembrato di leggere un’opera estrema, che di fatto non appartiene alla narrativa – per quanto vi si colleghi con un’esile trama. Come definiresti la tua opera? Appartiene alla narrativa o alla saggistica? Oppure alla diaristica?

Risposta Grazie per la definizione di “opera estrema”, ma forse opera “al limite” della narrativa è più appropriato. Di romanzi non prettamente narrativi (che ruotano intorno a una situazione più che snodarsi lungo un succedersi di fatti) ve ne sono diversi. Al momento mi vengono in mente Dissipatio HG di Morselli o La nausea di Sartre, ma non ne mancano. In ogni caso sappiamo che il romanzo, nel corso della sua lunga storia, si è prestato a molte trasformazioni e ibridazioni, si è dimostrato un contenitore molto elastico. Nell’altra stanza non è, a mio parere, un ibrido fra romanzo e saggio, che implicherebbe uno spazio maggiore dedicato all’informazione o alla divulgazione (un romanzo-saggio uscito proprio recentemente è per esempio Finitudine di Telmo Pievani, che si autodefinisce “romanzo filosofico” in copertina ma, data la mole nozionistica relativa alle teorie cosmologiche, genetiche, evoluzionistiche e altro, è a mio parere un romanzo-saggio a sfondo filosofico, peraltro molto interessante). Forse il mio Nell’altra stanza, senza alcun giudizio di merito, si avvicina di più al "“romanzo filosofico”", con molte virgolette però, poiché qui non si porta avanti alcuna nuova teoria e ci si rifà semmai a quelle già note (con brevi riferimenti, senza lunghe pagine saggistiche), di cui può essere impregnato un neolaureato in filosofia: esistenzialismo, marxismo, scuola di Francoforte. La definizione, ripeto, è un po’ forzata, poiché appunto non si elaborano teorie, si cerca solo di trovare nella filosofia un orientamento per vivere: la dicitura romanzo, a mio avviso, potrebbe bastare. Il punto di partenza è un personaggio, quindi siamo decisamente in ambito romanzesco. Con la precisazione che nel Novecento il genere romanzo viene molto problematizzato, si riconsidera e ci si interroga su personaggio, trama e punto di vista del Narratore (ma non è nemmeno la prima volta che ciò accade, se ricordiamo Tristram Shandy). La trama è stata proprio l’aspetto più contestato del romanzo tradizionale. Qui comunque non è forte ma c’è: il personaggio passa da uno stato A a uno stato B. La presenza di un personaggio maschile di circa trent’anni allontana questo scritto anche da alcunché di autobiografico. La forma è quella del diario (un tipo di diario molto articolato, con innesti dialogici, tranches epistolari, trascrizione di sogni, appunti di studio, messaggi fra amici). La prima parte è quella più inerte, forma dell’immobilismo iniziale di Andrea, della stasi da cui fatica ad uscire: egli si trova immobilizzato per un brutto incidente ma anche per un grande dolore che lo ha colpito, la notizia che la madre, nella stanza accanto alla sua, sia in fase terminale per un tumore non scoperto in tempo. La stallo in cui si trova è ulteriormente amplificato per il problema sociale che lo lambisce in quanto ex studente di una facoltà umanistica che ovviamente non trova subito la sua strada, anzi non ha molte strade aperte e finirà con l’andare all’estero. I suoi tentativi falliti di piccoli lavori non risolvono la situazione e soltanto la morte della madre creerà quello shock che lo metterà in movimento. Che cosa l’ha fatto resistere nella dolorosa vicinanza con la madre malata? Gli amati libri di filosofia e letteratura con i quali costruisce come delle “barricate” contro l’angoscia. I pensatori del passato sono amici che egli chiama per nome. Le frasi d’autore citate aprono a sue riflessioni personali, sono come motorini d’avviamento del pensiero. Stagnazione quindi fino a un certo punto…

giovedì 31 dicembre 2020

Voltando pagine: le prime

Cosa troviamo in prima pagina nei romanzi di successo? Diamo un’occhiata.

Nel Colibrì di Sandro Veronesi (La nave di Teseo, 2019), ultimo premio Strega, un Narratore forte esercita quattro o cinque volte nella stessa pagina la funzione metanarrativa, prende per mano il lettore, gli anticipa che sta per arrivare una notizia della massima importanza, gli sgombra l’orizzonte da particolari noiosi (“… e per adesso tanto basti: inutile descriverlo oltre, perché una sua descrizione potrebbe risultare noiosa…”), insiste a dire che sta per accadere qualcosa di decisivo, promette, invita… Fa gli onori di casa, fa sentire il lettore ben accolto, di modo che possa accomodarsi nel romanzo come in un luogo confortevole eppure interessante.

domenica 27 dicembre 2020

Dialogo con Kirillov

Questo dialogo con il personaggio dostoevskijano e il frammento successivo, allora inediti, furono pubblicati tramite Francesca Matteoni su Nazione Indiana. Ora si trovano nel terzo romanzo della mia Trilogia della scomparsa (Roberta Salardi, Effigie 2020)

Kirillov

Kirillov non si uccide perché “ha deciso”. Si uccide perché viene trasportato verso la morte da un desiderio profondo. Proclama ai quattro venti la sua teoria del suicidio gratuito finché non trova qualcuno che gliela fa attuare per una propria convenienza. Non si uccide perché lo vuole (o, meglio, lo vuole ma temporeggia): altri, a un certo punto, esigono la dimostrazione della sua teoria (ed è lui stesso a esigerla). Se non ci fosse la stretta finale di Petr Stepànovic, forse rimanderebbe continuamente la decisione, sentendosi in ogni attimo della propria vita libero di scegliere. L’uomo della libertà assoluta fa la fine della pedina…
Non è lui che “ha divorato l’idea”, si legge nei Demoni; “è l’idea che ha divorato lui”.
Non è l’uomo che divora il pensiero, è il pensiero che lo divora.

Kirillov è qui che va su e giù per la mia stanza. Gli dico: “Rilassati, c’è sempre tempo…”
“Ma io voglio affermare la mia libertà! Io non ho paura di niente! Se non lo faccio, non sono dio; sono un uomo qualunque…”
“Che t’importa di essere dio?”
“Ce l’ho con l’idea di dio, quella che hanno inventato e proiettato al di sopra di noi. Quella vile menzogna ci tiene aggiogati. Mi ha rovinato la vita… La voglio tirare giù!”
“Fa’ pure, ma dopo non succederà niente di speciale. Sarai dimenticato come uno qualsiasi. Sarai dimenticato e il mondo non cambierà.”
“Perché non fai qualcosa anche tu? Ognuno dovrebbe fare qualcosa… Inventati qualcosa anche tu…”
“Ti ho invitato da me perché sai pensare… e hai del coraggio… Quasi nessuno ne ha. Molti non si azzardano a pensare per paura, per paura del vero, della tomba ignuda mostrata di lontano, come direbbe il caro Giacomo. Altri, pur essendo esercitati e capaci d’un avvio di ragionamento, non hanno voglia di portarlo avanti, lasciano perdere… si domandano: ma che cosa sto a rimuginare in questa piccola stanza claustrofobica mentre fuori c’è il mondo da godere? E scappano come topi da una nave che affonda…”
“Vili!”
“Tu sei migliore di loro perché, se la logica ti conduce a restare sulla nave che affonda, ci resti. Sei all’altezza del tuo pensiero. Non dirò che tu sia un dio ma per me sei un uomo, e questo è tutto.”
“Credi quello che vuoi. Starò un po’ qui a passeggiare nella tua cameretta, se ti fa piacere, tanto per me è lo stesso passeggiare qui o altrove.”
“Se fossi stato uno dei tuoi amici, ti avrei impedito di ucciderti. Nessuno ha fatto niente per te. Nessuno ha sollevato un’obiezione… Anzi un criminale ha approfittato di te per i suoi piani. Alla fine sei stato usato, un personaggio della tua grandezza…”
“Io e Satov abbiamo fatto discorsi interminabili durante il nostro viaggio in America, notte e giorno, sdraiati sulla nuda terra, lui fervido credente, uomo buono, io ateo convinto… Abbiamo voluto metterci alla prova nelle condizioni peggiori, siamo stati amici poi nemici poi di nuovo amici…”
“Ti avrei detto che il tuo modo di pensare era prezioso, è prezioso. Perché sprecarlo? Per la tua decisione ci sarebbe stato tempo…”
“Non c’è niente di prezioso e io non ho nulla che tu non abbia. Nulla è importante per me tranne uccidere dio. Ho bisogno di liberarmi della sua oppressione.”
“Io non sento questa oppressione, non sento neanche l’idea di dio, a essere sinceri. Capisco che a te dia fastidio la sua falsità, è quella che ti pesa: la sensazione di dover sottostare a un giogo assurdo. Sorge il dubbio tuttavia che la tua vera intenzione sia quella di liberarti dall’oppressione di un’intera società gerarchica e ingiusta e che tu stia sbagliando mira… Non è te stesso che devi colpire.”

lunedì 7 dicembre 2020

Pensieri di una giovane antispecista: un altro estratto dalla "Trilogia"

Fogli sparsi scritti nella tana

Guardavo al di là della strada oltre la curva dove inizia il parco: quello era il punto di fuga verso il bosco, l'unico punto di fuga possibile, l'inizio di tutte le fughe, il passaggio per il bosco… tutte quelle nuvole frondose che quasi si potevano toccare… alberi nuvolosi perché stava per piovere… Erano pieni d'ombra che il vento spostava continuamente tra le foglie. Pieni di pioggia in arrivo e di cambiamenti.

Laggiù la vita sarebbe cambiata completamente: pensieri semplici, pratici: come sopravvivere, come trovare cose da mangiare… Una vita finalmente vera.

Mia madre è uno status. Mia madre è status. La madre è lo Stato. Madre-Stato. Lo status quo. Mai che si sia posta il problema di cosa mangia, di cosa mi dà da mangiare, di cosa usa per vestirsi, per vestirmi. Lo stato delle cose presenti. Senza presentimenti. Madre-single. Solo madre. O madre o niente. O ti mangi questa minestra o salti dalla finestra. Saltare, appunto.

Nella tana arriva il silenzio che piega le cose in due e in quattro come abiti ai piedi del letto. Il silenzio lentamente inizia a fare rumore perché scrive sulle pareti, intaglia graffiti profondi, incide sulla carne il non-ne-posso-più. Il silenzio è silenzio perché lo sto pensando, perché ci sto scrivendo sopra una lettera a mia madre in cui le dico che rinuncio volentieri a tutto quello di cui si circonda, mi circonda: ai cuscini del divano, al cielo stellato e infuocato in rotta di collisione nel suo scialle, agli alberi del giardino e alle urla degli animali. Questo silenzio fa rumore perché ci scrivo sopra, ci parlo dentro da sola, mi fa eco e ripercuote altro silenzio in queste caverne naturali nei boschi. Con esso rifiuto la vita che mi hai dato, mamma, la tua casa confortevole, la tua nonchalance che strappa grida all'universo. Desidero separarmi da tutto il mondo civile. Non voglio più vedere nessuno di voi. Voglio solamente stare in una grotta con dei cuccioli da allevare…

«Mi hanno sparato. Gli animali che sono in me si sono nascosti per non farsi trovare»: questa è una frase sibillina di mia zia (sussurratami un giorno con sorriso complice quand'ero bambina) che mi è rimasta impressa. Cara zia, come mi capiresti! Nemmeno io voglio essere trovata.

Pensieri di una volpe (cosa deve pensare una piccola volpe in cattività)

Essere in trappola, non avere scampo… C'è poco spazio e fa tanto freddo… Correnti fredde arruffano il pelo. La morte è in attesa. Non posso muovermi, scappare, vedere gli alberi, farmi una tana, essere una volpe… Sono nata volpe ma non posso essere una volpe! Non posso essere quella che sono! Mi hanno detto che posso soltanto aspettare la morte, nient'altro. Non cercarla, non inseguirla, non fuggirla: solo aspettarla in un angolo, dietro le sbarre, inascoltata, nel senza-urlo, nel solo-attesa.


Brano tratto da Trilogia della scomparsa di Roberta Salardi (Effigie 2020, pagg 130-131) 


venerdì 4 dicembre 2020

A proposito di realismo, non so se ho mai detto...

... una cosa importante. Piace il "realistico consolatorio", scrive, dopo acute, amare considerazioni, degne di altre lettere a nessuno al femminile (come ho lasciato intendere nel post Naufragare non è dolce) la scrittrice Claudia Zaggia, una mia simile, nel suo Naufraganti (Italic Pequod 2015). Le parole precise sono queste alla pagina 43 del romanzo: "Ormai so che cosa piace a quelli che danno i premi, alle giurie piace il realistico consolatorio facilmente detto e con dei buoni propositi, i buoni propositi sono tutto nella cattiva letteratura." (pag 43). 

Consolatoria o meno, cattiva o buona letteratura che sia, soffermiamoci ancora una volta sul realismo e limitiamoci a riconoscere che in Italia il realismo di stampo sociologico ha avuto una lunga stagione, che dura tuttora.* Anche alcuni romanzi da me citati e apprezzati sono nati nel suo alveo, l'ho ammesso, sebbene non abbia risparmiato attacchi alle sue forme più tradizionali a mio avviso superate (il narratore extradiegetico, il distacco pseudoscientifico).

Va però riconosciuta una valida giustificazione storico-sociale a questa scelta preminente degli scrittori di adesso: la storia italiana recente, come la nostra stessa contemporaneità, è piena di fatti criminosi riconducibili a importanti ed estese organizzazioni dal potere capillarmente diffuso e ben radicato nel territorio. Oltre ai numerosi traffici illeciti, agli scandali frequenti, che lambiscono ruoli e personalità di spicco del mondo politico-finanziario, oltre insomma alle note mafie che per certi aspetti ci rendono famosi nel mondo, non si possono non ricordare gli anni oscuri dei piani eversivi e delle stragi col relativo insabbiamento delle indagini e poi ancora processi legati a gravi reati (per esempio ambientali), che faticano ad arrivare a sentenza.