sabato 17 ottobre 2015

La verve dialettica e sofistica di una cimice e di una cavalletta

Frammento del romanzo di Mariano Bargellini Giocare a mangiarsi

Come si sa, anche un moscerino, nel videogioco, è abilitato a mangiarti. A parte questa regola, che non conviene dimenticare, le cimici, io non potei far a meno di pensarlo, in natura sono delle cacciatrici. Hanno un rostro celato in una guaìna e nascosto sotto l’addome, tenutovi orizzontale e all’indietro. Sguainatolo di sorpresa, trafiggono la vittima e la uccidono con una iniezione di sputo, inoculandole la loro saliva velenosa. Ed erano in tante, un sito collettivo, lì ammucchiate ai piedi delle scrivanie inoperose, baluginandovi glaciali gli schermi dei computers, o appoggiate colle zampine anteriori al bordo d’una sedia, o, a quel modo, montate sul dorso di un collega: talché, quasi navata di cattedrale sghemba, quasi immane soffitta da delirio (d’un film espressionista), le loro confortevoli catacombe parevano altissime sopra ai creativi in riunione. Altissime sopra a delle piatte cimici prostrate sul pavimento o mezz’inerpicate su una sedia o (amichevole promiscuità) sul dorso d’un congenere, scambiandosi delle e-mails olfattive. Questi soffitti modificati, con archivolti e lucernari, mi ricordavano non so che reclusorii visti altrove. Dove? In sogno o in un’altra vita? Ma no, le carceri del Piranesi! Per suggestione dell’altezza voraginosa, e delle finestrelle da cantina che vaneggiavano lassù in alto, mi vennero in mente le carceri del Piranesi. Davvero, così oscure e voraginose, e cosmiche, starei per dire.
   ‒ Oh cimice creativa (cubicolaria, nevvero?, dei letti), dimmi, che cos’è stato, un infortunio? O sei la cavia ardita di un esperimento avveniristico?: la testa come accessorio. Portatile e a funzionamento facoltativo. Di’, mi ascolti, o dormi?
   Mi rivolgevo a una cimice decapitata: la quale, va da sé, m’aveva incuriosito. L’apostrofai, a scanso d’una sorpresa, dall’alto della parete: fuori della portata d’un rostro già sguainato. E del suo sputo letale, da iniettare senza pensarci su. L’apostrofai da lontano: là dove i miei piedi adesivi e le mie mani cavillose, di cavalletta chirografa, si erano posati. S’agitarono vivaci le corte antenne della testa mozza, segnalandomi, con mio piacere, ch’essa non dormiva e che mi aveva ascoltato. Reggeva la sua maschera cefalica, troncatale con un preciso colpo di mandibola da un competitor (con ciò illuso di averla vinta, il fesso, e poi trafitto, la bella trasfusione di sputo venefico!), se la reggeva, la sua testa mozza, come un martire decapitato. Armata del suo rostro, ancora: e che continuava a vivere per proprio conto e a creare! Con le manine o zampe prototoraciche sorretta la sua propria testa al modo d’una radiolina: mentre, con il secondo paio delle sue zampe, mesotoraciche, era montata sul dorso a un compagno dell’agenzia.

   ‒ T’avverto, mio arguto amico, che se tu sei piombato qui dentro, come dire, per sputarci in faccia e per sparare a zero sulla pubblicità, sarai applaudito. Quasi applaudito. Ora te lo spiego perché “quasi”. Sì, il tuo furore iconoclastico è un fatto, come dire, positivo. Ma in che cosa si traduce? Forseché è politico? È rivoluzionario? Coi tuoi furori, come dire, da tavolino, tu non intacchi il sistema. Tu manco lo scalfisci il sistema. Noi creativi ribelli, mio caro, lo distruggiamo dal di dentro: ci siamo incistati, come dire, nei gangli del sistema e lo paralizziamo. Noi educhiamo la gente a desiderare. Desiderare, desiderare. Falsi bisogni e beni chimerici in una folle crescita della domanda dopata. La forbice tra la pulsione agli acquisti e gli stipendi del ceto medio non si sta già allargando oltre il tollerabile per dei consumatori sovreccitati, per una massa desiderante, colle sue carte di credito esauste? Noi, i creativi ribelli, usiamo i messaggi, le campagne, come incitamenti a fare la rivoluzione. Noi istighiamo al saccheggio turbe di consumisti, come dire, ridotti alla fame. Fame del voluttuario e del superfluo. Noi persuadiamo la gente, come dire, all’irruzione in massa nella reggia di Versailles. La bomba consumistica distruggerà il sistema. Guarda che genere di icone e di gigantografie, ch’esposizione di posters, abbiamo alle pareti. Non li conosci? Ma va! Sono rock stars. Rock duro e rap. Tamburi da battitori. Da caccia grossa agli infami. Tamburi da ghigliottina. Da stamburare sotto il patibolo per non sentirla più la voce degli infami: foss’anche, in extremis, in articulo mortis, la loro autocritica. Essi, con i loro concerti, con il rock, ci tengono svegli. Veglia e vigilanza anarchica. Guarda che specie di logo mi sono tatuato sul dorso.
   La A di anarchia, dentro la O di ohibò, campeggia nello scudo ogivale, sul dorso, tutto arabescato di graffiti, di questa cimice decapitata. Alle pareti del loro sito collettivo, su muri altissimi d’una rovina carceraria ciclopica ed incombente stanno appesi i loro profeti, le molte facce dell’ “homo salvatico”. L’ “homo salvatico” per finta che viene esibito nei concerti e che si scuote come ossesso in catene sul palco-baraccone, tra lampi colorati, e ulula, fingendosi demente, le massime della Mère Folie: e accostuma i suoi fans al Gran Baccano del Buco Nero, dove noi tutti stiamo cadendo: babelico baccano e sconquasso eterno. La testa mozza e sproloquiante di quell’Orfeo delle cimici mi sputacchiava contro il suo veleno: giocava all’attacco. Non mi restò se non ribattere la palla, i motti, ed accettare la sfida: una partita di ping-pong diatribico. Ma anziché raccogliere un’argomentazione paradossale, io lo spiazzai con un tiraccio inaspettato: un dritto lento e liftato; per rimanere, a piè saldo, nella similitudine geniale d’una partita a ping-pong.
   ‒ Voi creativi ‒, l’ho canzonato urbanamente, ‒ ribelli, o, come dire?, imbelli, avete tutti uno stesso dono. Il dono di re Mida. Qualsiasi cosa voi tocchiate, diventa oro. Una crisalide vuota, dorata. Vuota di senso, frivola, che ti si sbriciola tra le dita. Inconsistente, cioè frivola, e banale. Banale da sbadigliare. Assassinate il senso, ahimè. Assassinate la Bellezza, voi creativi.
   ‒ Ora esageri, mi sembra ‒, s’è adontata la cimice; e agitava le sue manine, e la sua testa mozza, insieme: ‒ Sono un art director, ho disegnato al computer questo interno, la tana-internet dell’Agenzia, e, come dire, ho disegnato il chelonio delle gioiose macchine da guerra con cui partecipiamo al videogioco degl’insetti. Ciascuna personalizzata, accessoriata di optionals (!), allegra bella micidiale. Che mi si dia di assassino del senso, beh, posso accettarlo, quantunque. Quantunque, a ragion veduta, e con un fine rivoluzionario, come ti ho spiegato. Ma assassino, poi, della Bellezza. Lasciamo perdere, caro,  queste mie creazioni, queste bellurie, che tu puoi ammirare dall’alto, da lì francobollato alla parete. E allarghiamoci a osservare il mondo, ornato, oggi, dalle nostre icone: l’arredo urbano di ogni città del mondo, l’arredo mondiale. Dovunque, grazie alla nostra opera, tu vedi il quotidiano, l’economia domestica, nobilitata dall’arte: lo spot pubblicitario, il paginone patinato della rivista e la pubblicità stradale (impaginata, oggi, sulla facciata delle case, e che, per suo supporto, ha il Duomo), gli aforismi dell’anonimo copywriter, sono il Bello, il Sublime, proprio del nostro tempo. Indietro non si torna, carissimo amico.
   La cimice anarchica e sessantottarda, concluso il suo discorso con questa perentoria sentenza, èbbe un gesto regale, benché ridicolo: ricollocò, per un momento, la propria testa all’apice del proprio busto, come volesse riappiccicarvela. Aveva confutato, così credeva, il mio assioma accusatorio della Bellezza assassinata, assassinata dai creativi. Ma io le ho obiettato: ‒ Il Bello, tu me lo concedi, si manifesta come forma, è percepito come forma. Da ciò deriva, necessariamente, che esso è legato a un senso, sia pure vago e sfuggente, prodotto o alluso da quella certa forma. L’iperbole della banalità, l’apoteosi del teatro d’automi: la insignificanza pura, l’insensatezza d’ogni motto ed  immagine, le vostre crisalidi vuote e indorate, e la finalità scoperta dei vostri ditirambi commerciali, e d’ogni spot e foto, meschini, falsi, “inesistenti per lo Spirito”, avrèbbe detto Hegel (tu annuisci, m’accorgo, con la tua testa portatile); forse che questa enfatica penuria non è la negazione della Bellezza?
   L’ignoto art director, la cimice cubicolaria dialettica e pugnace, depone la sua testa sul dorso del collega, così da avere libere le sue manine, per agitarle e per gesticolare; e cambia argomento. Si agitavano concordi, il primo paio delle zampine salottiere e le antenne della testa mozza posata sul dorso di un collega. Acefala, vistosamente ed impudicamente acefala, la cimice diviene più arrogante.
   ‒ Le nostre creazioni sono ineludibili. Ti accompagnano ovunque. Sull’autostrada, quando insegui con il telefonino all’orecchio la Morte, e corri tra due file di giganti, che ti esortano a consumare. In cielo, quando voli, e il tuo aereo entra nelle nubi, scolpite dagli art directors. Anche le nubi, come dire, cimiteriali e pubblicitarie, i testimonials di cadùco marmo, mutanti ed evanescenti, che noi creativi scolpiamo in cielo, t’esortano a consumare. Lo vedi, non si scappa. Neppure quando dormi sei salvo: ché i tuoi sogni sono interrotti, sovente, da uno spot pubblicitario. Un nostro aforisma è letto da milioni di persone. È ascoltato, giorno e notte, alla televisione e alla radio: vi entra nella testa, diventa un proverbio. Le belle frasi sepolte nei libri, chi le ascolta, chi le legge, mio povero amico!

   Il giocatore seduto al computer ha impartito l’ordine alla videocavalletta di rientrare subito alla base. Ero d’accordo? Chi sono io? Colui che sfiora i tasti e muove a suo talento il mouse, o la sua maschera e la sua pedina, ormai autonoma e imprevedibile? Fatto sta, la videocavalletta ha ubbidito (come un cane al fischio dell’impaziente padrone) alla chiamata del giocatore seduto alla tastiera, si è catapultata indietro, dalla parete alla finestrucola, ha sorvolato la riunione, quell’assemblea di sonno, quel conciliabolo di cimici creative, lanciandosi, con il suo balzo alato, verso il monitor, e a un tratto si è sfumata. Avevo spento il computer, con rabbia. A rivederci domani, mia ombra nel Theatro degli entomati. Non temere, non credere che mi sia stufato di te (figuriamoci: del mio alter ego!) e ti getti nel cestino. Sta’ di buon animo, mostro felice, dormi tranquillo nella memoria del computer. Tienimi, ora e sempre, pel tuo affezionato digitatore. Per chi mi tenga tu, mostro mirabile, e come i tuoi ocelli mi guatino, se con la stessa benevolenza con che ti guardano i miei occhi, io non lo so, o salterella sofista, o cavalletta chirografa.  

Mariano Bargellini, Giocare a mangiarsi, Effigie, Milano 2015

Nessun commento: